Micaela Ghisleni – Generazione arcobaleno

Un’esplicita costruzione sociale

di Francesco Remotti

Micaela Ghisleni
Generazione arcobaleno
La sfida per l’eguaglianza dei bambini con due mamme
pp. 144, € 15,50,
Einaudi, Torino 2020

Tra i Nuer del Sudan meridionale, studiati negli anni trenta del Novecento da Edward E. Evans-Pritchard, se succedeva a una donna di essere sterile, poteva ovviare a questa situazione incresciosa mediante il matrimonio con un’altra donna. Lei assumeva il ruolo del marito, provvedendo in primo luogo a fornire il previsto compenso matrimoniale, mentre l’altra donna (la moglie) veniva fecondata da un estraneo, quale poteva essere un servo a cui erano affidati i lavori pesanti della casa. Era noto a tutti che i figli erano nati grazie al seme di questo uomo, ma era anche del tutto normale che i figli considerassero “padre” la donna sterile che aveva contratto matrimonio con la loro madre. Per dirla in latino (come faceva Evans-Pritchard), costei era il pater, mentre il servo era il genitor: la donna-pater veniva trattata e onorata dai suoi figli, proprio in quanto ella era il loro padre. E il genitor? Non aveva alcun ruolo educativo e nessuna responsabilità economica nella conduzione del ménage. Ma non era affatto dimenticato: il suo apporto, pur sempre decisivo, era oggetto di riconoscimento. Per esempio, quando dopo molti anni una giovane nata da questa famiglia sarebbe andata in sposa a qualcuno e costui avrebbe dato del bestiame come compenso matrimoniale, una mucca (denominata la “mucca della procreazione”) sarebbe stata data al genitor – se ancora in vita – come forma di riconoscimento e di ringraziamento. Di questo caso, insieme a molti altri, avevo parlato in Contro natura. Una lettera al papa (Laterza, 2008) per fare vedere come in molte società di cui si sono occupati gli antropologi è particolarmente accentuata la consapevolezza che la famiglia è una costruzione sociale: proprio per questo ci si ingegna a costruire tipi diversi di famiglia in risposta ai problemi che si presentano via via. Nel caso dei Nuer era la sterilità femminile il problema a cui si pensava di rispondere con una famiglia fondata sul matrimonio tra donne. Nel caso del libro che abbiamo sotto mano c’entra invece l’omosessualità. È possibile, per noi, che due donne o due uomini possano non solo unirsi in matrimonio, ma anche – come si usa dire – “avere” dei figli, “mettere su” famiglia, come normalmente avviene con le coppie eterosessuali? La nostra società è disposta ad ammettere la fondatezza di queste esigenze, a riconoscere come legittimi questi desideri? Come tutti sanno, ci si è accapigliati in questo dibattito e – come spesso succede nel nostro paese – la formula a cui si è pervenuti è un compromesso: quanto soddisfacente?

La legge del 20 maggio 2016, n. 76 consente a due “persone dello stesso sesso” di dare luogo a un’“unione civile”, acquisendo diritti e doveri molto simili a quelli dei coniugi che contraggono un “matrimonio”. C’è però il problema dei figli. L. 19 febbraio 2004, n. 40: è previsto che una coppia “eterosessuale” possa accedere alla procreazione medicalmente assistita (inseminazione intrauterina), ma questa possibilità è formalmente esclusa per coppie dello stesso sesso. Mettendo insieme le due leggi, risulta che “noi” – sia pure in maniera molto faticosa – abbiamo riconosciuto a una coppia omosessuale il diritto di contrarre un rapporto non proprio identico, ma molto simile al matrimonio eterosessuale. Però i nostri rappresentanti in parlamento – a differenza dei Nuer – non se la sono sentita di riconoscere a una coppia siffatta il diritto di “avere” dei figli. Per fortuna, non viviamo relegati entro le mura di un “noi” nazionale. E così, la coppia omosessuale di cui si parla nel libro ha avuto modo di recarsi in una clinica di Copenaghen e lì non soltanto di potersi avvalere delle tecniche dell’inseminazione intrauterina con seme di un donatore ignoto, ma di procedere a un atto squisitamente giuridico: la firma del consenso informato, in base alla quale la coppia, ancorché omosessuale, si assume la responsabilità del riconoscimento congiunto del nascituro come proprio figlio.

