Dispacci da Cannes 2019 | Desplechin e Dolan

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L’affermazione dell’identità

di Grazia Paganelli

Ci sono film destinati a superare ogni criterio di valutazione, che realizzano una sorta di perfezione morale, narrativa e formale da lasciare stupefatti e riconciliati. È il caso di Roubaix, une lumière di Arnaud Desplechin, uno dei registi francesi più illuminati degli ultimi vent’anni, che per la prima volta si dedica all’osservazione pura della realtà a partire da un fatto di cronaca, quando due donne vengono arrestate per la morte dell’anziana vicina di casa. Ci si arriva lentamente, però, seguendo casi diversi: una giovane stuprata, una ragazza fuggita di casa, l’incendio di una casa abbandonata in un quartiere devastato da criminalità, povertà e droga. Materia grezza che nelle mani di Desplechin diventa racconto incandescente, offerto alle mani e agli sguardi degli attori (Roschdy Zem, Léa Seydoux, Sara Forestier), diretti con straordinaria grazia. Protagonista il commissario Daoud, silenzioso guardiano della cittadina di Rubaix, in cui è cresciuto e che conosce come le sue tasche. Capisce a prima vista le persone che si trova di fronte ed è in grado di stabilire fin da subito se sono colpevoli o innocenti. Perchè Daoud sa comprendere le persone, si mette letteralmente nei loro panni e, quindi, vede come hanno visto loro il mondo. Un alter ego dello stesso Desplechin (non a caso nato a Roubaix), che nelle note di regia scrive: “Volevo considerare le parole rozze delle vittime e dei colpevoli come la più pura poesia. Come un materiale sacro, un testo che non finiamo di interpretare. Spettatore, non posso smettere di provare vertigini per il senso di colpa e per l’infanzia di queste due assassine. Riscrivendo e sistemando questo materiale, ho pensato ogni giorno a Delitto e castigo. I tormenti di Raskolnikov sono uguali a quelli di coloro che sono emarginati”. E infatti in questo film la colpa è ritratta in tutta la sua sofferenza, e colpevoli e innocenti si portano dietro lo stesso bagaglio umano. Personaggi ritratti in tutta la loro complessitá, le contraddizioni e le debolezze del mondo intero. Si pensa alle parole di Serge Daney, citate dallo setsso regista come vademecum dell’intera sua opera: “Giovane cinefilo, nei cortili della ricreazione ho rifiutato la societá. Ma grazie al cinema credo di aver imparato ad accettare il mondo”.

Si perde in una girandola di ripetizioni, invece, Xavier Dolan, l’enfant prodige del cinema canadese (vincitore del Gran Premio per È solo la fine del mondo nel 2016), che in Matthias et Maxime torna anche davanti alla macchina da presa per raccontare la storia di un gruppo di amici d’infanzia, giunti ormai all’etá in cui ci si chiede che persona si vuole diventare. Di questo interrogativo sembrano prigionieri i suoi protagonisti, ma l’errore è quello di non addentrarsi nei moti del loro animo, restando sulla superficie di ribellioni e riflessioni che non hanno seguito nè forma. Alla vigiglia della partenza di Max per l’Australia, in cerca di lavoro e realizzazione, il suo rapporto con l’amico di sempre Matthias sembra chiedere un’attenzione diversa e l’attrazione che provano l’uno per l’altro è soffocata con forza, precipitando i due nella stessa confusione di cui soffre questo film incompleto.

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