Costi, bugie, limiti del green new deal

L’ambiente è una dimensione finita

di Salvatore Coluccia

Transizione è una parola che incontriamo ormai in qualunque contesto, sia che si parli di energia, dei nostri consumi quotidiani, della scarsità delle risorse del pianeta e, in definitiva, degli effetti che tutto ciò ha sull’ambiente. In realtà è molto di più di una parola, è una esortazione, che per la sua ripetitività rischia di essere banalizzata, di perdere il senso di necessità e urgenza. La politica, i partiti e il governo, contribuiscono pesantemente a questa deriva: ogni provvedimento è per realizzare una “transizione”: energetica, industriale, agricola, nell’organizzazione scolastica, della pubblica amministrazione e così via. La banalizzazione è un pericolo serio, potrebbe farci abbassare la guardia rispetto all’individuazione degli obbiettivi, ai tempi e ai modi per realizzarli. In definitiva, se la situazione è complessa come sostengono i “soliti” ambientalisti, se i problemi si sono sviluppati nell’arco di due-trecento anni, possiamo davvero fare qualcosa per rimediare? E soprattutto, possiamo davvero rimediare nell’arco di due-tre decenni come ormai ci impongono gli organismi internazionali e le politiche nazionali? Per fortuna la realtà del riscaldamento globale, che sia tutto o solo parzialmente conseguenza delle attività umane, non è più seriamente contestata e i suoi effetti si sperimentano direttamente o attraverso le quotidiane documentazioni dei media. È un contributo prezioso, come è prezioso il contributo di tanti saggi che con crescente frequenza arricchiscono la capacità di valutare, in modo più meditato e autonomo, i livelli di necessità e di urgenza degli interventi da intraprendere.

È il caso dei quattro volumi che qui segnaliamo: affrontano aspetti apparentemente molto distanti, ma colpisce il fatto che, tutti, mettono l’uomo al centro, non solo e non tanto come responsabile e vittima degli sconvolgimenti ambientali, ma come componente non dissimile dagli altri, animali, vegetali, rocce, mari, ghiacciai, protagonisti dell’Antropocene. I destini sono intimamente intrecciati: o ci salviamo tutti, o i più complessi e delicati sono in serio pericolo di estinzione, come d’altronde è avvenuto più volte in passato.

Solo che questa volta ce la saremmo cercata proprio noi, per avidità e ignavia.

Stella Levantesi, giornalista e fotografa, formata alla scuola di giornalismo della New York University, nel suo I bugiardi del clima affronta un tema cruciale: quali sono i miti, le radici e i meccanismi del negazionismo? Descrive la grande macchina del negazionismo, con i suoi strumenti di manipolazione collaudati da decenni quali il gaslighting descritto in un film del 1938, l’advertorial che fa apparire una pubblicità come un contenuto editoriale, il greenwashing e il whitewhashing. Naturalmente sono aggiornati ai fini attuali e soprattutto alle necessità dei committenti: le grandi compagnie petrolifere e le altre che traggono i loro profitti da prodotti che causano il riscaldamento globale. Le somme impiegate sono enormi, miliardi di dollari all’anno, e le strategie sottili. Si finanzia il negazionismo e contemporaneamente si annunciano investimenti per ridurre le emissioni, compiacendo il pubblico, mentre si continua ad accumulare profitti con i combustibili fossili. Vengono creati e finanziati gruppi quali il Clintel che nel 2019 raccolse cinquecento firme sotto una lettera intitolata European Declaration: There Is No Climate Emergency inviata all’Onu e all’Unione Europea con l’affermazione che non c’è nessuna emergenza climatica e che la CO2 è cibo per piante. Cento di quelle firme erano italiane e la lettera fu presentata in Senato da Maurizio Gasparri di Forza Italia e da Vito Comencini della Lega. Lo scopo era evidente: contrastare l’azione politica o almeno rallentare l’eventuale impegno dei governi sul cambiamento climatico. Oggi sappiamo che non possiamo parlare solo delle soluzioni, ma anche dei tempi e, che dobbiamo contrastare due grandi bugie: la prima è che l’emergenza climatica non sia di origine antropica, la seconda è che tutti ne siamo ugualmente colpevoli. È falso! Grandi forze si muovono per nascondere la realtà e le responsabilità. In conclusione, si può riportare la citazione di un discorso del naturalista Sir David Attenborough che alla Royal Society nel 2013 disse: “Abbiamo un ambiente finito, il Pianeta. Chiunque creda che si possa avere una crescita infinita in un ambiente finito o è un pazzo o è un economista”. Si potrebbe aggiungere che potrebbe anche essere un negazionista.

