Edoardo Segantini e La nuova chiave a stella: l’industria 4.0 in Italia

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Il futuro del lavoro in 14 storie di fabbriche “intelligenti”


di Gabriele Balbi

Edoardo Segantini - La nuova chiave a stellaEdoardo Segantini, giornalista del “Corriere della Sera” esperto di nuove tecnologie ed ex manager delle telecomunicazioni italiane, ha raccolto in un libro 14 biografie lavorative di “personaggi non illustri” della cosiddetta industria 4.0: operai, tecnici, sindacalisti, manager, imprenditori di età, settori e distretti industriali diversi. Il titolo La nuova chiave a stella (Storie di persone nella fabbrica del futuro, pp. 192, € 18,50, Guerini, Milano 2017) è ispirato a un romanzo di Primo Levi che vinse il Premio Strega nel 1979, La chiave a stella (1978), e che racconta la storia di un operaio montatore giramondo secondo cui “amare il proprio lavoro (…) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”.
Ed è proprio la rinnovata gratificazione del lavoro e del lavorare nell’industria 4.0 il tema chiave del libro di Segantini. L’industria 4.0 emerge dalla cosiddetta quarta rivoluzione industriale, quella spinta dalla digitalizzazione, così come le precedenti tre sono state favorite dal vapore, dall’elettricità e dall’informatica. In particolare, la quarta rivoluzione industriale prevede “una ‘fabbrica che risponde’, rapidamente e su misura, alle esigenze dei clienti, creando una collaborazione e un intreccio inediti con i dipendenti e con i fornitori. È il passaggio dalla produzione per il magazzino all’assemblaggio personalizzato. Un cambiamento radicale. In corso da anni, ma fortemente accelerato dallo sviluppo digitale”. In altre parole, la nuova fabbrica 4.0 è connessa al suo interno e dialogante con l’esterno, prevede una nuova relazione tra produttore e consumatore, gestendo la domanda e la conseguente produzione just in time, e “digitalizza” le teorie della società post-industriale che Daniel Bell formulò già negli anni settanta del Novecento.

Industria 4.0

Nell’industria 4.0 cambia profondamente anche il lavoro quotidiano: sempre più piacevole, gratificante, connesso e intellettuale,“una vita di formazione permanente, fatta di studio e di lavoro” dice Vittorio La Valle di Iveco, uno degli intervistati. Ma anche un lavoro sempre più precario e che crea divari. Da un lato, la stessa digitalizzazione sembra infatti mettere a rischio milioni di posti di lavoro che dovrebbero essere automatizzati nel prossimo futuro, creando quella che è stata ribattezzata la “disoccupazione tecnologica”. Dall’altro, si assiste a un rischio crescente di un divide di competenze (un’altra e meno visibile forma del digital divide?) tra pochi lavoratori altamente professionalizzati e “un esercito di sottoqualificati”. Chi si contrappone a questa visione apocalittica utilizza due argomentazioni principali. In primo luogo, anche nel passato l’innovazione tecnologica ha contribuito alla sparizione di milioni di posti di lavoro (dai telai che scatenarono le ire dei primi luddisti, alla meccanizzazione dell’agricoltura così vividamente descritta da John Steinbeck in Furore), ma sempre i lavoratori sono stati in grado di riqualificarsi e ricollocarsi. Perché non dovrebbe succedere ancora? In secondo luogo, gran parte della tecnologia industriale tende a supportare il lavoro umano, non a sostituirlo. Per restare agli esempi precedenti, i telai meccanici permisero agli esseri umani di migliorare la tessitura e i trattori alleggerirono il lavoro agricolo o, per ricordare due casi trattati nel libro, i macchinari per l’industria calzaturiera continuano a convivere e aiutare l’artigiano che dà forma alle scarpe e i cobot (robot collaborativi) vengono oggi utilizzati da Amazon Italia in connessione con e in ausilio degli operai.

