Sonia Sotomayor – Il mio mondo amatissimo

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I frutti amari del sogno americano


recensione di Elisabetta Grande

dal numero di dicembre 2017

Sonia Sotomayor
IL MIO MONDO AMATISSIMO
Storia di un giudice dal Bronx alla Corte Suprema
ed. orig. 2014, trad. dall’inglese di Mariangela D’Amico
pp. 421, € 30
il Mulino, Bologna 2017

Sonia Sotomayor - Il mio mondo amatissimoL’autobiografia di Sonia Sotomayor, primo giudice ispanico – per di più donna – nella storia della Corte suprema federale statunitense, è il potente racconto di come la forza di volontà, la determinazione di carattere e l’ambizione personale possano consentire di raggiungere traguardi inimmaginabili. Sonia cresce in un contesto di forte disagio economico e povertà di mezzi culturali. Figlia di immigrati portoricani che non parlano inglese, vive il dolore di un padre alcolista che muore quando lei è ancora bambina ed è inoltre affetta da un diabete che fin da piccola la predestina a una morte precoce (poi fortunatamente scongiurata dai progressi della medicina nel frattempo occorsi). Le condizioni perché Sonia, così come accade a tanti ragazzi cresciuti nel suo stesso quartiere, e in particolare al suo adorato compagno d’infanzia e cugino Nelson, sia risucchiata nella spirale della droga e nel degrado di una vita fatta di espedienti sono tutti largamente presenti. Invece la sorte, ma soprattutto le sue doti personali davvero eccezionali fra cui una forza di carattere invidiabilmente granitica, unite però – occorre non scordarlo – a una finestra di politiche sociali nazionali a favore dei più deboli – che si rivelerà unica nella storia degli Stati Uniti perché destinata a chiudersi troppo rapidamente – la conducono nell’“Olimpo degli dei”. Uno scranno, fra i nove a disposizione, nella Corte apicale del paese più ricco del mondo è, infatti, molto più che un posto al sole. Si tratta dell’oggetto del desiderio di ogni uomo o donna che, già parte dell’élite dei giuristi, abbia l’ambizione di cambiare il diritto statunitense. È questo il ruolo che a partire dal 1803 la Corte suprema federale è riuscita a rivendicare per sé e che le ha dato per esempio la possibilità di cancellare negli anni cinquanta del secolo scorso la segregazione razziale che intrappolava i neri nel sud del paese o, poco più tardi, di rivoluzionare la procedura penale a tutela dell’imputato (debole). Un terzo potere fortissimo, dunque, quello della Corte suprema americana, le cui decisioni hanno cambiato e continuano a cambiare – nel bene o nel male – il volto del paese.

La cruda verità

Aiutata da un diritto che anche quella corte aveva contribuito a creare, avallando ai tempi di Roosevelt la legislazione sociale dell’era progressista, la giovane Sonia Sotomayor, che nasce nel 1954, vive la stagione dei gloriosi trent’anni di prosperità condivisa, di sostegno sociale ai deboli e di tutela delle minoranze precedentemente discriminate. Un salario minimo garantito decente, che oggi non c’è più, consente infatti alla madre di Sonia di mantenere i suoi bambini. Un periodo di imponente edilizia popolare, per quanto già poco finanziata – con conseguenti problemi di scarsa manutenzione e incuria – permette inoltre a Sonia di avere un tetto sulla testa, mentre oggi ciò è precluso a tre famiglie in stato di bisogno su quattro. Di più, la possibilità, non ancora pesantemente limitata, di avvalersi dell’affirmative action le offre – in quanto esponente di un gruppo storicamente svantaggiato – la straordinaria opportunità di entrare nelle sole università del paese che consentono l’accesso alle alte sfere del mondo professionale.

Per quanto perciò l’autobiografia della Sotomayor possa sembrare veicolare il messaggio ottimista che nella land of opportunity con un pizzico di fortuna, molta capacità e tanta buona volontà qualsiasi meta è in fondo raggiungibile, la cruda verità è che le condizioni socio-politiche che ne hanno sostenuto l’ascesa alla più alta carica giudiziaria del paese sono state assolutamente eccezionali e sono oggi inesistenti. La seconda amara constatazione del lettore di questa avvincente biografia (che tuttavia pecca per la traduzione approssimativa dei termini giuridici) è la scoperta che anche in circostanze di estremo favore, come quelle che circondano la bella avventura dell’autrice, i costi per raggiungere l’olimpo della professione forense sono altissimi. E ciò in termini tanto strettamente personali quanto politici.

