Femminicidi: un’idea di normalità che uccide

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Gli uomini che ammazzano le donne non sono né malati né innamorati

di Guliana Olivero

dal numero di luglio/agosto 2013

Riccardo Iacona
SE QUESTI SONO GLI UOMINI
 pp. 258, € 13,90
Chiarelettere, Milano 2012

Serena Dandini,
FERITE A MORTE
pp. 216, € 15
Rizzoli, Milano 2013

Rossella Diaz e Luciano Garofano
I LABIRINTI DEL MALE
FEMMINICIDIO, STALKING E VIOLENZA SULLE DONNE: CHE COSA SONO, COME DIFENDERSI
pp. 176, € 14
Infinito, Modena 2013

Loredana Lipperini e Michela Murgia
“L’HO UCCISA PERCHÉ L’AMAVO”. FALSO!
 pp. 85, € 9
Laterza, Roma-Bari 2013

QUESTO NON È AMORE. VENTI STORIE RACCONTANO LA VIOLENZA DOMESTICA SULLE DONNE
a cura di La 27esima ora
pp. 266, € 16,50
Marsilio, Venezia 2013

Cinzia Tani
MIA PER SEMPRE. QUANDO LUI UCCIDE PER RABBIA, VENDETTA, GELOSIA
pp. 186, € 17
Mondadori, Milano 2013

Blackout, luce che si spegne, o si accende, cortocircuito, furia “cieca”, gelosia “cieca”, raptus, insanità mentale, sia come “attimi di follia inspiegabili” o “problemi psichiatrici certificati”: non parliamo di nulla di tutto questo quando parliamo di violenza contro le donne. Ed è fastidioso continuare a leggere o ascoltare i più vari e disparati, ma sempre semplicistici, abbinamenti di simili categorie sui media, attualmente molto focalizzati su questo fenomeno terribile dai contorni complessi. Non è facile stabilire se l’attenzione mediatica sia d’aiuto alle vittime, in particolare a purtroppo ancora tante potenziali e future vittime (e forse del tutto ininfluente sui perpetratori?), sicuramente esprime solidarietà ed è utile quando, seriamente e senza banalizzare, agisce puntando a sensibilizzare le comunità (e le istituzioni, per quanto di loro competenza), nell’intento di modificare, o almeno iniziare finalmente a mettere in discussione, i modelli culturali che sono alla base della cosiddetta violenza di genere.

9788858107300Sì, perché non basta inorridire di fronte all’ennesima vicenda di ferocia maschile verso una donna (omicidi che per efferatezza talvolta nulla hanno da invidiare a quelli delle mafie, con deturpazioni, torture, fisiche o psicologiche) e poi definirla “crimine passionale”, magari in un bel titolo a caratteri cubitali. Questo non è altro che un modo, occulto dunque più bieco, di giustificarla (forse inconsapevolmente, ma questo non rende meno colpevoli). Occorre invece riconoscere il fatto che certi (tanti?) uomini si sentono pienamente legittimati a commettere le violenze che commettono contro le donne, e cercare di individuare i “veri” perché di questo, vale a dire quei costrutti culturali, sociali, scientifici, storici, a volte persino archetipici, che rimandano a responsabilità più generali, senza con questo voler affatto minimizzare le responsabilità, morali e soprattutto penali, del singolo individuo criminale.

È su questa linea che si muovono Loredana Lipperini e Michela Murgia, scegliendo per il loro pamphlet un titolo tra virgolette che richiama appunto la giustificazione classica, e classicamente presente sui media, di chi uccide una moglie, una compagna, una fidanzata. Le autrici toccano molti aspetti del fenomeno, sottolineando i tanti stereotipi duri a morire che ne sono alla base (“Uomini forti e donne deboli, uomini predatori e donne prede”, “Le bambine docili e accudenti, i bambini forti e furiosi”) e, spesso con sarcasmo, insistono sul modo ideologico con cui i media italiani di fatto assolvono i perpetratori. Alla domanda “perché un uomo apparentemente sano di mente dovrebbe uccidere una donna che conosce, che frequenta o frequentava, che ha sposato” ecc., le risposte possibili “sembrano essere solo due, spesso combinate ed entrambe residenti nell’area instabile dell’incontrollabilità razionale”: l’amore e la malattia. E se qualche volta capita di leggere che dietro alla morte delle donne ci sia invece “una cultura che assegna loro un minor valore umano e un ruolo sociale subordinato, normalizzando la loro soppressione quando se ne discostano, (…) l’editoriale controcorrente lo scorreranno in pochi, ma la storiaccia in cronaca nera la leggeranno tutti, convincendosi ulteriormente che la prima causa della morte violenta delle donne sia di volta in volta l’amore di uomini malati oppure la malattia di uomini innamorati”.

