Memorial in Russia (1989-2022): storia di una voce libera | dall’archivio

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Agenti stranieri che interferiscono con la revisione della storia

di Elda Garetto

Il 28 febbraio la Corte Suprema della Federazione russa ha deliberato la chiusura definitiva di Memorial, l’associazione nata alla fine degli anni ottanta per restituire il nome e la dignità della memoria alle vittime delle repressioni staliniane e divenuta in seguito, con l’aggravarsi della deriva autoritaria della Russia post-sovietica, un caposaldo per la difesa dei diritti umani.

La fondazione di Memorial si inserisce in quel fenomeno di risveglio collettivo e dibattito storico e culturale che accompagna la perestrojka di Gorbačëv degli ultimi anni ottanta, traendo linfa dal precedente movimento del dissenso. La presa di coscienza della propria storia nella sua tragica concretezza era percepita in quel periodo da molti russi come una necessità esistenziale. Per lunghi decenni la storia del paese era stata distorta dalla propaganda ufficiale e mutilata dai manuali scolastici. A contestare questa storia edulcorata e autocelebrativa sopravviveva però in tutto il paese un’altra “verità”, per troppo tempo taciuta e nascosta, quella della memoria familiare. Fu proprio in questo contesto che a Mosca, tra il 1987 e il 1989, anno della costituzione ufficiale di Memorial, si unirono ex-dissidenti, protagonisti del samizdat, giovani di diversa formazione, intorno all’idea di progettare un memoriale alle vittime del Terrore, un memoriale costituito non solo da un monumento, ma da un museo, una biblioteca e un archivio, un centro studi sulla storia del periodo sovietico. Tra le personalità più note Lev Ponomarëv, Sergej Kovalëv, Oleg Orlov, Larisa Bogoraz, Aleksandr Daniel’ e Arsenij Roginskij, che guiderà l’associazione per molti anni. Il gruppo di Memorial era sostenuto da notissimi protagonisti della vita culturale e scientifica. Tra questi il premio Nobel per la pace Andrej Sacharov, che divenne il primo presidente onorario. Gli anni tra il 1987 e il 1991 rappresentano il periodo “eroico” dell’associazione, che estese la sua rete in tutta l’Urss, comprese l’Ucraina, le repubbliche dell’Asia centrale e quelle baltiche. Per gli attivisti di Memorial si presentò la possibilità di costituirsi in prima persona come forza promotrice del progetto di riportare alla luce l’identità di tutte le vittime e le circostanze della loro incarcerazione e/o uccisione.

Con l’elezione, nella primavera del 1990, del Soviet supremo della Russia, di Borís Él’cin presidente, anche Memorial venne coinvolto nelle istituzioni da cui doveva nascere la nuova Russia, partecipando alla Commissione parlamentare per i diritti e alla stesura della legge sulla riabilitazione delle vittime delle repressioni. Nel 1990 Memorial inaugurò il suo monumento, un masso di granito trasportato dal primo lager sovietico, il monastero delle isole Solovki nel mar Bianco, e collocato sulla piazza della Lubianka, davanti alla sede centrale del Kgb. Nel 1991 venne inaugurata la sede centrale di Memorial a Mosca, con una biblioteca e un archivio che si sarebbe esteso fino a diventare uno dei centri di ricerca più importanti per la storia della repressione, del dissenso, del samizdat, conducendo un’intensa opera di divulgazione. L’attività non si concentrò solo sulla ricerca e la pubblicazione dei nomi delle vittime, ma anche sulla loro riabilitazione, creando anche una rete di solidarietà e sostegno materiale. Nel 1992 la rete delle sedi di Memorial sparse nello spazio postsovietico confluisce in “Memorial Internazionale”.

Poiché il sistema repressivo aveva condizionato tutti i settori della vita e delle attività (cultura, scienza, lavoro), tracciare una storia delle repressioni significava riscrivere la storia della Russia. L’apertura degli archivi permise l’accesso a una quantità sterminata di documenti riguardanti tutte le sfere della vita sovietica. Occorreva però integrare materiali non sempre attendibili con i ricordi famigliari, con il carico di emozioni e sofferenze che avevano lacerato la Russia sovietica. Venne quindi proseguita e ampliata la raccolta di documenti di storia orale attraverso interviste ai sopravvissuti, ai parenti delle vittime, a vari testimoni. Memorial esercitò inoltre una costante presenza nel testimoniare le violazioni dei diritti nei conflitti etnici, a partire da quello del Nagorno Karabakh e durante le guerre cecene, dove l’obiettivo era raccogliere dati, interviste, denunciare le violenze e cercare una possibile mediazione. Di questa attività si occupava il Centro per i diritti umani, nato nel 1991 e liquidato anch’esso di recente.

