Pace, Europa e sugo al pomodoro: dialoghi con mio padre Vittorio Foa

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di Bettina Foa

dal numero di ottobre 2018

Avendo avuto l’occasione di frequentare mio padre per molti anni, i ricordi sono tanti e i nostri rapporti nel tempo sono stati a volte anche un po’ “vivaci”. Vittorio è forse riuscito a rappresentare questa situazione in modo paradossale in un ironico paragrafo del suo libro Passaggi: «Dico a Renzo: ‘parliamo di politica da trent’anni e solo cinque volte mi hai detto che avevo ragione’. E lui ‘È vero, ti ho dato ragione solo cinque volte, ma Bettina neanche una!’» (1997). In realtà sembrava contento di avere tre figli che avevano scelto la propria strada, anche se condizionati dalle origini e dall’educazione di sinistra, cosa che, come ricorda Andrea il figlio di Anna in un commento sulla sua vita di bambino di otto anni, comportava un notevole sforzo di studio e di impegno.
In tutti questi anni ho avuto vari periodi di vicinanza e di scambio con mio padre. In una certa fase abbiamo anche studiato insieme. Andato in pensione da poco dalla Cgil, mentre io mi ero appena iscritta alla facoltà di economia, mi ha proposto di leggere dei classici, Smith, Ricardo e Wicksell. Più tardi mi ha raggiunto a Modena dove ero andata a studiare, perché era stato invitato a tenere un corso e abbiamo vissuto in parte insieme questa esperienza, ripensandoci oggi quasi magica, della facoltà di economia allora molto all’avanguardia. Da piccola lo sollecitavo spesso sulle cose che discutevano a casa, come per esempio cosa fosse la programmazione, che all’epoca lui considerava inutile. Sono poi ritornata sulla questione anni più tardi quando mi sono occupata in Mozambico di pianificazione socialista e mia madre, specialista dei paesi socialisti, mi ha spiegato perché questa non avrebbe comunque funzionato. E in Mozambico ci siamo accorti molto rapidamente che aveva ragione.

Epistolario

Anche Vittorio, pur non conoscendo il Mozambico e il Burundi, mi dava molti consigli. Durante i miei anni di vita in Africa abbiamo avuto una corrispondenza molto intensa. Le sue lettere parlavano dei miei fratelli e dei nipoti Andrea e Lisetta, dei molti amici e di politica. Rispondeva alle mie considerazioni e alle mie domande. Si informava sulla situazione nelle zone in cui mi trovavo e mi trasmetteva le sue analisi. Ma c’era anche un intenso scambio a livello più personale, forse facilitato proprio dalla distanza e dalla mediazione della scrittura.
I miei primi anni di Africa hanno coinciso con un periodo di crisi per mio padre anche a causa della separazione da mia madre e su questo abbiamo avuto un intenso scambio in cui lui mostrava, pur a quasi settant’anni, una grande apertura al cambiamento. Nel gennaio del 1979 mi scriveva: «Per quel che riguarda i miei problemi esistenziali mi piacerebbe molto che ti spiegassi meglio quando dici che devo cambiare in modo profondo i miei rapporti con la gente. Te lo chiedo con l’intenzione di capire e di darti retta. Cosa è che devo rimettere? Arroganza, presunzione, sicurezza eccessiva in me stesso? Devo rispettare di più gli altri? Devo amarli di più? Io non credo vi siano limiti di età per nulla, quindi neanche per correggere il proprio carattere». E poi, con più leggerezza aggiungeva che tra i due consigli che gli avevo dato, di cucinare e di andare al cinema, il primo lo aveva messo in pratica con impegno e in effetti i suoi buonissimi sughi di pomodoro sono ancora ricordati.

È interessante rileggere le lettere di Vittorio oggi, a una distanza che va dai 25 ai 40 anni. Molti i temi, tra cui come affrontare i processi di transizione, il lavoro, la guerra e la pace, i rapporti tra il sud e il nord del mondo, l’Europa.
Sempre nel 1979, quando cominciavo a intravedere i primi segni di burocratizzazione mi scriveva: «I giri di vite che prendono forme burocratiche e forse anche del tutto inefficienti e sterili sono forse un frutto della situazione di guerra in cui si trova il tuo paese. Partendo dalla coscienza che siete in guerra molte cose strane diventano normali (anche se inutili e nocive come quasi tutto quello che si fa in guerra). La cosa più utile che puoi fare è quella di difendere, se puoi, l’efficacia del tuo lavoro». E sulla pace, nel gennaio 1989 mi scriveva: «In questo periodo mi sto facendo, per esempio, mille domande sulla pace. Guarda, non sulla lotta per la pace, ma per la pace come attore, come soggetto attivo. Fra due mesi in aprile supereremo come tempo la soglia del periodo di pace in Europa dal 1871 al 1914. Che effetto ha avuto questa lunga pace su tutti noi? Penso soprattutto agli effetti positivi di riduzione della mentalità di violenza, almeno al livello di massa. Ma non mancano effetti negativi come quello del perfezionamento della capacità di esportare la guerra sul terreno dei più deboli». E proprio sulla pace e sull’Europa non ha mai smesso di ricordarmi, di fronte alle mie saltuarie critiche dell’Unione europea formulate dall’interno, di come l’Ue fosse importante a garantire la pace almeno in una parte di questo continente in passato sempre martoriato dalle guerre. E aveva proprio ragione.


Il ricordo di Bettina Foa fa parte di un Primo piano dedicato al padre Vittorio, di cui ricorre il decimo anniversario della scomparsa. L’altro articolo, Paiono traversie ma sono opportunitàè la recensione di Antonio Bechelloni a La famiglia F. di Anna Foa.

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