Filosofia tra i ghiacci - Meltemi EditoreMatteo Oreggioni, filosofo, insegnante e divulgatore scientifico, è anche operatore del Servizio glaciologico lombardo. Fotografa e studia i ghiacciai. Ha scritto Filosofia tra i ghiacci. Le passioni per la filosofia e per l’osservazione dell’ambiente si sono fuse portandolo a una visione della crisi ecologica molto originale. Si accetta questo intreccio, perché è subito chiaro che i ghiacciai sono vivi, crescono e si ritirano, coprono, scoprono e plasmano il territorio, “sono, come la filosofia, sensibili termometri della nostra meraviglia e della nostra paura”. I ghiacciai si ritraggono. Ogni anno scompaiono un miliardo di miliardi di tonnellate di ghiaccio. Già oggi è come se i ghiacciai costituissero dei fossili climatici e ci interrogano se non dovremmo cominciare a pensare noi stessi, umani, allo stesso modo: fossili di un ambiente che si ritrae. In realtà il “noi” e i “nostri” sono molto riduttivi perché in questa deriva trasciniamo tutto il pianeta. Sembra esagerato? Ebbene, ci vorrebbero le risorse di cinque pianeti Terra per garantire a tutti gli umani il consumo di energia di un cittadino nordamericano medio. Già oggi, l’intera umanità, nonostante le tragiche diseguaglianze tra le varie parti del mondo e tra i diversi ceti sociali, preleva molto di più di quanto il pianeta è in grado di produrre e smaltire. La scienza misura ciò che accade, ma qual è la nostra percezione? Riusciamo a coglierne la radicalità? I ghiacciai sono iper-oggetti che raccontano la complessità degli eventi dell’Antropocene. Il loro messaggio è che, ormai, è impossibile invertire la rotta, e dobbiamo convivere con la crisi quotidiana. Dobbiamo porci la domanda: come esistere alla fine del mondo e vivere bene? Emergono due parole per indicare i necessari comportamenti futuri, adattamento e mitigazione, che non possono però essere intese come esortazioni per atteggiamenti individuali, necessari comunque, ma impotenti in mancanza di scelte politiche nazionali e sovranazionali che adeguino i comportamenti collettivi alle necessità della svolta. Una luce di speranza, in una visione complessivamente piuttosto cupa.

