Johann Wolfgang Goethe – Dalla mia vita. Poesia e verità

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Le mille e una notte della mia folle vita

recensione di Fabrizio Campi

dal numero di novembre 2018

Johann Wolfgang Goethe
DALLA MIA VITA
Poesia e verità
a cura di Enrico Ganni, introd. di Klaus- Detlef Müller
pp.XL-762, € 85
Torino, Einaudi 2018

Johann Wolfgang Goethe – Dalla mia vita“Il maggior servizio che posso rendere alla mia patria è che, procedendo nella mia opera biografica, continui a descrivere con sobrietà e precisione le trasformazioni della cultura morale, estetica e filosofica di cui sono stato testimone”, scriveva Goethe al diplomatico Franz Bernhard von Bucholtz nel febbraio 1814 dopo aver completato la terza parte dell’autobiografia Dalla mia vita. Poesia e verità. In questa affermazione lo scrittore, forte della distanza storica dalla sua giovinezza e dall’alto della sua indiscussa autorità, riassumeva il compito doveroso di far comprendere le dinamiche culturali di un’epoca passata, quella della sua formazione nella seconda metà del Settecento. Occorre partire dal binomio di Dichtung und Wahrheit per comprendere le motivazioni e le numerose giustificazioni sparse negli epistolari dell’autobiografia goethiana, proposta in una nuova edizione italiana, nell’ottima versione di Enrico Ganni, che ha curato anche l’apparato critico, e con l’introduzione di Klaus-Detlev Müller. La genesi dell’opera cade fra il 1806 e il 1808, in anni infausti per le conseguenze delle battaglie di Jena e Auerstädt e non rallegrati dalla “frettolosa” pubblicazione della seconda edizione completa degli scritti in dodici volumi. L’avevano accelerata i saccheggi di Weimar nell’ottobre 1806 accrescendo così in Goethe la percezione di incompiutezza e di frammentarietà delle sue opere e alimentando la necessità di comporre in unità “i frammenti di una vita intera”, spesso mediati dalla letteratura, secondo il principio estetico-esistenziale dello Zusammenhang, di una contestualità ricercata e rappresentata nella sua opera. La nota considerazione, inserita nella densa rassegna storico-letteraria del libro settimo, che fa da cornice al suo farsi poeta, secondo la quale “tutto ciò che di mio è stato reso pubblico è solo il frammento di una grande confessione che questo libretto tenta arditamente di completare”, chiarisce l’intreccio fra poesia come confessione frammentaria e autobiografia che fa da mediatrice dell’opera rendendo perspicuo il nesso dinamico fra individualità, forgiata dalle esperienze, e gli accadimenti storici. Non c’è equivalenza fra i due generi ma Goethe ne rivendica la contiguità intravedendo nella rappresentazione autobiografica “una verità superiore” data da “alcuni simboli della vita umana” che il poeta con la sua centralità ricettiva e metamorfica sa esprimere.

Il progetto autobiografico è alimentato in Goethe, alla soglia dei sessanta anni, oltre che dalla consapevolezza di una disincantata storicità acquisita e del proprio contributo alla poesia tedesca cui ancora “mancava un contenuto profondo, e precisamente un contenuto nazionale”, anche dal “grande vuoto” lasciato dalla morte di Schiller nel 1805 e quindi dal “dovere di preservare nel ricordo ciò che pare scomparso per sempre”. Nel rapporto osmotico di riflessione e memoria Goethe si assume il compito morale di ripercorrere le esperienze formative giovanili, vissute secondo ottimistiche coordinate ideologiche, metabolizzandole ermeneuticamente, intenzionato a “mostrare come ogni epoca tenta di reprimere e superare quella precedente invece di esserle grato per gli stimoli, le conoscenze e la tradizione che essa tramanda”. Va ricordato inoltre che in questi anni Goethe si dedica anche a lavori biografici, in particolare pubblicando nel 1805 il noto profilo di Winckelmann e documentandosi sulle autobiografie rinascimentali di Cellini, Montaigne e Cardano. Dal secondo capitolo del De propria vita di quest’ultimo trae l’altisonante quanto autoironico incipit astrologico della propria nascita.

I venti libri dell’autobiografia, distribuiti in quattro parti, di cui le prime tre furono date alle stampe nel 1811, 1812 e 1814, coprono un periodo di ventisei anni, fino al 1775, quando Goethe matura la decisione di trasferirsi a Weimar, contrariamente a quanto previsto dallo Schema biografico iniziale, risalente al 1809, e alle intenzioni ribadite in anni successivi di “ricapitolare in modo approfondito la propria vita e il proprio essere” fino al 1793. Saranno scorporati e resi autonomi grandi segmenti autobiografici, il Viaggio in Italia, la Campagna di Francia e L’assedio di Magonza. Con Poesia e verità Goethe rinnova in modo sostanziale le modalità compositive del genere autobiografico soprattutto per l’impostazione narrativa che assorbe l’autobiografismo erudito-espositivo e si illumina di rifrazioni e rispecchiamenti con la letteratura romanzesca confermando la brillante definizione della sua opera: “le Mille e una notte della mia folle vita”. Avvalendosi di ricordi e ricostruzioni di amici e conoscenti, di fonti e documentazioni, Goethe compone con “determinatezza e precisione”, con elegante cura del dettaglio e anche con “sano umorismo” un affresco degli anni giovanili in cui rapporti familiari, incontri, frequentazioni, interessi, amori, studi, progetti letterari, giudizi e profili di scrittori interagiscono con eventi storici e politici come l’incoronazione sul Römerberg di Giuseppe II nel 1764, rivissuta dopo la recente estinzione del Sacro romano impero, ma descritta in modo magistrale con gli occhi di un quindicenne. Poesia e verità non solo è un libro “destinato a colmare le lacune della vita di un autore”, ma per il lettore contemporaneo anche una guida, per quanto soggettiva, per orientarsi nella stagione fra illuminismo e Sturm und Drang nel contesto della cultura europea.

fabcampi@gmail.com

F Cambi è germanista

Ciò che non si ottiene da giovani, si ottiene da vecchiil commenta di Chiara Sandrin su Dalla mia vita pubblicato sul numero di novembre 2018.

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