Su Palamara e dintorni: riflessioni a latere di Guido Neppi Modona

Palamara: riflessioni a latere

di Guido Neppi Modona

Paolo Borgna e Jacopo Rosatelli
Una fragile indipendenza
Conversazione intorno alla magistratura
prefaz. di Enrico Deaglio, pp. 130, €15,
Seb 27, Torino 2021

Non è facile presentare questa conversazione intorno alla magistratura, tra un dottore di ricerca in studi politici e un magistrato andato in pensione nel 2020 dopo avere svolto attività giudiziaria dal 1981. Il caso vuole che l’intervistatore, Jacopo Rosatelli, sia nato nel medesimo anno in cui l’intervistato Paolo Borgna ha iniziato la sua attività in magistratura. La difficoltà nasce da quello che in realtà è il principale pregio di questo volume, cioè l’assoluta libertà e spontaneità con cui domande e risposte scorrono apparentemente senza un preciso filo conduttore, ma affrontano tutti i principali temi e problemi che riguardano la magistratura e la giustizia penale, in prospettiva storica, nel momento presente e con grande cautela nel futuro. L’intervista tocca anche la sciagurata vicenda Palamara, che ha portato allo scoperto le diffuse e costanti violazioni dei principi costituzionali dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura e la conseguente profondissima crisi del mondo della giustizia. Paolo Borgna non si propone di dimostrare alcuna tesi preconcetta a favore o contro la magistratura, ma con grande equilibrio ne documenta aspetti negativi e positivi di cui è stato attento e diretto testimone nei suoi quarant’anni di attività giudiziaria, svolgendo, salvo brevi parentesi, funzioni di pubblico ministero, negli ultimi anni procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Torino.

Nella parte iniziale un excursus storico su quel quarantennio, che si apre con i crescenti attacchi di Craxi ai magistrati, di cui vengono denunciati supposti abusi in occasione dell’arresto del finanziere Calvi per la vicenda del Banco Ambrosiano, a sua volta intrecciata con il sequestro degli elenchi degli iscritti alla loggia massonica P2 di Licio Gelli. Iniziative giudiziarie mal sopportate da Craxi perché mettevano in crisi il primato della politica e la supremazia dei partiti. In effetti in quegli anni l’azione giudiziaria va incontro a profonde trasformazioni: i magistrati anziani, per tradizione affini e subalterni al potere politico di governo, perdono credibilità presso i colleghi più giovani, che non hanno alcun timore reverenziale nei confronti di imputati appartenenti ai ceti dominanti e ai partiti di governo. Sono ormai lontani i tempi della Procura della Repubblica di Roma, definita il “porto delle nebbie” per la sua propensione a insabbiare i processi contro i potenti.

Nel 1992, sulla scia delle indagini della procura della Repubblica di Milano contro la corruzione dilagante a livello nazionale e locale, passate alla storia come “Mani pulite” e “Tangentopoli”, i pubblici ministeri acquistano una inedita legittimazione e un vastissimo consenso popolare. Nel duro scontro tra politica e magistratura a uscire vincente è quest’ultima, forte dell’autonomia e dell’indipendenza scritte non solo nella Costituzione, ma dimostrate sul campo con le iniziative giudiziarie. Una magistratura circondata da un così vasto consenso popolare è però nello stesso tempo sottratta a qualsiasi forma di critica e di controllo e diviene, per usare l’aggettivo di Borgna, “tracotante”. Da questo momento filo conduttore dell’intervista divengono i casi in cui l’azione del pubblico ministero è degenerata, o rischia di degenerare, in strapotere sottratto a qualsiasi forma di responsabilità; degenerazioni che a loro volta si intrecciano con le pesanti interferenze delle “correnti” nel governo della magistratura. Nate per esprimere le differenze politiche, ideologiche e culturali che inevitabilmente coesistono nel corpo giudiziario, le correnti raggruppano i magistrati progressisti (Magistratura Democratica), da cui si stacca la costola politicamente meno esposta di Unità per la Costituzione, mentre Magistratura Indipendente raccoglie i magistrati più tradizionalisti e conservatori. Con il passare degli anni le differenze politiche e ideologiche si affievoliscono e le correnti – come il caso Palamara ha clamorosamente dimostrato – si trasformano in mero strumento di gestione del potere all’interno della corporazione per tutto ciò che concerne lo stato giuridico dei magistrati, dall’assegnazione della sede alle promozioni, dai trasferimenti al conferimento degli incarichi direttivi. Ne è seguita anche la degenerazione dello stesso Csm, che delle correnti diventa succube e complice.

