Ernaux: il caso e l’omologazione critica costruita sull’emotività

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Tutti pazzi per Annie

di Claudia Zunino

dal numero di Luglio/agosto 2017

La copertina rosa di Memoria di ragazza, l’ultimo libro di Annie Ernaux, è in questi giorni tra le pagine culturali di molti quotidiani. Autrice francese pubblicata da Gallimard, è stata due anni fa un ottimo trampolino di lancio per una bella casa editrice di Roma. L’Orma editore nel suo momento fondativo si accorge che questa scrittrice, celebrata in patria, in Italia è pressoché sconosciuta. Ne acquisisce i diritti. Lorenzo Flabbi, uno dei due soci fondatori, ne fa eleganti e curate traduzioni. Dal 2014 ad oggi escono quattro libri. Vengono ben accolti dalla critica giornalistica così come dal pubblico.

Nel maggio 2017 esce Memoria di ragazza (ed.orig. 2013, pp. 256, euro 15,30). Non è né un romanzo né un memoriale autobiografico ma una sorta di lapidazione letteraria che l’autrice si autoinfligge. Con un tono da confessione Annie Ernaux riesuma le sue prime esperienze erotiche post-adolescenziali, fatte di innamoramento e abbandono, derisione collettiva e vergogna. Durante un’estate in colonia si innamora del primo che la prende. Abbandonata il giorno dopo, nell’incredulità e sofferenza si butta tra le braccia di chi le capita. Qualsiasi carezza purché accarezzi, qualsiasi bocca purché baci. Toccare per provare, per capire. Ma non sente né amore né piacere. Quell’abbandono prima del tempo, prima di fare una vera esperienza erotica o sentimentale che sia, è il trauma attorno a cui verte buona parte della narrazione, un trauma di superficie, raccontato con un tono di lamentazione che affatica parecchio la pagina.

Ma c’è un altro trauma, meno comune eppure tragicamente universale: la vergogna dell’essere umano che viene isolato e deriso dal gruppo. Come spesso accade quando si è troppo giovani e inesperti la protagonista non sa gestire l’improvvisa ostilità collettiva. Trattata da ragazza facile per un’intera estate ne uscirà bulimica e amenorroica. Il lettore a tratti è un confessore, a tratti lo psicanalista. Confessione, trauma, lamentazione, confessione, trauma, lamentazione. Le pagine si susseguono così, a fatica. La trama è intervallata ogni poche pagine da interferenze interrogative sul percorso intrapreso dall’autrice, sul perché stia scrivendo di ciò di cui sta scrivendo, chi è la ragazza descritta, chi è la donna scrittrice di oggi, cos’è il passato, cos’è il presente. E il futuro? Chissà. “Scavare fino in fondo in quel 1958 significa accettare la polverizzazione delle interpretazioni accumulate nel corso degli anni. Non appianare nulla. Non costruisco un personaggio di finzione. Decostruisco la ragazza che sono stata”. E le figure sono sacrificate, piatte, asettiche. “Un sospetto: quello di aver voluto, oscuramente, dispiegare questo momento della mia vita per testare i limiti della scrittura, spingere all’estremo la colluttazione con il reale”. Annie Ernaux sembra così spesso ossessionata dal suo stesso scrivere al passato, c’è sempre come un atto di coercizione che sottende le sue pagine: un tentativo continuo e impossibile di annientare il tempo che separa il vissuto dalla narrazione autobiografica. Comprimere l’io narrativo nell’io autobiografico, alla ricerca di “un presente anteriore”, senza però passare attraverso la finzione letteraria. “Non posso fermarmi finché non avrò raggiunto un certo punto del passato che, in questo momento, è il futuro della mia narrazione. Finché non sarò arrivata alla fine dei due anni successivi alla colonia. Qui, davanti al mio foglio, quegli anni non appartengono al mio passato, ma, profondamente, se non realmente, al mio futuro”. “Dovrei continuamente passare da un punto di vista all’altro, da quello del 1958 a quello del 2014? Sogno una frase capace di contenerli entrambi, senza frizioni, grazie al semplice meccanismo di una nuova sintassi”. Ripetitività, ossessione. E toni categorici di teoria letteraria: “Ci sono solo due tipi di letteratura, quella che rappresenta e quella che cerca, e l’una non vale più dell’altra se non per colui che sceglie di dedicarsi all’una piuttosto che all’altra”. Una concezione decisamente in bianco e nero della letteratura, senza dimenticare che la letteratura spesso rappresentando cerca e viceversa. E soprattutto trova, cosa che in questo libro di Ernaux sembra raramente accadere.

Se esistesse uno spazio per recensioni epigrafiche, questo libro starebbe sotto la voce “noioso”. Le trame sono scarne, disossate, come se l’autrice preferisse svuotare la narrazione per provare a toccare, a coincidere con quel tempo ormai perduto. Intere pagine occupate da monologhi introspettivi, fino a far diventare la scrittrice la vera protagonista della narrazione e non la ragazza degli anni cinquanta. La ragazza di ieri rivissuta dalla donna âgée di oggi, che si guarda scrivere, che si pensa scrivere, alla ricerca disperata di un’origine e di uno scopo da cui scaturisca il perché della scrittura. L’effetto è incerto. Stupisce allora vedere un’accoglienza positiva così omologata spargersi su tutte le pagine culturali. Nelle ultime settimane si sono alternati piatti riassunti a recensioni sentimentali, confermando la tendenza di molta critica letteraria da giornale di questi anni. Solo aggettivi entusiastici e emozionali, non una critica, non una nota, non un disappunto o una sottolineatura.

E interessante per osservare i nostri tempi critici è proprio la recensione che Daria Bignardi ha fatto di Memoria di ragazza di Ernaux su “TuttoLibri” (13 maggio). Scrive: “Mi sono innamorata di Annie Ernaux come da giovani ci si innamora di quei tipi affascinanti che fai di tutto per evitare intuendo che ti piaceranno troppo, e quando poi li incontri te ne innamori davvero, pazzamente, e ti convinci di averli capiti solo tu, che stessero aspettando solo te, esistessero solo per te”. L’amore, il sentimento per eccellenza, diventa la lente d’osservazione che la giornalista sceglie per esprimere il proprio giudizio. Da critica letteraria a critica emotiva. “Avevo letto recensioni così belle sul suo lavoro che istintivamente me ne tenevo alla larga”. Ma le viene regalato un libro di Ernaux, Gli anni. Quella lettura la annoia dopo poche pagine e lo abbandona a un destino da comodino e polvere. “Scrive benissimo, sì, ma non è un po’ noiosa, un po’ fredda?”, chiede a chi gliel’ha regalato. Poi questo amore non partito si ripresenta sui suoi tavoli e viene invitata a presentare l’autrice al Salone del Libro di Torino. L’esperienza suggella un amore letterario inizialmente incompreso. Ormai è fatta. Quanta emozione.

clo.zunino@gmail.com

C Zunino è francesista

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