Luca Simonetti – La scienza in tribunale

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Quando l’autorità giudiziaria non è opportuna

recensione di Simone Pollo

dal numero di aprile 2018

Luca Simonetti
LA SCIENZA IN TRIBUNALE
Dai vaccini agli Ogm, da Di Bella al terremoto dell’Aquila
Una storia italiana di orrori legali e giudiziari
pp. 253, € 18
Fandango, Roma 2018

Luca Simonetti - La scienza in tribunaleNomi come Di Bella, Stamina o Xylella evocano vicende che hanno occupato per settimane, se non mesi, le cronache dei mezzi di informazione e hanno agitato l’opinione pubblica per poi, a un certo punto, sparire dalle scene. Il primo merito del libro di Luca Simonetti, La scienza in tribunale, è proprio quello di raccogliere e mettere in ordine quei casi, riportando alla luce l’esatto svolgersi di fatti che, proprio perché appartenuti alla cronaca, oggi abitano in modo debole e frammentario la nostra memoria. Il lavoro di Simonetti, tuttavia, non è semplicemente documentaristico, ma è orientato a sostenere una tesi ben precisa. Le vicende menzionate sopra e le altre raccontate nel libro (i tentativi di coltivare alimenti ogm sul suolo italiano o il processo ai membri della Commissione grandi rischi in seguito al terremoto dell’Aquila del 2009) hanno tutte un comune denominatore: in ognuno di questi casi l’autorità giudiziaria è stata chiamata in causa per risolvere questioni di stretta competenza scientifica, come quelle che riguardano l’opportunità di sperimentare una terapia innovativa o le misure più adatte per contenere una malattia infettiva delle colture.

La tesi del libro di Simonetti è che, nei casi esposti, l’intervento della autorità giudiziaria sia stato inopportuno nel merito e dannoso nelle conseguenze. Rispetto alla dannosità degli esiti di tali interventi basterebbe ricordare la confusione e le false speranze causate nei pazienti e nelle loro famiglie (nonché lo spreco di risorse pubbliche) nei casi Di Bella e Stamina. Queste conseguenze, tuttavia, potrebbero essere solo l’esito contingente di valutazioni sbagliate e, un domani, potrebbero presentarsi alla cronaca casi di procuratori e giudici che operano per il meglio, entrando nel campo della scienza e della medicina con decisioni benefiche per i cittadini coinvolti nelle specifiche vicende e per la società nel suo complesso. Può darsi. Eppure – sembra volerci dire Simonetti – interventi del genere sarebbero comunque inappropriati. Qui entra in campo il secondo aspetto della tesi che anima il libro: nelle pratiche della scienza e della medicina la giustizia non dovrebbe intervenire. O, più precisamente: non dovrebbe operare pretendendo di sostituirsi nelle valutazioni di merito degli esperti.

La questione che Simonetti solleva, attraverso il racconto brillante ed estremamente ben documentato di quelle vicende, è parte di un tema più ampio e urgente, ovvero lo statuto della scienza, come sapere e come pratica, in società liberal-democratiche e rette dal diritto. In linea generale, una società democratica e liberale non ammette autorità che non siano sottoposte ai principi dell’ordinamento giuridico. Eppure, come si dice con uno slogan ormai di moda (e forse poco funzionale alla causa che vuole difendere) “la scienza non è democratica”. Su ciò che è scientificamente valido o efficace da un punto di vista medico non decidono le maggioranze e neppure i giudici. Se questo è vero, è altrettanto vero che lo spirito di una società democratica non si esaurisce nel costituire poteri legislativi ed esecutivi per mezzo della espressione della volontà popolare secondo regole costituzionali. Le società autenticamente democratiche e liberali si caratterizzano anche per il fatto che in esse ogni pratica e istituzione è pubblicamente discutibile e sottoponibile a scrutinio. È nella tensione fra queste due istanze che si genera il terreno di coltura in cui fioriscono casi come quelli discussi da Simonetti.

Pratica scientifica e principio di autorità

Non si può che concordare con l’autore sul fatto che non è alle corti che può spettare il controllo democratico delle pratiche mediche e scientifiche (anche se non va dimenticato il ruolo fondamentale che hanno avuto le corti italiane nel guadagnare spazi di libertà individuale nel contesto dell’assistenza sanitaria: basti ricordare i casi di Eluana Englaro, Piergiorgio Welby e Fabio Antoniani in arte dj Fabo). Questa conclusione, tuttavia, non elimina il problema di come saperi e pratiche scientifiche si possano armonizzare con i principi delle società democratiche e liberali. Nell’interrogarsi su questo tema si dovrebbe guardare oltre il principio di autorità che sembra caratterizzare oggi nella nostra società molta parte della comunicazione della scienza e della medicina. Questo guardare oltre dovrebbe portare a considerare molto criticamente quello slogan citato sopra e secondo il quale la scienza non sarebbe democratica.

Rimane vero, infatti, che sul sapere scientifico non si decide a maggioranza, ma è altrettanto vero che nella scienza moderna si realizzano alcuni dei principi fondanti delle società liberali (le quali forse devono la loro nascita anche all’humus culturale realizzato dalla stessa scienza moderna). Nella pratica scientifica non vale infatti il principio di autorità, ma solo l’argomentazione pubblicamente difendibile e la discussione secondo regole chiare e condivise. Sono questi gli stessi principi di un’etica pubblica autenticamente democratica e liberale. È a partire dal riconoscimento di questa consonanza profonda fra scienza moderna e democrazia liberale, quindi, che si deve pensare ai modi in cui consolidare la fiducia verso quelle conoscenze scientifiche e pratiche mediche cui dobbiamo molto del benessere in cui viviamo noi, fortunati cittadini della parte più sviluppata del pianeta.

simone.pollo@uniroma1.it

S Pollo insegna bioetica all’Università La Sapienza di Roma

Lo scienziato e il ciarlatano: sul numero di aprile 2018 anche Federico Pizzetti commenta La scienza in tribunale.

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