Comprare piacere: intervista a Marzio Barbagli

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Lavoro, reificazione, male minore o abominevole vizio?

Intervista a Marzio Barbagli di Massimo Vallerani

La coesistenza fra tolleranza e repressione è il primo dato strutturale che emerge dal suo libro. Le lunghe serie di provvedimenti, che dal Duecento al Seicento (ma anche dopo) si susseguono nelle città europee, disegnano un’evoluzione molto frastagliata. Più che una linea continua verso un esito unitario, sembrano linee spezzate di “campagne” di moralizzazione alternate ad aperture più discrete per ragioni di ordine sociale ed economico. Soprattutto colpisce la dimensione spaziale delle pratiche di esclusione: le prostitute devono essere costrette in spazi demarcati. Ogni sconfinamento è passibile di punizione. È plausibile che le autorità cittadine abbiano seguito, nel lungo periodo, un paradigma non evoluzionistico, ma piuttosto rituale: infliggere alle prostitute, periodicamente, uno “stigma sociale”, rinnovato in momenti diversi, per mostrare pubblicamente i limiti – anche fisici– concessi alla sessualità extramatrimoniale?

Per otto secoli, fino all’ultimo ventennio del Novecento, tutte le volte che la presenza delle meretrici nelle città europee è diventata più visibile, ingombrante e fastidiosa, suscitando le lamentele della popolazione, le autorità civili sono intervenute. Nel 1254, il re di Francia Luigi IX emanò un’ordinanza che si proponeva di abolire il “sozzo e abominevole vizio” del meretricio ed espelleva quelle donne “sia dai campi che dalle città”. Ma il “re santo” si rese presto conto che questo obiettivo era irrealizzabile. Da allora, le autorità municipali europee scelsero alcune delle quattro possibili strade, provandone una e passando, a distanza di tempo, a un’altra se la prima era inadeguata: l’espulsione di queste donne fuori dalle mura urbane; l’allontanamento da alcune piazze o strade; l’isolamento in una zona particolare della città; l’istituzione del postribolo pubblico municipale, dal quale le meretrici non potevano allontanarsi. Erano tutte soluzioni che segregavano queste donne, separandole da quelle “oneste” e dalle loro famiglie. L’ultima tuttavia accettava, legittimava e istituzionalizzava l’offerta femminile di sesso commerciale, facendola gestire, in situazione di assoluto monopolio, alle autorità municipali.

Vi furono tuttavia rilevanti differenze nel modo in cui le autorità delle città europee affrontarono questi problemi. In sintesi, l’atteggiamento nei confronti del meretricio di quelle italiane fu più accondiscendente e permissivo. Da noi i postriboli pubblici furono creati prima che altrove, furono considerati più spesso dei servizi per la popolazione maschile e dunque collocati più spesso nel centro cittadino e più accessibili agli uomini sposati e agli studenti universitari. All’estremo opposto vi furono le autorità inglesi che istituirono pochissimi postriboli e più tardi. Fra questi due estremi, tutte le altre città europee. Queste differenze fra le autorità italiane e quelle degli altri paesi divennero ancora più forti nel Cinquecento, quando le città tedesche, seguendo l’impostazione di Lutero, chiusero i bordelli che gestivano, re Carlo IX instaurò in Francia un regime repressivo senza precedenti e Filippo IV, in Spagna, fece altrettanto un secolo dopo, mentre le autorità dei vari stati italiani non tentarono in genere di chiudere i bordelli e di proibire il meretricio e, nell’unico caso in cui provarono, fallirono. Queste differenze fra l’Italia e gli altri paesi europei continuarono anche nel corso dell’Ottocento e della prima metà del Novecento, Il regolamentarismo (basato sulla creazione di case di tolleranza, iscrizione delle prostitute nei registri di polizia, visita ginecologica periodica), che si affermò in tutta Europa per contenere l’epidemia di sifilide, durò meno che altrove in Inghilterra, mentre in Italia fu abolito più tardi che in ogni altro paese europeo (solo nel 1958, con la L. Merlin).