Boris Belenkin, storico, responsabile della biblioteca di Memorial, rievoca in una recente intervista come nei primi anni novanta gli attivisti di Memorial avessero la sensazione di lavorare “insieme allo stato” e di poter orientare alcune scelte grazie all’autorevolezza acquisita: “non capivo se Memorial fosse ancora necessario (…) in fondo avevamo ottenuto tutto quanto avevamo chiesto (…) Ma col passare del tempo e soprattutto nei due ultimi decenni questi dubbi furono velocemente cancellati”. Infatti, con la presidenza di Putin, le spinte verso maggiori aperture democratiche subirono un pesante contraccolpo, la difesa dei diritti venne considerata sempre più come un’inaccettabile ingerenza negli affari di stato. Il lavoro delle commissioni statali, incaricate di rivedere i casi di arresti e uccisioni illegali e di definire il risarcimento delle vittime, fu bloccato, provocando una perdita di fiducia in molti attivisti regionali che finirono con l’abbandonare l’associazione. In altri casi, la scoperta di nuovi crimini perpetrati dal sistema di repressione sovietico, come quelli venuti alla luce nel 1997 in Carelia grazie alle ricerche dello storico Jurij Dmitriev di Memorial Carelia (la fossa comune di Sandormoch, dove negli anni trenta erano state fucilate più di settemila persone) si ritorce contro gli stessi attivisti, provocando l’arresto e la condanna di Dmitriev con un’accusa pretestuosa.

Gli anni Duemila sono segnati dall’inasprirsi delle tensioni tra Memorial e l’establishment, che si materializzano in perquisizioni e sottrazioni di materiali. Ma è durante le guerre cecene che Memorial subisce le peggiori pressioni: il 15 luglio 2009 viene rapita e brutalmente uccisa a Grozny Natal’ja Ėstemirova, attivista di Memorial, membro del direttivo del Centro per i diritti umani. In seguito alle misure poliziesche sempre più rigide introdotte dal governo per controllare e reprimere manifestazioni di protesta spontanee, come quelle verificatesi tra il 2011 e il 2012 in occasioni di due tornate elettorali, in cui molti rappresentanti della società civile segnalarono violazioni, si affianca a Memorial un’altra iniziativa: OVD-info, un sito che pubblica il numero di persone arrestate e detenute, i luoghi di detenzione e fornisce assistenza legale. A partire dal 2012 l’attività di Memorial viene ulteriormente ostacolata dalla legge sugli “agenti stranieri”, che impone a tutte le ong destinatarie di finanziamenti dall’estero di essere inserite in un registro speciale, con l’obbligo di esibire questa infamante etichetta, evocatrice della caccia alle spie di epoca staliniana, in ogni pubblicazione o iniziativa pubblica.

Nel 2014 Memorial condanna l’invio delle truppe russe in Ucraina, definendolo “un crimine”, e denuncia la violazione dei diritti dei tatari di Crimea; nello stesso anno viene iscritto nel registro degli agenti stranieri il Centro per i Diritti Umani, e, a seguire, la sede pietroburghese e Memorial Internazionale. Colpita da multe esorbitanti, soggetta a numerose perquisizioni, l’associazione è ostacolata nei rapporti di collaborazioni con archivi, scuole e biblioteche. Le ragioni della crescente intolleranza del Cremlino verso Memorial sono da individuare certo nella sua costante difesa delle libertà civili contro un sempre più marcato autoritarismo poliziesco, ma anche, e forse in modo ancor più strutturale, nel progressivo definirsi della revisione della storia russa da parte di Putin e del suo apparato, preposto a costruire intorno alla vittoria nella cosiddetta “Grande Guerra Patriottica” il mito fondante della Russia postsovietica, un mito che negli anni è stato ingigantito e ammantato di un’aura sacralizzata, che non ammette ombre né incrinature, come sottolinea la storica Irina Ščerbakova in una recente intervista (https://www.unacitta.it/it/intervista/2838-memorial).

In questo contesto Stalin non può essere descritto come il carnefice del gulag, ma solo come il saggio stratega e artefice della vittoria. Non è un caso che tra le motivazioni della sentenza di chiusura di Memorial si adduca una presunta speculazione sulle repressioni del XX secolo, la diffusione di una falsa immagine dell’Urss, con l’aggravante che un’associazione, “nata per preservare la memoria storica, ultimamente non fa altro che deformare la memoria della Grande Guerra Patriottica”.