Ovviamente la violenza di genere è un fenomeno mondiale, trasversale alle nazioni, alle culture, alle religioni, alle classi sociali (anche se con incidenze più elevate in contesti degradati). È addirittura un caso nel quale un termine coniato in un’area “sottosviluppata”, cioè “femminicidio”, inizialmente riferito alle stragi di donne che dagli anni novanta avvengono nelle zone messicane di confine con gli Stati Uniti, è stato poi adottato ovunque, anche a indicare fenomeni del tutto diversi fra loro. Proprio sulle migliaia di ragazze (violentate e) uccise a Ciudad Juárez, scriveva ad esempio Sergio González Rodríguez nel suo bellissimo Ossa nel deserto (Adelphi, 2006; cfr. “L’Indice”, 2006, n. 9) che la principale delle cause è l’ideologia patriarcale dominante, che permea tutti gli ambiti della vita politica e sociale, incluso il sistema educativo e quello giudiziario. Un’analisi tranquillamente esportabile in molti ambiti del mondo “sviluppato”. E il termine femminicidio compare ormai anche sulle copertine dei libri, come quello di Rossella Diaz e Luciano Garofano, che, oltre a presentare storie emblematiche, offre una riflessione sullo stalking e molti dati generali. Storie e riflessioni sono raccolte pure nei volumi di Cinzia Tani e della 27esima ora, il blog sul tema curato da un gruppo di giornaliste del “Corriere della Sera”. Mentre Roberto Iacona, nel presentare le sue acute interviste a familiari e conoscenti delle vittime che consentono di inquadrare socialmente e culturalmente i casi di violenza trattati, parla senza mezzi termini di “guerra”, “di uomini che si armano per uccidere le loro donne”, di una guerra che ha “un obiettivo immediato: annientare, ridurre al silenzio la donna che ha osato alzare la testa, che ha detto no (…) e un obiettivo strategico, più a lungo termine: impedire alle donne in Italia di essere libere di scegliere, di vivere, di amare”.

L’ideologia patriarcale risale ovviamente alla notte dei tempi e, per restare all’Occidente, ha percorso la storia del matrimonio e della famiglia (nonché la Storia della violenza coniugale, sottotitolo di Nozze di sangue di Marco Cavina, Laterza, 2011; cfr. “L’Indice”, 2011, n. 11), fino all’invenzione dell’amore romantico, cioè la reciproca libera scelta dei coniugi, motivata dal conferire un’aura moderna e democratica alla famiglia. Sempre però con i più svariati censori (maschili) attenti a sancire i “delitti contro la morale”.

Pensiamo a tutte le donne colpevoli di comportamenti sessuali liberi, socialmente inaccettabili, mandate in manicomio dai padri, dai mariti, dai fratelli, dai preti, e anche dalle madri, ancora fino agli anni settanta, o a teorizzazioni “medico-scientifiche” come l’isteria e la ninfomania, a quella “psicologia delle ovaie” provocatoriamente definita come tale dalla sociologa americana Barbara Ehrenreich (Le streghe siamo noi. Il ruolo della medicina nella repressione della donna, La Salamandra, 1975). La matrice è la stessa che fa sentire un uomo autorizzato ad ammazzare una donna.

Tutto questo non è stato spazzato via semplicemente dal trascorrere del tempo, come spesso si tende a credere o a dare per scontato, da un’“evoluzione dei costumi” avvenuta quasi da sé, da un inesorabile avanzare della modernità letto ancora e sempre in chiave positivista. Certo, un fortissimo e imprescindibile momento di rottura è stato il femminismo, negli anni settanta, ma poi? Fino a che livello di profondità quelle idee sono penetrate?