Quattro tratti narrativi dell’industria 4.0

Il libro di Segantini non è soltanto composto da 14 interviste ma, tra le varie storie, emergono almeno quattro slogan, termini chiave o, meglio ancora, narrative comuni che delineano un ritratto dell’industria 4.0. Pochi sprechi, vista la produzione just in time e con quantitativi desiderati. Continuo processo di apprendimento collaborativo, in cui anche i neo assunti innovano e suggeriscono miglioramenti “dal basso” che vengono poi integrati nel processo produttivo e, in genere, lo migliorano. Flessibilità nei tempi di produzione e di consegna dei prodotti, ma anche flessibilità delle figure professionali che nell’industria 4.0 sono “né tuta blu né colletto bianco” . Lavoratori ibridi, che si sporcano le mani come un operaio e, al tempo stesso, sono in grado di apportare innovazioni di sistema e di gestione come un quadro aziendale. Il tratto narrativo però più caratterizzante di questa industria è il quarto: la digitalizzazione. Essa permette di raccogliere una grande quantità di dati e informazioni sui processi produttivi (anche l’industria, evidentemente, si è immersa nell’era dei big data), come fanno ad esempio gli smartwatch lungo la catena di montaggio dell’Alfa Romeo Giulietta alla Fca di Camerino. Con la digitalizzazione, inoltre, la comunicazione interna ed esterna alla fabbrica sono o appaiono sempre più fluide e soprattutto orizzontali, secondo un’equazione digitale uguale orizzontale tutta da dimostrare. Ancora il digitale permette di instaurare un sempre più stretto rapporto tra uomini e robot, in barba al teorema della sostituzione. Infine, grazie all’internet delle cose e dei servizi, i prodotti che acquisteremo (o che stiamo già acquistando) o, sempre più, i servizi che affitteremo comunicheranno tra loro risparmiandoci tempo e fatica.

Sebbene il quadro tracciato da Segantini sia fatto più da luci che da ombre, nelle pieghe del libro emergono anche i problemi e i difetti di questo bengodi industriale 4.0. Ne citiamo alcuni. Le diverse velocità “innovative” cui aziende diverse vanno in regioni differenti. La resistenza al cambiamento, anche sulla base di routine produttive e commerciali consolidate. I dettami della digitalizzazione che non si adattano a tutte le aziende e a tutti i consumatori allo stesso modo. Un semplice aneddoto tratto dall’intervista a Marta Anzani di Poliform ci fa capire quanto l’innovazione digitale non sempre si traduca in un bene per il consumatore e quanto l’obsolescenza programmata non sia remunerativa per tutti i settori industriali. La Poliform ha “provato a incorporare nei comodini le ricariche per le batterie al litio, creando una superficie sensibile su cui si posiziona il telefono e lo si ricarica senza bisogno di cavo. Ma anche le tecnologie di ricarica cambiano in fretta; e non si può pensare che un cliente sostituisca ogni due anni un oggetto che gli è costato tanto” . Non tutta l’industria 4.0 è quindi fatta di beni deperibili, obsolescenti, che si ricambiano velocemente e altamente tecnologici. La tecnologia può anche stare in un comodino che deve essere utilizzato per alcuni lustri.

La nuova chiave a stella è un libro complesso per i temi affrontati ma, al tempo stesso, di facile lettura e in grado di appassionare lettori interessati a diversi argomenti. È un libro integrato più che apocalittico, avrebbe detto Umberto Eco. È un libro che mette in luce oasi d’innovazione, uomini e donne d’ingegno (innovatori e innovatrici appunto), traduzioni italiane di routine globali come nel capitolo dedicato ad Amazon Italia. Sarebbe bello leggerne un seguito e, al tempo stesso, una nemesi. Un libro sulle ragioni (a volte fondate) di resistenza o addirittura di rifiuto dell’industria 4.0 e di tutto il suo portato teorico; sull’appropriazione culturale di questo concetto, che nel caso italiano non per forza deve essere identica a quella americana o giapponese; infine sulla digitalizzazione dell’industria come fattore non necessariamente positivo. Un libro insomma che, lungi dall’essere conservatore o retrogrado, voglia mettere in luce la portata retorica, mitologica e talvolta artificiosa dell’industria 4.0.

gabriele.balbi@usi.ch

G Balbi insegna media studies presso l’Università della Svizzera italiana

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