Festival di Venezia | Bollettino I

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di Natalia La Terza

Le verità di Hirokazu Kore-eda,
con Juliette Binoche, Catherine Deneuve e Ethan Hawke; Francia, Giappone 2019.

Il regista giapponese Hirokazu Kore-eda apre la 76esima edizione della Mostra del cinema di Venezia con Le verità, un nuovo “affare di famiglia” girato per la prima volta fuori dal suo Paese e con un cast che ruota intorno a tre grandi nomi: Catherine Deneuve, Juliette Binoche e Ethan Hawke. Non è un triangolo, ma una nuova variazione su un tema caro al regista: il rapporto tra genitori e figli – qualsiasi sfumatura le parole “genitore” e “figlio” possano assumere. Le verità si inserisce e al tempo stesso si distingue all’interno del filone Kore-ediano di film dedicati ai legami familiari.

A venire in mente sono due titoli su tutti, entrambi premiati al festival di Cannes: Father and son, Premio della Giuria nel 2013, e Un affare di famiglia, Palma d’oro nel 2018. Protagoniste di Father and son sono due famiglie che crescono per sei anni figli che non sono loro per colpa di uno scambio al momento della nascita, mentre la protagonista di Un affare di famiglia è una bambina che viene amata più dalla famiglia che la trova per strada piena di lividi che dai suoi genitori naturali. Per il regista giapponese non è importante quanto un legame tra due persone sia biologico, di sangue, piuttosto quanto esso sia autentico, rappresentativo di un affetto vero. Le verità è una declinazione inaspettata del tema: qui Kore-eda non mette in primo piano l’inattesa armonia di un legame adottivo ma si focalizza sulle inestricabili difficoltà del rapporto tra una madre e una figlia naturali. Un groviglio di affetti, mancanze e risentimenti che diventa ancora più difficile da disfare quando a intromettersi è una terza persona, che della famiglia non fa parte ma che sembra essere vicina alle due donne più di chiunque altra.

Fabienne (Catherine Deneuve) è una grande diva del cinema francese. Sta per uscire il suo primo libro, un’autobiografia intitolata La verità, che di vero ha poco. Dentro e fuori dalle scene, al fare la moglie e madre a tempo pieno, l’attrice ha sempre preferito recitare, vivere in un mondo dove, se i mariti, i compagni, gli aiutanti o la figlia non la perdonavano, l’avrebbe sempre fatto il suo pubblico. Fabienne non è mai andata a prendere sua figlia Lumir (Juliette Binoche) a scuola, non è andata nemmeno a vederla nello spettacolo del Mago di Oz – dove la bambina non interpretava Dorothy, ma il leone: nell’infanzia e nell’adolescenza di Lumir a starle vicino è sempre stata la migliore amica e peggior nemica della madre, anche lei attrice: Sarah Moldovan. Il nome di questa donna viene ripetuto così tante volte durante il film – alternato a brevi racconti della sua ultima notte di vita e all’apparizione del suo preferito, castigatissimo vestito, che sembra quello indossato proprio da Catherine Deneuve Deneuve in Bella di giorno di Luis Buñuel – da farci venire la voglia, sempre più forte, che prima o poi Sarah si manifesti, anche in forma di fantasma. A incuriosire, in un film che gioca così tanto con la fiction, la non fiction e il cinema francese – è anche l’età di morte della Moldovan: 25 anni, come la sorella di Catherine Deneuve, l’indimenticata, bellissima Françoise Dorléac.

Ma lo spettro di Sarah non appare, e Kore-eda rinuncia a mettere un pizzico di noir nella sua storia: piuttosto moltiplica, in un gioco di specchi, Fabienne e Lumir. Nell’attesa che il suo libro esca, l’egocentrica Fabienne sta infatti girando un film che potrebbe essere il suo ultimo lavoro. È un’opera di fantascienza che racconta la storia di una madre e di una figlia. Per essere più precisi: la storia di una madre che viaggiando nello spazio resta sempre giovane e di una figlia che sulla terra invece cresce e invecchia, e che in assenza della madre deve imparare a cavarsela da sola. Ecco la bambina che è stata Lumir, ecco la madre che è stata Fabienne, immortalata per sempre giovane nei film di cui è stata protagonista all’apice della sua carriera. È l’età il secondo tema del nuovo film del regista giapponese, il punto debole dell’orgogliosa protagonista, che quando viene toccato porta allo svelamento di tante piccole verità nascoste.

Quello che colpisce in un film tutto femminile come Le verità, è come gli uomini – da Hank (Ethan Hawke), attore americano di serie b a Pierre (Roger Van Hool), sgangherato ex marito occasionalmente “trasformato” in tartaruga – interpretino ruoli secondari che sono allo stesso tempo necessari a smorzare i toni, troppo spesso solenni, della storia tra le due donne. Insieme a Ludivine Sagnier, l’Esther di The Young Pope, qui un’attrice che riesce a piangere sul set solo pensando al cane morto, gli uomini che sono «meglio come amanti che come attori» o «meglio come cuochi che come amanti», conducono quei momenti di divertimento che sono, nella loro leggerezza, i più riusciti del film.

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