Dispacci da Cannes #1

 Ribellione di una giovane suora

In tempo di Covid i festival cinematografici sfidano l’impossibile per offrire ai partecipanti una pallida parvenza di normalità. Una scommessa vinta dalla Mostra di Venezia dello scorso anno, tra i pochissimi festival ad essersi svolto in presenza nel 2020, e  avviata con buoni presupposti ora da Cannes. Inutile dire quanto il programma sia ricco e quanto organizzativamente sorprendente, con i controlli sanitari per chi ha terminato il percorso vaccinale e per chi deve sottoporsi a tampone ogni 48 ore, con un’organizzazione invidiabile ed efficiente, forse anche grazie al numero estremamente ridotto di accreditati. E se da un lato tutto scorre perfettamente (prenotazione on line dei posti, film per film), dall’altro si prova un pizzico di nostalgia per il festival che fu, con le code e i programmi fatti e cambiati all’ultimo minuto.

Tra i primi film che animano il concorso della 74esima edizione del Festival di Cannes, brilla il ritorno dietro la macchina da presa del regista olandese Paul Verhoeven con Benedetta un’opera ispirata al libro della storica americana Judith C. Brown Immodest Acts, in cui si ricostruisce la vita di Benedetta Carlini, suora che visse nel XVII secolo, che ebbe una relazione lesbica con una novizia. Protagonista la giovane Benedetta, appunto, destinata fin dalla nascita a diventare suora, donata a Dio dai suoi genitori come ringraziamento per averla salvata neonata.

A controversial lesbian nun horror movie is coming - i-D

E la giovane prende alla lettera il suo compito di sposa di Gesù, al punto da sognarlo al culmine di una rappresentazione teatrale in cui recita perfettamente il ruolo della vergine sacrificata. Da quel momento la rappresentazione prenderà il sopravvento non rispetto alla realtà, ma alla messa in scena che ognuno recita. Verhoeven da sempre ci ha abituati ad una visione che privilegia gli opposti, i due lati di uno stesso racconto, proiezione dello guardo soggettivo dei personaggi e non di una verità che pare imprendibile. Si pensi alla scomposizione del reale di Basic Instinct, L’uomo senza ombra o del più recente Elle. Come dire che tutto ciò in cui si crede è vero e viceversa. E cosi, Benedetta imposta la sua vita adattando i precetti e le regole alla sua immaginazione. Gesto di per se rivoluzionario in un convento benedettino dell’Italia medievale, dove si deve convivere con dogmi pieni di invenzione che pretendono di rispondere a tutte le domande di un intelligente e curiosa ragazza. A Firenze la peste decima gli abitanti e, mentre in cielo compare una cometa che dipinge di rosso la notte, in questo convento si consumano l’amore spirituale e il suo esatto opposto, il peccato e la redenzione, il martiro e il piacere, tutto come fosse una recita e dove vince chi crede fino in fondo proprio nella finzione. Per questo ad essere sacrificati saranno coloro che cercano la verità. La madre superiora (Charlotte Rampling), il nunzio (Christophe Lambert), la giovane suora suicida. Nell’apoteosi della finzione qual è  la Chiesa, la verità rappresenta il peccato da non commettere o il lusso da non concedersi.

Eccessivo nella sua fede materialista, Verhoeven ci regala un film contraddittorio e capace di andare sempre fino in fondo, nella volontà di mostrare i corpi e di sottoporli a prove fisiche importanti, nello svelare sempre riuscendo  non rivelare mai tutto.

 

Grazia Paganelli