Rileggere oggi gli Scritti di Franco Basaglia

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Il rischio della libertà

di Vinzia Fiorino

dal numero di maggio 2018

Franco Basaglia - Scritti (1953-1980)L’Italia è, nel mondo occidentale, l’unico paese che non risponde alla sofferenza mentale con l’internamento manicomiale. La chiusura, progressiva e in parte farraginosa, degli ospedali psichiatrici, come è noto, è stata frutto di un pensiero critico e di una pratica politica legati al nome di Franco Basaglia. La casa editrice il Saggiatore ripropone i suoi Scritti (1953-1980) – pp. 915, € 42 – che consentono di ripercorrere il suo brillante itinerario intellettuale. Il percorso di Basaglia è certo di grande fascino: partigiano, poi medico psichiatra, si avvicina ai temi filosofici legati alla fenomenologia, quindi alle riflessioni di Sartre e di Foucault (i colleghi lo avrebbero chiamato “il filosofo”); nel frattempo inizia la sua opera di demolizione dell’istituzione manicomiale: siamo a Gorizia nel 1961.

Ordinati secondo un criterio cronologico, i saggi ruotano attorno a due assi tematici forti: il corpo nelle sue diverse epifanie – argomento che ci immette direttamente al centro della riflessione basagliana sull’uomo in sofferenza – e le istituzioni psichiatriche, colte nel loro sviluppo storico, nel loro agire, nella loro carica distruttiva. I due assi, tuttavia, come acutamente osserva Franca Ongaro – che firma due brevi premesse alle due parti del volume ed è coautrice di alcuni contributi – sono costantemente intrecciati “fino all’identificazione dell’istituzione come corpo”. L’incipit teorico che conduce Franco Basaglia a una critica senza riserve al sapere psichiatrico – e alla sua pratica volta ad “adattare” il paziente alle etichette nosografiche precostituite – è rappresentato dalla fenomenologia esistenziale. Quest’ultima, incentrata sulla conoscenza delle diverse modalità che l’esistenza può assumere e sul modo in cui la vita dell’essere è posta nel mondo, aveva guardato alle specificità irriducibili di ciascun soggetto così come alla globalità del singolo essere umano. È infatti per questa via che la fenomenologia verrà prepotentemente incontro agli interrogativi critici che il giovane Basaglia pone al tradizionale oggettivismo e al riduzionismo della psichiatria degli anni cinquanta.

L’investigazione antropologica, sollecitata dal pensiero di Minkowski e di Binswanger, porta con sé delle implicazioni epistemologiche di primo piano: guardare al soggetto nel mondo, mentre il primo si fa essere consapevole e il secondo acquista nuovi significati, equivale ad abbandonare l’antico solco che ha contrapposto il soggetto (l’uomo, ovviamente maschio, bianco, sano) all’oggetto (mondo, natura, malattia). Prendere in considerazione l’uomo in quanto “essere nel mondo” significa abbandonare l’approccio secondo cui le alterazioni della vita psichica sono disturbi naturali (prevalentemente organici), aprendo le prospettive ai tanti modi di essere e di relazionarsi nel contesto circostante. Sarà nell’incessabile gioco di relazioni del soggetto con gli altri, e del soggetto con il mondo circostante, che bisogna ricercare il meccanismo che porta alla depersonalizzazione o alla scissione tra mondo reale e irreale, dunque alla sofferenza psichica. In questo contesto epistemologico, si coglie la centralità del corpo che diviene pilastro dell’esistenza cessando di essere mero oggetto a disposizione: sulla scia del pensiero di Merleau-Ponty, infatti, Basaglia individua nel corpo l’elemento fondamentale per l’edificazione della persona e per la conoscenza della realtà circostante, ossia dell’“esserci”; il mancato sentimento di esistenza corporea e di corretta relazione con l’esterno conduce alla sofferenza e alla “catastrofe somatica”; il corpo integra le esperienze nel mondo, elabora i dati sensoriali rendendoli “vissuto” soggettivo ed è pertanto agente primario di quella unità psichica indispensabile per il benessere.

Non più espressione di una catena ereditaria deviata o esito di approssimative lesioni organiche, le esperienze di sofferenza sono qui poste in relazione anche a deficit sensoriali che nella loro portata vitale possono impedire a un soggetto di godere pienamente della propria coscienza (che pertanto è anche esito di una difficile attività di integrazione della sensibilità corporea). Riemerge l’interesse per i sogni, i deliri, le fantasie e soprattutto per il linguaggio dei malati che, lungi dall’essere letti come conferma di diagnosi e classificazioni preconfezionate, diventano spie rivelatrici e archivio di una modalità di essere e di essere al mondo (da qui infatti alcuni studi importanti come quelli di Sergio Piro sul linguaggio degli schizofrenici).