Un altro filo rosso importante riguarda il legame assai stretto fra prostituzione e matrimonio: si configura un rapporto complesso, non solo di contrapposizione (amore lecito e amore illecito), ma anche di complementarietà (la prostituzione è ammessa per salvare le donne “di famiglia” da una sessualità rapace) o addirittura di analogia (in fondo, nel matrimonio, la moglie viene sottomessa allo sfruttamento sessuale illimitato dell’uomo dietro corresponsione di un compenso). Può articolare in maniera più formalizzata questa relazione sul lungo periodo?

Dal IV secolo d.C., i teologi cristiani hanno sostenuto che il meretricio era un male necessario per difendere il matrimonio e l’ordine sociale. “Togli via le meretrici dalla vita umana – scrisse Agostino – e guasterai tutto col malcostume”, perché questo avrebbe fatto aumentare il numero degli adulteri e dei rapporti sodomitici, le due maggiori minacce per il vincolo coniugale. Le città europee che, dal 1320 in poi, decisero di impossessarsi dell’offerta di prestazioni sessuali femminili e crearono il postribolo pubblico, lo fecero per “evitare mali maggiori”: la trasmissione di passioni e pratiche perverse dalla popolazione femminile infetta a quella sana; la violenza urbana; la difesa delle donne oneste, sposate e nubili, dai giovani (immigrati) sfrenati. Un membro del consiglio municipale di Viterbo arrivò a dire, alla metà del Quattrocento, che la minaccia alla morale pubblica veniva non dalla presenza ma dall’assenza di meretrici.

Questa tesi fu sottoposta a critiche assai severe da parte di Lutero e dei teologi protestanti, secondo i quali la prostituzione e i bordelli, ben lungi dal ridurre il desiderio sessuale, lo facevano aumentare. Inoltre, secondo loro, le meretrici erano molto pericolose perché trasmettevano la sifilide. Ciascuna di loro, scriveva Lutero, “poteva avvelenare dieci, venti, trenta o più di questi figli di buona gente e doveva essere perciò considerata un’assassina o un’avvelenatrice”. Queste critiche fecero breccia anche nel mondo cattolico fra la fine del Cinquecento e l’inizio del Seicento. Tuttavia, la nuova ondata di sifilide iniziata negli ultimi decenni del Settecento riportò in auge la vecchia tesi di Agostino a sostegno del nuovo regolamentarismo. Con le parole di Bernard Mandeville, era necessario “sacrificare una parte delle donne per salvare l’altra”; “la castità può trovare sostegno nell’incontinenza (…) la migliore delle virtù può avere bisogno del peggiore dei vizi”. Il movimento abolizionista, iniziato in Inghilterra nella seconda metà dell’Ottocento sotto la guida di Josephine Butler e diffusosi in seguito negli altri paesi europei, che si batteva, oltre che per la chiusura delle case di tolleranza, per la redenzione dell’uomo dall’ossessione sessuale, colpì a morte la teoria del male minore.

In questo lungo dibattito i gesuiti giocarono un ruolo importante, con posizioni diversificate e originali. Ce le vuol ricordare?

Nel Cinque e Seicento, i gesuiti hanno avuto un ruolo cruciale negli sforzi per regolare e contenere il mercato del sesso a offerta femminile, proponendo misure innovative e impegnandosi in prima persona per realizzarle. Tuttavia, contrariamente a quanto di solito si pensa, essi hanno avuto un’impostazione radicalmente diversa in Italia e in Spagna. Dal 1537 in poi, da quando cioè arrivò a Roma Ignazio di Loyola, essi hanno puntato al governo delle anime e alla persuasione, all’insegna della carità e della speranza, due tratti specifici del cattolicesimo italiano. Nel 1520, papa Leone X aveva autorizzato con una bolla l’istituzione di un monastero per le meretrici che volevano abbandonare la “vita scandalosa” per quella onesta, rimanendo in completa clausura. Questi monasteri si diffusero in tutta Italia, ma avevano un limite: accoglievano solo le donne molto giovani ed erano chiusi alle non più giovani, alle coniugate, le vedove o a quelle che non volevano prendere i voti monastici. Per superare questi limiti, Ignazio di Loyola formulò due progetti innovativi che, dopo aver avuto l’approvazione del papa, riuscì a realizzare: la creazione della Casa di Santa Maria, che aveva la funzione di accogliere le meretrici pentite per un limitato periodo di tempo, dando loro la possibilità di decidere se riconciliarsi con il marito, sposarsi o prendere i voti; l’istituzione della Compagnia delle Vergini Miserabili, rivolta alle ragazze fra i 10 e i 12 anni per prevenire che finissero per prostituirsi.

