Michele Cometa – Perché le storie ci aiutano a vivere

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Una materia che accade

recensione di Giorgio Patrizi

dal numero di settembre 2018

Michele Cometa
PERCHÉ LE STORIE CI AIUTANO A VIVERE
La letteratura necessaria
pp. 427, € 33
Cortina, Milano 2018
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Michele Cometa - Perché le storie ci aiutano a vivereÈ fondamentale, per avere un’idea di quali possono essere oggi i termini di una riflessione sulla letteratura, sullo statuto dei suoi generi e sui rapporti che essa intrattiene (può intrattenere) con il mondo, quest’ultima opera di Michele Cometa, docente all’Università di Palermo e, da tempo, indagatore delle forme più diverse della cultura visiva e delle letterature comparate. Il problema da cui Cometa muove è, fondamentalmente, il rapporto tra narrazione e bios, cioè tra il processo fondativo di una modalità (letteraria e pre-letteraria) di gestione e interpretazione del vissuto e l’assunzione dei processi biologici che sono alla base dell’esistenza individuale come materia su cui lavorare per comprendere i processi esistenziali su cui si è costruita la storia umana.
Il percorso è intricato, quanto è necessario per una prospettiva che apre strade innovative alla riflessione sulla letteratura e sul testo, attraverso un dibattito amplissimo nella cultura nordamericana ed europea: testimoniato, nel volume, da una sterminata bibliografia, utilissima per definire le forze in campo, movimenti, gruppi, genealogie. È in gioco, in tutto ciò, l’interpretazione di quel gesto primario, radicalmente fondativo, che è il narrare, costruire storie che rendano conto, in primo luogo, delle protesi – di vario tipo, materiali, mentali – che consentono all’individuo di agire nel mondo; quindi, dell’identità che questi, proprio a partire da tale agire (e non viceversa), via via si costruisce. “La produzione di oggetti – che registriamo nelle fasi cruciali del primitivo – non dipende dagli stati intenzionali dell’homo sapiens, ma li costituisce (…) La cosa è tanto più rilevante se si pensa che stiamo parlando della costruzione di oggetti (…) che stanno davvero all’inizio del nostro sviluppo cognitivo e della costruzione del Sé”.

Insomma “la letteratura, la narrazione e la fiction sono necessarie perché sono utili, hanno una finalità, una funzione per il bios”, in quanto – come ricorda Cometa – le “ipotesi evoluzioniste sulle pratiche estetiche sono sempre comunque ipotesi funzionali”. È in questa prospettiva che si può riscrivere la vicenda della “nascita” della narrazione come modello di organizzazione dell’esperienza: da lì deriva un modo di ridisegnare il sé, come esito di questo riassetto. Un sé “dialogico” (ricordando Bachtin), che si “distribuisce” su “una serie di supporti – mediali – come il corpo, le cose e gli altri”, che trova la sua voce più propria nella modalità del sé narrativo, “costruzione complessa e incarnata che si dispiega in un’azione che modifica la natura e l’ambiente e la società, costruendo una rete di relazioni fisiche, una nicchia narrativa”. Definizione in cui, accanto ad altre più tradizionali categorie, vanno sottolineati i riferimenti ad una corporalità basica (embodiment), in cui il narrare si sostanzia e trova il senso più proprio ed originario. Le forme retoriche del sé, come metafore, metonimie, sineddoche (solo per ricordare le figure fondamentali), possono essere riconosciute negli utensili litici che i primitivi si foggiavano per gestire la propria esistenza nel quotidiano: in questa prospettiva va inteso il paradosso di una materia che “accade”.

Antropologia dell’ansia

Il percorso disegnato da Cometa attraversa gli snodi fondamentali sul tema, a partire dalla riflessione sull’attribuzione di identità narrativa ad un sé che sussiste grazie al proprio radicarsi nel mondo della realtà esperita. Se “la narrativa è il racconto di progetti umani, di attese andate a monte, essa ci offre il modo di addomesticare l’errore e la sorpresa” (Bruner), rimediare allo squilibrio che sempre mette in moto la narrazione – tesa perciò al ripristino dell’equilibrio e dell’ordine. L’identità è un “evento verbalizzato” e l’“io”, attorno a cui si costruisce la modalità narrativa, appare come un processo di “essere un sé”. Un esempio della multivocità dell’esperienza, Cometa lo trae dal filosofo danese Dan Zahavi, a partire dalle riflessioni sulla propriocezione dei neonati. In sintesi si può guardare alla narrazione come ad una strategia fondamentale per l’affermazione di un agire che non si fondi su una “volontà di potenza”, di qualche tipo, ma semmai tenda ad includere il mondo circostante, grazie al lavoro di una mente che è spazio di negoziazione tra biologia e cultura, nel percorso incessante dell’evoluzione. Percorso in cui il darwinismo letterario (dialettica tra evoluzionismo e tipi letterari) si insedia come intreccio di procedure, che, nei casi più interessanti, rifuggendo da generiche omologazioni, sono alla base di utili letture testuali.

L’universo problematico di cui scrive Cometa trova nell’ultimo capitolo, Antropologia dell’ansia – forse il più emozionante, punto di arrivo (in qualche modo narrativo) del percorso teorico proposto – la sua chiave propositiva ed interpretativa: è il perché la letteratura è necessaria. “La narrazione (e la letteratura) ci aiuta a selezionare routine cognitive che sospendono il peso dell’assoluto, sia che esso si presenti nella forma della realtà fattuale (…) sia che esso derivi (…) dal continuo stress psichico” dell’“adattamento a un mondo complesso e minaccioso”. Per questo le storie ci aiutano a vivere, per questo siamo loro debitori di una compensazione che ci può salvare.

patrizigg@gmail.com

G Patrizi è saggista

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