Claudia Rankine – Just Us

 

Claudia Rankine
Just Us
Una conversazione americana

ed. orig. 2020, trad. dall’inglese di Francesco Pacifico,
pp. 344, € 24,
66thand2nd, Roma 2022

 

Le fantasie razziste dei bianchi, di Cristina Iuli

Lo studio sulle modalità, forme e strutture dell’immaginario razziale avviato da Claudia Rankine con le raccolte di poesie, Non lasciarmi sola. Una lirica americana (2004; 2021) e Citizen. Una lirica americana (2014; 2017), e alimentato dalle ricerche multidisciplinari del Racial Imaginary Institute, da lei fondato e finanziato con i fondi della McArthur Fellowship che ha ricevuto nel 2016, prosegue in Just Us, connotandosi di una dimensione storica ancora più marcata rispetto alle opere precedenti. A essere messa a fuoco in questa raccolta, non è tanto una posizione pronominale intorno alla quale si possa configurare un’identità comunitaria, un “noi” definito da qualche forma di appartenenza culturale o etnica, ma sono piuttosto le fantasie razziste dei bianchi e le modalità attraverso cui esse producono, predeterminano e proiettano effetti devastanti su tutti coloro che ricadono al di fuori della normatività sociale definita dal privilegio bianco.

Come già accadeva nelle opere precedenti, anche qui l’impianto poetico-argomentativo di Rankine si attua nella metabolizzazione di materiali culturali che provengono da diversi ambiti discorsivi ed esperienziali. Anzitutto, dalla tradizione letteraria nordamericana – in particolar modo dalle folgoranti analisi sulla mentalità dei bianchi di James Baldwin e del suo autonominato successore, Ta-Neishi-Coates, dagli epigrammi di Emily Dickinson e dalla poesia militante di Audre Lorde. In secondo luogo, i riferimenti di Rankine provengono dalla teoria critica, e sono disposti secondo una strategia testuale che organizza parallelamente, sulle pagine, testo poetico e riferimenti bibliografici, questi proposti come generoso supplemento di scrittura che integra, tra le altre, le voci di Peggy McIntosh, Sara Ahmed, Robin DiAngelo, Saidiya Hartman, Manthia Diawara, Édouard Glissant, Charles Mills e quelle degli autori di un’ampia quantità di studi sociologici utilizzati come strumenti diagnostici nelle sezioni intitolate Fact Check, che contrappuntano tutto il testo in un gioco di rimandi tra fantasie e dati fattuali volto non solo a decostruire, ma anche a refutare i discorsi e le rivendicazioni razziste. In terzo luogo, ma con uguale importanza, il testo di Rankine attinge a un denso apparato figurativo popolare, quotidiano, anche banale, nutrito da manifestazioni di razzismo ordinario e generalmente inosservato, che qui viene utilizzato per esemplificare la profonda operatività del pregiudizio razziale e della sua rimozione, in una serie di passaggi che evidenziano le sedimentazioni di cui è fatta la storia.

Ed è proprio la coscienza storica razzista degli Stati Uniti a essere messa al centro simbolico delle riflessioni di Rankine, che “riscrive” le Note sullo Stato della Virginia (1871) di Thomas Jefferson – proprietario e commerciante di schiavi, oltre che padre fondatore della nazione – come Notes on the State of Whiteness. Ispirandosi alla tecnica chiamata “pentimento” sviluppata dall’artista e amico Sundeep Mukherjee, che consiste nel dissolvere senza mai cancellare completamente le immagini già fissate sulla tela, di modo che resti sulla superficie la traccia delle figure precedenti, Rankine riproduce il testo originale delle Note 14 e 19 di Jefferson dedicate agli schiavizzati e al problema della schiavitù, ripassando interi paragrafi di testo con uno sbiancamento che lascia intravedere le parole sottostanti e, allo stesso tempo, mette in risalto le affermazioni più profondamente razziste dello statista, fissate sulla pagina come nella storia nazionale. Un esempio per tutti, la frase, riferita agli schiavizzati: “Il loro dolore è passeggero”, che fluttua nera sullo sfondo avorio di un testo che si fa segno e sintetizza sulla pagina il processo di razzializzazione degli afroamericani, sedimentato nella storia politica e culturale nazionale e simbolizzato nelle parole di Jefferson. Ricorrendo all’integrazione di elementi visivi e discorsivi che contraddistinguono i suoi ambienti poetici post-linguistici, Rankine allude nuovamente all’affermazione di Zora Neale Hurston “I feel most colored when I am thrown against a sharp white background” (“mi sento di colore soprattutto quando vengo messa contro un muro bianco nitido”) incorporata nell’opera dell’artista Glenn Ligon (Untitled, 1990), con cui l’autrice ha intessuto una fitta trama di rimandi intertestuali e intermediali che risale almeno alla pubblicazione di Citizen. Questo richiamo le permette di evocare la struttura della raccolta precedente – orientata a interpellare un soggetto collettivo possibile, un “tu” che raccolga tutti gli offesi della storia razzista nazionale, ma anche di abbandonarne il tono confessionale dell’enunciazione lirica per portare invece in superficie l’epistemologia razzista delle Note, del pensiero di Jefferson e, per sineddoche, della tradizione illuminista che lo innerva.

