Leo Spitzer – Perifrasi del concetto di fame | Libro del Mese

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Christochefamdelader

di Lorenzo Renzi

Leo Spitzer
PERIFRASI DEL CONCETTO DI FAME
La lingua segreta dei prigionieri italiani nella Grande guerra
ed. orig. 1921,  trad. dal tedesco  di Silvia Albesano, a cura di Claudia Caffi,
pp. 624, € 42,
il Saggiatore, Milano 2019

La biblioteca del mio dipartimento all’Università di Padova era una delle poche in Italia che possedevano una copia del poderoso volume tedesco che trattava dei modi con cui i soldati italiani prigionieri in Austria nella prima guerra mondiale scrivevano a casa che soffrivano la fame, opera del romanista austriaco Leo Spitzer. Potevo attingerci liberamente. Spitzer, già censore dell’imperial-regio Ministero della Guerra a Vienna, aveva trascritto e commentato le centinaia di modi in cui i prigionieri italiani avevano cercato di scrivere ai loro parenti che soffrivano la fame. Ma la censura austriaca faceva divieto ai prigionieri di scrivere la parola “fame”. Si trattava per i prigionieri di aggirare quella proibizione, di girarci intorno. Raccontavo questa storia ai miei studenti e parlavo di questo libro ogni volta, o quasi, che doveva trattare della metafora e delle altre figure retoriche che servivano allo scopo. Il caso mi serviva anche a mostrare un punto a cui tenevo molto, cioè che le figure retoriche (tutte?) non sono delle creazioni letterarie, ma nascono dalla lingua stessa, non sono artifici, ma forme semplici del pensare.

Lo scopo fondamentale delle scritture dei soldati era di spingere i parenti in Italia a spedire dei pacchi di viveri. Questi pacchi qualche volta arrivavano e molte volte no, perché venivano aperti, rubati o si danneggiavano durante il viaggio. I pacchi da casa erano tanto più necessari in quanto l’Italia, diversamente dagli altri paesi in guerra, aveva deciso di non aiutare in nessun modo i propri prigionieri nei paesi nemici, giudicandoli a priori sospetti di diserzione. Alla fine della guerra avrebbero dovuto discolparsi, portare prove scritte a proprio favore. Ai disertori provati spettava la pena capitale, e un certo numero di queste esecuzioni (il più alto tra tutti i paesi che avevano partecipato alla guerra) fu effettivamente eseguito.

E come erano le espressioni indirette (le “perifrasi”) per indicare la fame? Molti soldati, soprattutto i figli dei contadini, che erano la gran parte, se le portavano da casa, dove il fenomeno era tutt’altro che sconosciuto. Nella sua introduzione alla recente traduzione italiana, Claudia Caffi, attentissima curatrice dell’opera, ha ordinato scientificamente queste espressioni in poche pagine. Eccone qualcuna. Da “fame”, per inversione di sillabe: “mefa”, da “mefa” per personificazione “la signora Mefa”, “fa me” scritto separato, il francese “femme, il tango della spazzola” (dove il tango è un ballo e si diceva – oggi mi pare che non si dica più – “il ballo della fame”,  e “spazzolare” stava come ancora oggi per “mangiare tutto”). La fame era suggerita anche attraverso gli animali famelici come il “cane” o la “volpe” o al contrario grandi digiunatori come il “cammello”. C’erano espressioni olofrastiche come “Christochefamdelader” (che riproduce con piccoli adattamenti anche il nome tedesco del campo di prigionia: Kriegsgefangenenlager), e frasi intere come “se avete occasione salutate la Signora Speranza Patris e il Tenente De Fame”. Si minimizzava (in retorica “tapinosi”) parlando di appetito: “sara silenzio della morte ma no della Pettito”, come scrive un soldato.

Questo libro, che è un recupero tardivo, ma tutt’altro che inattuale, del libro di Spitzer del 1921, segue alla traduzione e pubblicazione delle Lettere di prigionieri di guerra italiani, 1915-1918, sempre introdotte da Claudia Caffi (lì con il compianto Cesare Segre e con Livia Tonelli) e sempre dal Saggiatore. La traduttrice è stata Silvia Albesano, che studiando filologicamente questi due libri di Spitzer aveva già stabilito che il libro sulla Fame è l’estensione di un capitolo di quello dei Prigionieri, successivamente arricchito, reso autonomo e apparso prima dell’altro.

Sulla “grande fame” negli imperi centrali nel 1917-18 ha scritto un saggio introduttivo ricco di informazioni e di nuovi documenti il grande storico della prima guerra mondiale Antonio Gibelli. Gibelli pensa che questo libro sia, per la maggioranza dei passi che riporta, una testimonianza proprio di quel periodo, quando, come effetto di Caporetto, quasi 300.000 prigionieri italiani si erano aggiunti agli altrettanti che già si trovavano nei campi di concentramento in Austria. Intanto il blocco navale alleato contro gli imperi centrali aveva cominciato a far sentire i suoi effetti. In Germania e in Austria non c’era più da mangiare né nelle città, né negli eserciti né tantomeno nei campi di prigionieri. Ci furono centinaia di migliaia di morti per fame.

Ora, le lettere non sono datate. Molte per Gibelli dovebbero essere di questo periodo e si sarebbero aggiunte al nucleo originario di lettere che Spitzer, come sappiamo, aveva trascritto nel febbraio del 1916. Quel febbraio era stato un mese di fame, diciamo così, ordinaria, normale, continuazione di quella ancestrale dei tempi di carestia nelle campagne. Le lamentele dei soldati per la fame erano anche, come scrive acutamente proprio Gibelli, un effetto del concentrarsi ossessivo del prigioniero, come già avveniva nella semplice naia, sul cibo. A me però viene il dubbio che anche il resto delle lamentele appartengano in gran parte al gruppo originario, e non al terribile 1917-18. A questo si dovrebbe, penso, il fatto che queste lettere non hanno mai un tono non dico disperato, ma spesso anzi, come è stato notato, spensierato e scherzoso. A scrivere erano quasi sempre giovani uomini robusti e sani, prigionieri da poco, che vivevano come si vivono in quell’età beata anche delle brutte avventure. Perfino sulla fame si potevano fare quattro belle risate, e, come si è visto, produrre un certo numero di figure retoriche. Spitzer poi, che, agiato borghese, sopporterà di buon animo le persecuzioni antisemite e l’esilio americano, era fatto di una stoffa simile, anche se più fine, e non gli pareva vero di chinarsi su quelle povere scritture come su reperti preziosi. Non gli era neanche venuto in mente di compiangere quei poveri prigionieri. Aveva scritto un grande libro, ma era passato a lato del terribile dramma.

lorenz.renzi@libero.it

L. Renzi ha insegnato filologia romanza all’Università di Padova

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