I gesuiti spagnoli, invece, seguirono con successo un’impostazione sempre più simile a quella – duramente repressiva – delle città tedesche protestanti. All’inizio, dal 1570, fecero il possibile per ostacolare il funzionamento dei bordelli pubblici, dove entravano con la forza, cacciavano fuori gli uomini, mandandoli a confessarsi nella chiesa più vicina. Ben presto, ricevettero munizioni teoriche da Martín de Azpilcueta, uno dei maggiori teologi del suo tempo, che confutò la concezione agostiniana del male minore, sostenendo che il bordello pubblico non favoriva la castità, ma il peccato, non permetteva di evitare mali maggiori, ma li assecondava, non proteggeva il matrimonio, ma lo minacciava, chiedendone la chiusura. Così, per anni, essi si batterono per questo obiettivo, facendo forti pressioni sul governo, e riuscirono a raggiungerlo nel 1623, quando Filippo IV emanò una prammatica che proibiva i bordelli e le case pubbliche.

Un altro campo di tensione irrisolto mi pare quello della visione letteraria della prostituzione, femminile e maschile. A parte le palesi differenze fra le due tipologie (con i maggiori rischi che correvano i clienti della prostituzione omosessuale), un punto in comune riguarda il contrasto, a volte drammatico, fra l’attrazione che grandi artisti e letterati provavano per i corpi prostituiti e il bisogno di ribadire la quasi animalità della donna/uomo di cui potevano disporre. Perché questa tendenza a sottolineare la diversità “biologica” del soggetto posseduto nel momento stesso in cui ne cantavano la bellezza? Non le sembra un sintomo di un rapporto schizofrenico con la sessualità?

A metà degli anni sessanta dell’Ottocento, dopo aver ricevuto la visita di Léonide Leblanc, una delle demi-mondaine parigine più intelligenti e brillanti, Edmond de Goncourt scriveva nel suo diario: “Una piccola meraviglia di natura e di prostituzione, che riempie la mia camera della sua gonna di seta, il mio specchio della luce dei suoi diamanti. Grazie d’uccello, sorrisi d’uccello, baci d’uccello e non più cervello d’un uccello (…). Donne come questa sono graziosi animaletti che a volte arrivano all’intelligenza della scimmia”. Molti anni dopo, John Ackerley scriveva che il suo partner ideale era “un uomo-animale, il cervello della mia cagna, per esempio, nel corpo del mio marinaio, il perfetto corpo virile sempre a disposizione nella fedele, acritica dedizione della bestia”. Dunque, sia l’eterosessuale francese che l’omosessuale inglese concepivano il rapporto con chi vende prestazioni sessuali come fortemente asimmetrico. Nel primo caso si trattava di un’asimmetria di genere, nel secondo invece di classe. Per quanto assai lontana da quelle di oggi, la prima concezione è meno difficile da capire. Essa si basava sull’idea che la donna (non solo la prostituta, ma anche la moglie) “non è un cervello, è un sesso nulla di più” e che nella vita aveva solo due funzioni: l’amore e la maternità, come scrissero, nella seconda metà dell’Ottocento, molti intellettuali europei seguendo le impostazioni di un piccolo libro di Arthur Schopenhauer. Più difficile è capire la seconda concezione, affetta dalla “sindrome del principe e del povero” (come è stata chiamata), che portava gli scrittori omosessuali a cercare il rude operaio, di solito eterosessuale, il buon selvaggio incontaminato e maschio. Può aiutarci forse l’ipotesi esplicativa formulata da uno di loro, Christopher Isherwood, che ha confessato di soffrire di “un’inibizione diffusa fra gli omosessuali dei ceti più elevati: non poteva lasciarsi andare sessualmente con un appartenente al suo ceto e alla sua nazione. Aveva bisogno di uno straniero di classe operaia”.