Tutto questo ci conduce a un aspetto centrale dell’approccio di Basaglia: riflessioni di tal genere non sembrano affatto negare la malattia mentale, piuttosto si dirigono verso un altro paradigma – negli anni successivi non ulteriormente sviluppato – ma che in tutta evidenza non può essere collocato nell’alveo dell’antipsichiatria. Basaglia scrive apertamente di malattia mentale e ne auspica il superamento perché sartrianamente si adopera per i processi di soggettivazione, ossia per la libertà del singolo di scegliere e di costruire il proprio sé, battendosi per l’autodeterminazione attraverso se stessi. L’autenticità, non l’uomo inchiodato alle diverse forme di alienazione, resta tra le parole chiave in grado di sollecitare interrogativi e criticare le diverse forme di assoggettamento dell’uomo in società.

A partire dalla metà degli anni sessanta la riflessione sulle istituzioni totali sarà certamente preponderante in Franco Basaglia e i suoi saggi porteranno in modo più incisivo il segno del suo impegno per il superamento dell’internamento manicomiale. L’obiettivo è chiaro: capovolgere l’assunto che aveva accompagnato la nascita del paradigma alienistico, ossia l’internamento come principale mezzo di intervento terapeutico. Gli interrogativi sono come sempre puntuali: come può ritrovare una sua autonomia un malato interamente affidato e gestito dalle istituzioni? Come può realizzarsi un processo di soggettivazione in uno spazio che nega qualsiasi momento intimo e privato? Quale consapevolezza di sé è possibile acquisire se la libertà di cui il paziente potrà godere è (eventualmente) la sola che il medico gli potrà bonariamente elargire? Anche in seguito al proficuo incontro con il sociologo americano Erving Goffman si chiarirà un punto che la ricerca storica ha poi confermato: la vita all’interno dei manicomi produceva e aggravava una progressiva disgregazione psichica e un impoverimento emotivo nelle persone segregate costruendo nel tempo figure diafane perfettamente annientate. Il manicomio poi, presentandosi come istituzione in grado di gestire una difficoltà esistenziale e trasformando alcuni comportamenti in sintomi psichiatrici, ha fatto lievitare la domanda di assistenza, instaurando un effetto moltiplicatore della malattia sul territorio.

Oltre ai temi più noti, ossia quelli riguardanti il tratto ideologico della psichiatria volta a consolidare il sistema di valori tradizionali, difendere la società dei sani e confermare lo stigma verso il malato di mente o, ancora, oltre alle riflessioni sulla funzione essenzialmente custodialistica dei manicomi verso i soggetti “devianti” (sempre con una chiara appartenenza di classe), sono almeno due gli aspetti di rilievo che vorrei richiamare: la rimessa in discussione del ruolo del medico, vero perno dell’intero assetto asilare e le riflessioni sulla comunità terapeutica.

Più volte Basaglia torna sull’onnipotenza dei medici che tengono sotto scacco i pazienti in nome dell’autorità assoluta che legalmente esercitavano all’interno dell’istituto; anche sotto questo profilo, la vicinanza a Sartre è notevole: nel celebre scritto Crimini di pace, il loro dialogo serrato sui “ragionieri della scienza” sviscera il ruolo di costruttori del consenso che essi ricoprivano in grande contiguità con la figura dell’intellettuale tout court, la cui funzione era al tempo fortemente posta sotto accusa dai movimenti del Sessantotto. Lo psichiatra, peraltro, nell’esperienza della comunità terapeutica, è già sceso dal suo piedistallo e si è già posto sullo stesso livello del paziente condividendo con lui “il rischio della sua libertà”. La comunità ha rappresentato, infatti, con l’abbattimento dei muri, con l’apertura dei cancelli, il primo passo nel processo di smantellamento del manicomio; ma soprattutto ha significato la prima importante sperimentazione dei processi di soggettivazione degli internati attraverso i momenti assembleari, le libere espressioni artistiche, la gestione della propria libertà.

Perché leggere o rileggere oggi gli Scritti di Basaglia? Cosa possono continuare a dirci? Il processo di deistituzionalizzazione della malattia mentale, che porterà all’approvazione della legge 180, nel maggio del 1978, è il frutto di un pensiero critico profondo, che possiamo qui ben ripercorrere, e non esito di un approccio alla malattia mentale meramente ideologico e superfluamente utopistico. Gli Scritti di Basaglia ci sollecitano, però, soprattutto verso molto altro: ci chiedono una sospensione, una pausa per riflettere sul contesto di fondo che permette l’emergere di talune forme di sofferenza che hanno sempre una loro storicità e che non potranno mai essere ridotte al mero portato biologico di ciascun essere umano. Per questa via, riflettere sulla follia, sulle infinite e impreviste forme che l’umanità può assumere, significa riflettere sulle possibili condizioni dell’esistenza: l’esistenza di tutti.

vinzia.fiorino@unipi.it

V Fiorino insegna storia contemporanea all’Università di Pisa

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