Spagna e Catalogna dopo gli anni bui di Rajoy

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Qualcosa di nuovo sul fronte occidentale

di Jacopo Rosatelli

dal numero di novembre 2018

“Ora il panorama è cupo. Non si vede una via d’uscita, fra le altre cose perché ci si è spinti molto lontano senza sapere né come né perché”. L’inquietudine di Eduardo Mendoza, nel ragionare sulla questione catalana, è figlia di un pessimismo ampiamente giustificato. Sarebbe interessante sapere, tuttavia, se il grande scrittore barcellonese avrebbe attenuato almeno un po’ il tono preoccupato se avesse finito di scrivere il suo pamphlet Che cosa succede in Catalogna qualche mese dopo, e cioè mentre si insediava il nuovo governo di Pedro Sánchez, il socialista che è riuscito nella missione impossibile di mandare via la destra di Mariano Rajoy dal palazzo della Moncloa di Madrid. Perché dalle giornate drammatiche dell’autunno dello scorso anno in cui Mendoza scriveva, le giornate del referendum, delle manganellate e degli arresti, qualcosa è effettivamente cambiato: in Spagna spira un vento nuovo. Quel che ancora nessuno sa o può sapere, però, è se questo soffio abbia la forza sufficiente per spazzare via quei pesanti ostacoli al dialogo e alla ricerca di soluzioni eretti (soprattutto, ma non solo) dal Partido popular. Oppure se sia destinato a non scalfirli.

Crisi istituzionale

L’impresa è immensa e molto difficile, dopo anni di muro contro muro, e con i principali protagonisti del movimento che si batte per la nascita di una repubblica catalana in carcere o riparati all’estero per sfuggire alle (in ogni caso scandalose) misure di custodia cautelare. Quello indipendentista è, come riconosce Mendoza, “un movimento reale, che è penetrato a fondo in ampi settori della popolazione”: illusorio pensare che, in una sorta di riflusso, cessi di perseguire i propri obbiettivi e di suscitare le corrispondenti reazioni di contrasto innanzitutto dentro la stessa società catalana, divisa praticamente a metà. La mobilitazione, materiale e simbolica, è stata troppo alta perché possa essere derubricata a un episodio di febbre alta in un organismo che saprà “guarire” in fretta. In Catalogna la crisi di legittimità dello stato spagnolo è radicale. La crisi territoriale, caratterizzata da controversie su finanziamenti e gradi di autonomia, è diventata crisi istituzionale, nella quale a essere messa in discussione è l’esistenza stessa della Spagna così come l’abbiamo conosciuta sino ad ora. Compito delle “persone di buona volontà” che vogliono voltare pagina dopo gli anni bui di Rajoy è dunque, inevitabilmente, lavorare ad assetti nuovi, diversi da quelli risalenti alla Costituzione approvata giusto quarant’anni fa, giunti ormai evidentemente al capolinea.

La crisi istituzionale è, infatti, quella più profonda, l’unica irreversibile. Le altre crisi che hanno variamente attanagliato il paese iberico nell’ultimo decennio appaiono in via di risoluzione o, addirittura, già superate. La crisi economica, dimenticando la quale non si spiega nulla, appare alle spalle, per lo meno nella sua fase più acuta e distruttiva. E lo stesso può dirsi delle crisi del sistema politico, quella orizzontale fra i partiti, e quella verticale fra rappresentati e rappresentanti. Dopo una fase di scontro destabilizzante fra socialisti e popolari, cominciato per la rabbiosa incapacità della destra di accettare la prima vittoria di José Luis Zapatero dopo l’attentato di Atocha, e poi di scontro di tutti contro tutti in seguito alla (benefica) irruzione degli indignados, ora le forze politiche di ambito nazionale appaiono nuovamente in grado di raggiungere i compromessi necessari a una democrazia parlamentare multipolare. E la povertà dell’offerta politica, per anni ridotta all’asfittico bipartitismo contro cui si scagliarono gli indignados accampati con le loro tende alla Puerta del Sol, è venuta meno grazie all’ingresso in scena di Podemos e di Ciudadanos, che hanno infuso nuova linfa, rispettivamente, al campo progressista e a quello liberal-conservatore. A sinistra, Podemos e socialisti hanno smesso di demonizzarsi reciprocamente, riuscendo addirittura ad accordarsi sull’indirizzo politico del nuovo governo. A destra, popolari e Ciudadanos cercano di conquistare terreno gli uni a spese degli altri, ma sanno benissimo che nel loro destino c’è la coesistenza e l’alleanza, come dimostrano ad esempio nell’accordo per l’amministrazione della regione di Madrid.