Se non vedi la razza, non vedi il razzismo di Federica Fugazzotto

Dopo Citizen – in cui la poeta Claudia Rankine sfumava, attraverso una scrittura dall’impatto lirico folgorante, i confini tra prosa e poesia per esplorare ricordi, impressioni, speranze, e zone d’ombra sulla sua condizione di donna nera negli Stati Uniti, e un breve intervallo come drammaturga con l’opera The White Card: A Play (2019) – l’autrice torna a parlare di tensioni razziali, privilegio bianco, discriminazioni e contraddizioni nell’America di Donald Trump con Just Us. Una conversazione americana.

Just Us si prefigura fin dal titolo come un’opera complessa. Affidandosi alla citazione di Richard Pryor: “Scendi giù in cerca di giustizia, ecco che ci trovi just us, ‘solo noi’”, Rankine dichiara immediatamente il legame indissolubile tra just us, comunità di non bianchi, e l’intrinseca ricerca di justice, giustizia. In un intreccio di forme e linguaggi narrativi, saggistica, poesia, fotografia, cronaca e social media si fondono nel tentativo pressante di comprendere quello che, forse, comprendere non è possibile. Il libro di Rankine ci pone di fronte all’incessante necessità di metterci in discussione, di farci domande scomode. Poco importa se la ricerca di una risposta che dia senso al caos in cui siamo costretti ad abitare non possa che portare ad altri dubbi in una spirale infinita ed esasperata di “e se”: nel momento in cui smettiamo di interrogarci, Rankine ripete nel corso del libro, siamo sconfitti. “Rinunciare alla propria capacità di tentare ancora, di conversare ancora, di parlare, di interrogare, e di ascoltare, vuol dire farsi conniventi con la violenza di una struttura immutabile che combatte la vita e il movimento costante di ognuno di noi”.

In questo tumulto di riflessioni, il tema dell’identità assume un ruolo centrale. Cosa sanno i bianchi della loro bianchezza? Perché si sentono offesi da espressioni come “privilegio bianco” e “fragilità bianca”? Perché anche quando sembrano consapevoli, almeno a livello superficiale, di godere di una condizione di privilegio radicata storicamente nell’esercizio di un potere razzista, si sottraggono comunque a ogni ulteriore introspezione? Di cosa hanno paura? E se i bianchi vivono in una condizione di “bianchezza segregata”, con privilegi che non sono disposti ad ammettere in un ordine sociale architettato per favorirli in ogni modo possibile, in quale dimensione si collocano, si interroga Rankine, i neri? Ai suoi occhi, infatti, la questione dell’identità non si fa meno pressante nella comunità nera, abituata da secoli a filtrare la propria immagine attraverso lo sguardo dei bianchi. Uno sguardo completamente fuori fuoco, condizionato da stereotipi razzisti o, al contrario, affetto da color blindness, che finge quindi di non vedere differenza tra bianco e nero perché farlo significherebbe riconoscere le tensioni razziali e affrontarle. “Non sono forse una donna nera?”, chiede Rankine – citando Sojourner Truth – a un uomo bianco conosciuto su un aereo. “Non sei forse un uomo bianco? Non lo vedi? … Perché se non riesci a vedere la razza, non riesci a vedere neanche il razzismo”, conclude, affidandosi questa volta alle parole di Robin DiAngelo.

Non stupisce, dunque, il fascino dell’autrice per gli “spazi liminali”, a cui dedica ben tre sezioni del libro. A volte si tratta di spazi liminali nell’accezione più letterale del termine (aeroporti, stazioni, mezzi di traporto) ma più spesso sono spazi di confine tra l’esistenza e la non esistenza, tra il detto e il non detto, tra un passato insanguinato e un futuro incerto. Quale futuro può esserci per una nazione che teme il confronto, distoglie lo sguardo dal sangue su cui è fondata e isola nella “morte sociale” le persone non bianche? Rankine stessa ammette che la sua tendenza a ridurre la questione razziale a un confronto tra bianchi e neri l’ha portata a relegare per troppo tempo in secondo piano le discriminazioni contro la comunità latina e asiatica e a non comprendere pienamente le lotte di chi, in un paese che a malapena ne riconosce l’esistenza, non si indentifica né come bianco né come nero.

Just Us è un libro denso, che travolge, ci lascia confusi, storditi, sovraccarichi, inclini a mettere in discussione qualsiasi comprensione pensassimo di aver faticosamente sviluppato non solo degli Stati Uniti ma del mondo. Di risposte, infatti, Rankine non ce ne offre. Solo domande e un’invocazione: “Le nostre vite potrebbero mettere in scena un amore della lettura attenta di ciò che ciascuno è, l’amore di ‘uno’ di nuova formazione, di nuova concezione, fatto di pubblici oscuri ma percepiti e innominati in un futuro ancora da immaginare. Ciò che so è che un desiderio indefinito di un futuro altro da quel che sembra dare forma ai nostri giorni mi porta a sedermi a qualunque tavolo per sporgermi, farmi avanti, per ascoltare, rispondere, aspettare la risposta di ogni altra persona. Ditemi qualcosa, una cosa, la cosa, ditemi quella cosa”.