La dirigenza russa non nega il gulag: nel 2017 Putin ha inaugurato a Mosca il “Muro del Lutto”, dedicato alle vittime delle repressioni politiche, mentre il poligono di Butovo, teatro di uccisioni e sepolture di massa è stato trasformato in un luogo di culto del Patriarcato ortodosso che vi commemora i martiri per la fede. È evidente la strategia volta ad appropriarsi non solo delle vicende gloriose, ma anche, in modo surrettizio, della memoria e delle vittime, cui viene però negato il riconoscimento di vittime del terrore di stato.

Oggi, dello straordinario lavoro di Memorial rimangono gli archivi, in gran parte digitalizzati e tuttora parzialmente consultabili, e la moltitudine di pubblicazioni sul gulag, il samizdat, il dissenso e sulla storia nella coscienza individuale del XX secolo. Con l’auspicio che la comunità internazionale possa collaborare per salvaguardare e diffondere questo inestimabile patrimonio.

elda.garetto@gmail.com

E. Garetto è membro di Memorial Italia e ha insegnato letteratura russa all’Università di Milano

 

Le collane di Memorial

di Niccolò Pianciola

Memorial Italia cura due collane: una di storia edita da Viella, l’altra di letteratura memorialistica presso Guerini e Associati. Le opere sono quasi tutte traduzioni dal russo e, prossimamente, anche dall’ucraino. La collana di Viella raccoglie alcuni tra i migliori studi della stagione successiva all’apertura degli archivi. Boris Kolonickij, in «Compagno Kerenskij», 1917: la rivoluzione contro lo zar e la nascita del culto del vožd’, capo del popolo (2020), analizza l’emersione del culto del capo nel vuoto di legittimazione politica successivo alla caduta dell’autocrazia. Ljudmila Novikova, in La “controrivoluzione” in provincia. Movimento bianco e Guerra civile nella Russia del nord, 1917-1920 (2015), spiega le dinamiche politiche, sociali e militari della regione di Archángel’sk mostrando come solo studi regionali o locali dei diversissimi territori dell’immenso ex-impero permettano di comprendere il ciclo guerra-rivoluzione-crollo dello stato-guerra civile nella devastata ecumene postzarista. Le esperienze di persone comuni durante radicali sconvolgimenti economici e politici sono al centro di Vivere nella catastrofe. La Vita quotidiana nella regione degli Urali 1917-1922 (2018) di Igor’ Narskij. Dietro l’eguaglianza. Consumi e strategie di sopravvivenza nella Russia di Stalin, 1927-1941 (2019), di Elena Osokina, è ormai un classico della storiografia sullo stalinismo che analizza la creazione del sistema di distribuzione statale dei beni di consumo, in primis alimentare, dopo la soppressione dei meccanismi di mercato. Quel sistema fu uno strumento di controllo politico capace di creare una nuova gerarchia sociale e spaziale nel paese, che i gruppi svantaggiati cercavano di aggirare con ubique pratiche informali. Della nostra compianta Maria Ferretti, L’eredità difficile. La Russia, la rivoluzione e la memoria (1917-2017), del 2019, raccoglie saggi che spaziano dalla storia delle mobilitazioni operaie durante lo stalinismo nascente alla memoria della rivoluzione nella Russia di Putin. Dello storico e antropologo Sergej Abašin, è in uscita Qishloq. Il secolo sovietico in una valle dell’Asia centrale (2022): la microstoria di un villaggio (qishloq, in uzbeko) della valle del Fergana fornisce uno sguardo interpretativo nuovo sulla storia sovietica analizzando l’appropriazione delle istituzioni sovietiche da parte dei membri di una comunità centroasiatica. La collana di Guerini e Associati “Narrare la memoria” è stata inaugurata dal romanzo di Anatolij Pristavkin, Inseparabili. Due gemelli nel Caucaso (2018), che racconta la storia di due orfani trasportati in Cecenia nell’anno della deportazione del popolo caucasico. Leningrado. Memorie di un assedio (2019) di Lidija Ginzburg racconta il tentato urbicidio della città sulla Neva da parte di un esercito invasore e genocida. Quella di Vera Inber in Quasi tre anni. Leningrado. Cronaca di una città sotto assedio (pp. 232, € 17,50, 2022) è un’altra importante voce degli assediati, a cui a breve si aggiungerà il Diario di guerra di Nikolaj Nikulin, curatore dell’Ermitage durante la Seconda guerra mondiale. Le avanguardie sono al centro di L’arte in rivolta. Pietrogrado 1917 (2020) del critico, teorico e storico dell’arte Nikolaj Punin, in seguito perseguitato dal regime bolscevico. In La gioia per l’eternità. Lettere dal gulag (1931-1933) (cfr. questo numero, p. 20), è raccolta la corrispondenza scritta in prigionia tra Aleksej Losev, uno dei filosofi russi più importanti del Novecento, e sua moglie, l’astronoma Valentina Loseva.

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