Il problema è che, come illustra efficacemente la politologa Anna Bosco nel suo Le quattro crisi della Spagna, i guai dell’economia e del sistema dei partiti hanno contribuito a generare la crisi territoriale e istituzionale che, invece, è ben lungi dall’essere in via di soluzione. Dove sono mancate le risposte, dove il sistema politico-sociale spagnolo non ha trovato le risorse ideali e pratiche per cambiare e dare vita a nuovi scenari, è sul terreno delle autonomie regionali. La rottura dell’equilibrio fra nazione spagnola e nazionalità periferica catalana non solo è senza ricomposizione, ma c’è il rischio che possa risolversi solo in maniera traumatica. Se al governo ci fosse ancora la destra negazionista, che merita tale qualifica perché ha pervicacemente rifiutato di riconoscere l’esistenza di un legittimo conflitto politico-sociale, nascondendosi dietro l’illegittimità delle forme attraverso il quale si esprimeva, ci toccherebbe probabilmente raccontare di un’escalation ulteriore dello scontro. Le cui origini e le cui implicazioni sono ben illustrate da Bosco e, con stile e intenzioni differenti, dal giornalista Marco Santopadre in La sfida catalana, volume militante e dichiaratamente filo-indipendentista. Che può essere tuttavia letto con interesse, e apprezzato, anche da chi non condivide il punto di vista dell’autore, secondo il quale in questa vicenda è emersa “una combattiva e preziosa unità popolare che ha generato un esperimento di contropotere e di democrazia militante in un momento in cui la democrazia formale, in Spagna come nell’insieme dell’Unione europea, è ridotta spesso ad un simulacro penoso e senza appeal”.

È certo difficile sostenere che la democrazia negli stati e nell’edificio comunitario goda di buona salute, anzi, ma da questo non discende necessariamente che la strada da percorrere, come invece ritiene Santopadre, sia quella classicamente rivoluzionaria. Questo è, in sostanza, il punto sul quale si divide lo stesso campo della sinistra più radicale sulla pietra d’inciampo catalana (e anche in altri contesti). Da un lato, Podemos e forze affini, compresa la carismatica sindaca di Barcellona Ada Colau, sostengono la richiesta di un referendum di autodeterminazione, ma nella legalità, cioè attraverso un’intesa con lo stato centrale sul modello di analoghe consultazioni popolari in Canada e nel Regno Unito. Dall’altro, gruppi come la Cup (Candidatura d’unitat popular) perseguono apertamente la rottura delle norme costituzionali vigenti. Si tratta di settori che mettono a tema “un passaggio dalla resistenza passiva a quella attiva e l’invito a prevedere forme di lotta più incisive, improntate all’autodifesa, che alla ‘ragione’ affianchino anche un certo uso della ‘forza’ – il che non è da intendersi come un appello all’uso della violenza politica”.

Non si può certo rimproverare ai rivoluzionari di ragionare fino in fondo come tali. Chi non crede né alle rotture traumatiche, perché teme che le implicazioni negative – anche in termini di violenza e anomia – possano essere, soprattutto in questo caso, maggiori dei benefici eventuali, ma nemmeno si rassegna al mantenimento dello status quo, ha l’onere di offrire alternative. Quali? Una potrebbe essere la rifondazione del patto costituzionale spagnolo sulla base di un’opzione compiutamente federalista, capace di contemplare, a determinate condizioni e con maggioranze qualificate, anche la possibilità che singole “parti” decidano di scindersi dal “tutto”. Sul piano istituzionale dovrebbe significare l’adozione del modello tedesco, con una camera alta in cui sono rappresentati i governi delle Comunidades autónomas, le diciassette regioni autonome, al posto dell’attuale – inutile a detta di molti – senato. Un cambiamento impossibile in questa legislatura, senza una vera maggioranza e destinata probabilmente a finire anzitempo, ma un orizzonte politico sul quale i socialisti e Podemos potrebbero cercare di offrire a tutto il paese, compresi ovviamente i partiti indipendentisti catalani, una concreta indicazione per uscire dal labirinto, avendo ormai raggiunto, come saggiamente rileva Mendoza, “una tensione che non avvantaggia più nessuno”.

jacopo.rosatelli@gmail.com

J Rosatelli è dottore di ricerca in studi politici, insegnante e giornalista free lance

I libri

  • Anna Bosco, Le quattro crisi della Spagna, pp. 216, € 19, il Mulino, Bologna 2018
  • Eduardo Mendoza, Che cosa succede in Catalogna, pp. 88, € 10, Utet, Novara 2018
  • Marco Santopadre, La sfida catalana. Cronaca di una rivoluzione incompiuta, a cura di Giacomo Marchetti, pp. 258, € 18, Pgreco, Milano 2018
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