Perché, alla fin fine, tutto, in questo particolare tipo di violenza, assolutamente tutto ruota intorno alla libertà sessuale delle donne, molto spesso vista – ancora oggi e ancora nel mondo occidentale – come un comportamento “deviante” (anche se, almeno in certi contesti, ciò non viene detto apertamente, il che è ancora più grave, per via di una sorta di “pudore imposto” dal politicamente corretto, dalla paura di apparire primitivi, dalle leggi, dalla convenienza quando ci si trova magari in tribunale, non certo per l’effettiva elaborazione di un pensiero). Tutto ruota intorno all’idea, inaccettabile per determinati uomini, che la sessualità delle donne sia un aspetto su cui le donne stesse non possano e non debbano avere il controllo.

Dunque residui (se tali vogliamo chiamarli) di arcaismo e nuovi narcisismi contemporanei, “dal vetero-macho al confuso-angosciato” (http://27esimaora.corriere.it/). Forse tanti uomini, probabilmente la maggior parte, non oltrepasseranno mai la soglia della violenza, ma si riconoscono comunque in questo modello culturale. Il femminicidio è solo la conseguenza logica, per quanto estrema, di rapporti diseguali fra uomini e donne, espressione di un sistema culturale e sociale che produce questa stessa violenza: vero, solo che ormai anche questi sono un po’ degli slogan, e come tutti gli slogan rischiano di diventare dei gusci vuoti. La complessità sta nell’individuare altri livelli ideologici sottesi al fenomeno, a volte esibiti a volte sotterranei, presenti a vari livelli di consapevolezza, ma che costituiscono sempre e comunque un pensiero ancora molto largamente condiviso: la nozione che esista una normalità rappresentata dalla famiglia tradizionale (secondo le varie tradizioni), sacralmente vincolante (secondo le varie religioni, ma talvolta anche laicamente sacra), naturale (qui solo a senso unico, eterosessuale, meglio se legalizzata). Nulla è così fuorviante come immaginare (e veicolare nei media) questo vasto, diffuso, stramaggioritario blocco sociale di ordine, di matrimoni con rapporti equilibrati e felici, e poi qualche caso limite in cui, chissà perché, “si perde il controllo”: esiste una gradazione di sfumature, che percorre parallela tutte le forme di violenza, che va da un giudizio espresso nella mente di un uomo sulla supposta moralità di una donna (anche se nella mente rimane, inespresso a parole) all’omicidio, senza soluzione di continuità. E occorrono interventi di tipo politico (nel senso inglese di policy e anche nel senso più strettamente legislativo, insomma, buone pratiche e buone leggi), interventi di tipo culturale, educativo- pedagogico, per sradicare la gamma deleteria di queste sfumature. E occorre prima di tutto riconoscere (e veicolare nei media) che la famiglia, con tutta l’importanza sociale che può avere come istituzione, se viene teorizzata, strutturata, sostenuta in questi termini, diventa non solo il luogo d’elezione, bensì la causa stessa della violenza di genere. Occorre un’azione culturale imponente (fondata inizialmente, per forza di cose, su meccanismi premianti/punitivi) di portata tale da modificare radicalmente i giudizi morali sui comportamenti relazionali e sessuali delle donne (e degli uomini).

Dare voce alle vittime scomparse è l’intento dei monologhi di Serena Dandini, che ha “immaginato un paradiso popolato da queste donne e dalla loro energia vitale”. Una metaforica vitalità post mortem che richiama una potente immagine cinematografica di empowerment femminile: la splendida Uma Thurman che, in Kill Bill 2 di Quentin Tarantino, inizialmente si trova in preda al panico per essere stata sepolta viva, poi ripensa alle parole del suo maestro, “Non è la tua mano che deve temere il legno ma il legno che deve temere la tua mano, altrimenti è come se ti arrendessi ancora prima di cominciare”, e allora riesce a calmarsi, recupera una lama dallo stivale, si libera le mani e, quando sta per sferrare il primo pugno al legno, dice: “Ecco, sono pronta”. Quindi, un pugno dopo l’altro, esce dalla bara, riemerge dalla terra. Salva. Più forte. Libera. Come tutte le donne devono essere.

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