Il libro è il racconto di come, dopo la nascita del figlio, la coppia si sia trovata di fronte a un muro. C’è tempo dieci giorni per poter procedere alla registrazione del figlio presso l’anagrafe del comune di nascita (dopo di che il piccolo diventerebbe adottabile). In virtù di quanto formalizzato a Copenaghen, le due donne pretendono che il neonato sia registrato come figlio di entrambe, non soltanto della madre biologica. Con ciò rifiutano la scappatoia intrapresa solitamente e più volte suggerita, vale a dire riconoscimento da parte della madre biologica e formula della “adozione in casi particolari” da parte della compagna della madre. Il libro racconta la tenacia, l’intelligenza, la passione con cui le due donne hanno richiesto che venisse accettato il loro “diritto” a essere riconosciute entrambe come “madri” del neonato. Lunedì 23 aprile 2018 era l’ultimo giorno utile per la registrazione: la sindaca di Torino si schiera dalla parte delle richiedenti e provvede lei stessa alla registrazione di un atto che “ha fatto storia”. Poche righe, poche persone presenti: come il famoso battito d’ali di una farfalla che poi genera effetti a catena (l’immagine è dell’autrice), quell’atto ha cambiato radicalmente la vita non soltanto di quella coppia, ma effettivamente o potenzialmente di molti altri cittadini di questo nostro paese.

Generazione arcobaleno è un libro bello e avvincente, che si fa leggere tutto d’un fiato. Ed è anche un libro importante, in quanto oltre al racconto personale offre al lettore la possibilità di rendersi conto di come possa nascere non soltanto un “figlio”, ma anche un “diritto”. Non aveva torto l’onorevole Barbara Saltamartini, deputata della Lega, allorché ebbe a dichiarare, nella trasmissione Porta a porta di Bruno Vespa: “Il desiderio di maternità o paternità è legittimo, ma non è un diritto”. Non è di per sé un diritto, stante l’ordinamento giuridico attuale. Nello stesso studio Monica Cirinnà, la promotrice della L. 76/ del 2016, fa invece presente che quello che è accaduto a Torino il 23 aprile 2018 è “un atto nuovo”, nel quale si riconosce la “responsabilità genitoriale alla nascita” da parte di “genitori dello stesso sesso”. Verrebbe voglia di dire: è un passo che si può fare; basta volerlo politicamente; è un passo innovativo da compiere con saggezza, lungimiranza, senza pasticci ed eccessivi compromessi. Il diritto non è un masso; il diritto nasce, cresce, muore, si trasforma. Se abbiamo iniziato con i Nuer, il motivo era proprio quello di fare vedere come anche in altre società – da noi definite tradizionali, se non addirittura primitive – il passo della “responsabilità genitoriale” da parte di una coppia formata da due donne era stato effettivamente compiuto (secondo Evans-Pritchard, quel tipo di matrimonio non era affatto insolito).

Ovviamente, non sappiamo quando e in quali circostanze. Possiamo però immaginare che quel passo sia stato oggetto di discussione e di condivisione. A leggere questo libro, si ha l’impressione che a noi manchino le lunghe, pacate discussioni all’ombra di un baobab. Il libro di Micaela Ghisleni fa affiorare due lati: il lato dei desideri, che richiedono di essere riconosciuti come diritti (“il nostro desiderio di avere un bambino”), e il lato delle tecniche mediche e giuridiche. Auspicabile che in mezzo si formi – col dibattito – qualcosa che faccia da tramite, da collante, qualcosa di condiviso, che consenta di riconoscere la plausibilità di bisogni, desideri, esigenze e la fruibilità dei modi con cui realizzarli. Un tempo, questo qualcosa in mezzo si chiamavano costumi: ora noi diciamo cultura. Il libro di Ghisleni è un pregevolissimo contributo a riempire questo vuoto culturale e ovviamente a proseguire nel dibattito. Già, perché i problemi su cui decidere non mancano. Per esempio: ci va sempre bene che l’art. 29 della Costituzione affermi che la famiglia è una “società naturale” o non sarebbe ora di assumerci la responsabilità della famiglia come autentica ed esplicita costruzione sociale?

francesco.remotti@unito.it

F. Remotti è professore emerito di antropologia culturale dell’Università di Torino