La prima concezione fiorì nella seconda metà dell’Ottocento, la seconda invece anche nella prima metà del Novecento, cioè nei periodi nei quali i due mercati del sesso (a offerta femminile e maschile) raggiunsero la massima estensione. Prima di allora, queste due concezioni ebbero un’importanza minore. Nel Cinquecento, ad esempio, pur essendo ben ferma l’idea dell’inferiorità delle donne, a Roma, a Venezia e in altre città italiane, i letterati acquistavano le prestazioni sessuali dalle cortigiane, da donne cioè che, oltre che sessualmente attraenti, erano intelligenti e colte, in grado di apprezzare le liriche, la musica, i dipinti. Quanto al mercato a offerta maschile, i rapporti sono stati per secoli caratterizzati da un altro tipo di asimmetria, quella per età, ed avvenivano fra un uomo e un adolescente, con una distribuzione diseguale del desiderio erotico e della possibilità di provare piacere (privilegi del primo) e della capacità di attrarre (che spettava al secondo),

Le valutazioni intorno al “comprare piacere” sono ancora oggi molto divergenti. Come sono cambiati i termini della questione nelle argomentazioni più recenti – diciamo nell’ultimo trentennio del Novecento – sul ruolo della prostituzione “pubblica”?

Nell’ultimo trentennio del Novecento si sono fatte strada in Europa nuove idee sulle cause della prostituzione femminile e sui mezzi più adeguati per contenerla. Due concezioni nuove si sono affermate e hanno dato origine, in alcuni paesi, a riforme legislative. I sostenitori della prima, figlia del cosiddetto femminismo liberale, richiamandosi ad alcuni capisaldi della teoria liberale classica (l’autonomia della persona, l’individualismo, l’avversione nei confronti dell’intervento dello stato), ritengono che il prostituirsi non sia diverso da altri lavori e che le donne che si dedicano a questa attività facciano delle cose con parti del corpo come le massaggiatrici, le domestiche, le cantanti, le insegnanti o le avvocatesse. Di conseguenza, si battono perché le sex workers abbiano gli stessi diritti degli altri (ad esempio, all’assistenza sanitaria e alla pensione) e anche gli stessi doveri (ad esempio, pagare le tasse) e perché i contratti che stipulano, con i clienti o con i proprietari dei luoghi dove li incontrano, siano validi.

I sostenitori della seconda concezione, figlia del femminismo radicale, pensano invece che la prostituzione non sia “né sesso né lavoro”, un’inoffensiva transazione commerciale fra privati, ma un mezzo potente per creare, rafforzare e perpetuare la reificazione delle donne con la sessualità. Essi cioè considerano il mercato del sesso femminile da una prospettiva del tutto diversa dai teologi, i giuristi, i moralisti o i legislatori che per secoli hanno concentrato la loro attenzione sull’offerta di prestazioni sessuali, sulle “grandi peccatrici”. I sostenitori della seconda concezione attribuiscono, invece, un’enorme importanza alla domanda. La prostituzione altro non è – secondo loro – che il frutto di enormi diseguaglianze di potere, di ricchezza e di reddito. “Essere in grado di comprare un corpo al mercato – ha scritto uno di loro – presuppone l’esistenza di un padrone. La prostituzione è il riconoscimento pubblico dell’uomo come padrone”. Di conseguenza, essi hanno sostenuto la necessità di criminalizzare il cliente, di punirlo e di scoraggiarlo.

Queste idee non sono rimaste nelle riviste o nei dibattiti dei media, ma hanno animato le discussioni parlamentari di molti paesi europei e hanno prodotto delle riforme. La concezione delle sex workers ha ispirato le riforme realizzate in Olanda, in Germania e in Nuova Zelanda; la criminalizzazione del cliente quelle approvate in Svezia, in Finlandia, in Norvegia, in Islanda e in Francia.

Leggi la recensione di Giovanna Fiume a Comprare piacere sul numero di febbraio dell’Indice!

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