L'era degli scarti, Marco Armiero. Giulio Einaudi Editore - Passaggi EinaudiL’era degli scarti, di Marco Armiero, dell’Istituto di studi sul Mediterraneo del Consiglio nazionale delle ricerche, descrive l’evoluzione dell’Antropocene in quella che propone di chiamare Wasteocene. Questo nuovo termine, egli suggerisce, meglio descrive la crisi socioecologica che stiamo vivendo, caratterizzata dalla esplosiva produzione di “scarti”, che non sono solo gli oggetti eliminati dalla forsennata rincorsa consumistica delle nostre società, ma buona parte delle persone stesse, di comunità e di luoghi dove gli scarti “umani” e ”materiali” si accumulano, tutto diventando scarto. La nostra realtà è plasmata da wasting relationships che, per loro stessa natura, producono esclusioni e diseguaglianze. C’è una storia dell’Antropocene, del suo primo emergere, più lontano di quanto non si creda usualmente. Merita di essere ripercorsa, come fa Armiero, per comprendere l’esito davvero devastante delle attività umane oggi, con effetti dominanti sulle condizioni fisiche del pianeta. Si comprende anche meglio l’intima connessione con il Wasteocene che è la manifestazione palpabile della storia dell’Antropocene, generato attraverso eventi che, in modi diversissimi ma sempre traumatici, hanno modulato il territorio e la struttura dei gruppi sociali coinvolti. Le storie sono tante, ma cito soltanto il disastro del Vajont e le epidemie a Napoli, per gli effetti drammaticamente leggibili sui territori e sulla organizzazione urbana, sempre accompagnati dalla marginalizzazione di corpi sociali coinvolti. Queste, e tutte le altre, sono storie di contrasto fra il mondo dei detriti e il mondo della perfezione. La congiunzione e la demarcazione dei due mondi mostrano plasticamente che nel Wasteocene sono le relazioni socio-ecologiche che creano entrambi. Rileggendo questo libro per poterne scrivere, noto che la storia di un ragazzo ne riassume iconicamente il senso. Ciro, un compagno delle elementari dell’autore, si addormentava sempre in classe perché di notte “andava a fare”, cioè raccogliere, i cartoni dai mucchi della spazzatura nelle strade di Napoli. Presto Ciro scomparve dalla scuola per non tornare mai più. Altri scolari diventarono professori e professionisti. Ecco nata la demarcazione tra i due mondi contigui. Pino Daniele ha parlato poeticamente del cartolaio di Napoli, sarebbe anche un bel soggetto di un film.

A planet to win. Perché ci serve un Green New Deal - Kate Aronoff - Alyssa  Battistoni - - Libro - Momo Edizioni - xXx | IBSA Planet to win – Perché ci serve un Green New Deal di Kate Aronoff, Alyssa Battistoni, Daniel Aldana Cohen, Thea Riofrancos chiude queste riflessioni. Si tratta dichiaratamente di un manifesto politico introdotto da una Prefazione di Naomi Klein che ricorda che il Green New Deal apparve sulla scena politica nel novembre del 2018. L’occasione fu un sit-in di giovani ambientalisti nello studio di Nancy Pelosi, che lo liquidò definendolo “Green Dream”, privo di ogni possibilità di attuazione. Il movimento non si arrese e anzi rivendicò la dimensione di “sogno”, necessario per alimentare una militanza diffusa e organizzata in grado di rivendicare politiche di contrasto alla gravissima crisi ambientale che ci sovrasta. L’analisi di eventi ambientali estremi, dagli uragani in Florida agli incendi in California causati da reti elettriche vecchie e mal tenute, guida alla formulazione di un progetto che in quattro capitoli affronta i temi essenziali proponendo soluzioni tutte rivolte a un nuovo rapporto con il nostro pianeta e alla eliminazione degli effetti clima-alteranti: 1 l’energia, che deve essere verde e pubblica, 2 il lavoro e la classe lavoratrice, 3 l’ambiente urbanizzato (la casa girasole!), 4 l’approvvigionamento di risorse minerarie che, se non inquadrato in un nuovo internazionalismo, esaspera i danni sociali e ambientali. I costi della transizione verde sono enormi, ma non eludibili e non compatibili con l’attuale sistema economico e sociale. Richiedono spesa pubblica e politiche nazionali centrate su nuove relazioni sociali, solidali ed egualitarie. Sembra un sogno? No, è una necessità. Qualcosa di simile è già successo e parzialmente realizzato, anche se poi abbandonato. Il New Deal rooseveltiano originario è un riferimento costante, ma oggi è richiesto un Green New Deal e, anzi, vista la profondità e l’accelerazione dei fenomeni che compromettono i meccanismi di funzionamento del nostro pianeta, deve essere un Green New Deal Radicale. L’illusione che esistano scorciatoie o che la gradualità possa essere guida efficace alle scelte politiche sarebbe colpevole. Non c’è tempo!

Ancora una volta osservo che per trovare una declinazione serena della parola socialismo, si deve ricorrere alle elaborazioni della sinistra radicale americana.

salvatore.coluccia@unito.it

S. Coluccia è professore emerito di chimica fisica all’Università di Torino