Sacrifici altissimi

Da un canto, infatti, nel sacrificare sull’altare della carriera tanto il matrimonio quanto ogni eventuale maternità – come a malincuore lei stessa ammette – Sonia Sotomayor finisce per abbandonare la soggettività relazionale cui la comunità di origine l’aveva abituata, per assumerne una individuale, che la mette al centro di un universo in cui non ci sono doveri verso un nuovo gruppo familiare, per il quale non avrebbe tempo. In tal modo Sonia spezza per il futuro quella rete di affettività, certamente per tanti versi ingombrante, cui però in grande misura deve la forza d’animo che è la chiave del suo successo.

D’altro canto l’ipocrisia della formale separazione fra politica e diritto che caratterizza (non soltanto) il sistema nord-americano – in cui il principio di legalità (la rule of law) vorrebbe vestire i giudici dei panni dei tecnici puri sottoposti solo alla legge, laddove il meccanismo del loro reclutamento ne prevede invece una selezione sulla base delle convinzioni politiche – pare assumere un peso determinante sulle scelte professionali effettuate dalla Sotomayor. Di natura moderata e riflessiva, piuttosto che orientata verso gli estremismi della passionalità, Sonia vorrebbe mettere al servizio dei più deboli le sue capacità felicemente valorizzate dal sistema. Il timore di esporsi politicamente, giacché posizioni troppo rivoluzionarie potrebbero interferire con il suo sogno di essere un giorno giudice federale, sembra però frenare il suo generoso impulso. Se è vero che l’autrice assume fin da subito un ruolo di sostegno a favore della comunità portoricana, in generale le sue attività lavorative non sono svolte tuttavia a vantaggio dei meno fortunati.

La terza delusione

A New York la Sotomayor non diventa, come pur ci si sarebbe potuti aspettare, avvocato difensore degli imputati più poveri, neri o ispanici, sui quali com’è noto la spada del diritto penale affonda con maggior facilità. Sonia sta dalla parte opposta: quella dell’accusa. Ammette anche di provare particolare soddisfazione dalla vittoria nell’agone dibattimentale, nonostante per rispetto del dolore dei parenti del condannato trovi fuori luogo festeggiarla, come invece sono soliti fare i suoi colleghi procuratori, con cene in costosi ristoranti della città. Né, quando passa alla pratica civile, si occupa di far valere le ragioni dei perdenti dei processi sociali nei confronti dalle grandi corporation, ma si pone, al contrario, al servizio di queste ultime, in particolare della casa di moda Fendi per tutelarne il marchio. Certamente la prudenza e la moderazione che contraddistinguono la sua carriera precedente alla nomina a giudice federale avrebbero potuto costituire una strategia vincente ai fini della condivisione della sua fortuna con i più deboli sul lungo periodo, quando finalmente alla Corte suprema, e quindi ormai libera da condizionamenti esterni, dall’alto del più autorevole organo giudiziario del paese avesse potuto efficacemente imporre un’interpretazione del diritto a loro favore. Ma è qui in agguato la terza delusione.

Le opinioni dell’ormai giudice della Corte suprema Sonia Sotomayor, per quanto sicuramente molto coraggiose e finalmente appassionatamente dalla parte dei più vulnerabili, sono nell’era del Trumpismo – e delle nuove nomine che essa ha già prodotto e produrrà – destinate con ogni probabilità a rimanere di minoranza e quindi senza effetti. È questo l’ultimo amaro frutto dell’avventura professionale di una donna dalle doti straordinarie, dal cuore grande e dalla notevole dirittura morale, in un sistema in cui, al di là degli enunciati, il diritto e la politica non si separano mai.

grande@uniupo.it

E Grande insegna sistemi giuridici comparati all’Università del Piemonte Orientale

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