Su questo processo degenerativo l’autore ha idee molto chiare: il “sistema Palamara” non riguarda solo alcune “mele marce”, ma coinvolge tutti i magistrati che si sono rivolti alle correnti per vedere realizzate le loro aspirazioni di carriera. Il sistema di lottizzazione delle sedi, degli incarichi direttivi e dei distacchi extragiudiziari più ambiti fa appunto leva sui rapporti di forza tra le correnti, in un contesto in cui l’indipendenza del magistrato rimane inevitabilmente indebolita. Paolo Borgna ritorna spesso sul tema di fondo del potere che si concentra in capo ai pubblici ministeri, titolari dell’esercizio dell’azione penale e arbitri di strumenti di indagine assai invasivi, a partire dall’eccessivo ricorso alle intercettazioni telefoniche e ambientali. Poteri che vengono talvolta strumentalizzati per iniziare inchieste a vasto raggio prive di validi supporti probatori, imbastite per smania di protagonismo o, peggio, al fine di acquisire consenso popolare in vista di futuri sbocchi politici. Di questi abusi il pubblico ministero dovrebbe essere chiamato a rispondere davanti al Csm, organo peraltro inidoneo a svolgere una valida funzione di controllo, in quanto formato per due terzi da magistrati eletti grazie all’appartenenza alle varie correnti. Le modifiche del Csm caldeggiate da Paolo Borgna si propongono appunto di interrompere questo circolo vizioso: il numero dei magistrati dovrebbe essere pari a quello dei componenti laici, a loro volta eletti o designati, ciascuno per un terzo, da Parlamento, Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale. Tale composizione da un lato dovrebbe evitare l’attuale corto circuito corporativo, dall’altro garantirebbe un elevato livello professionale e culturale dei membri laici, proprio perché nominati per due terzi dal Presidente della Repubblica e dalla Corte Costituzionale.

Tornando alla cronaca giudiziaria, Paolo Borgna non ha remore a menzionare, da osservatore neutrale e storico dalla memoria lunga, episodi che con il senno di poi non fanno onore ai magistrati che ne sono stati protagonisti. Alcuni dei pubblici ministeri del pool “Mani Pulite” che nel 1992 conducevano le indagini relative a tangentopoli facevano balenare agli indagati la prospettiva – si era parlato allora del “tintinnio delle manette” – della custodia cautelare in carcere per indurli a confessare. Più indietro nel tempo, nel 1971, si colloca la vicenda del processo di Torino delle “schedature Fiat” contro l’amministratore delegato: tre alti dirigenti Fiat, esponenti del corpo di pubblica sicurezza e dell’arma dei carabinieri, accusati di avere promosso e realizzato una colossale operazione di spionaggio di decine di migliaia di dipendenti per raccogliere dati sulle loro posizioni ideologiche e politiche e anche sulla loro vita privata. La Cassazione aveva poi trasferito il processo a Napoli a seguito di un’istanza di “rimessione” per un supposto pericolo di turbamento dell’ordine pubblico. Il trasferimento del processo a 900 chilometri di distanza aveva reso assai più onerosa e disagevole la difesa dei dipendenti che si erano costituiti parte civile contro i dirigenti della Fiat e contro i responsabili delle forze dell’ordine che avevano proceduto alle operazioni di spionaggio.

Nel mare di episodi, notizie e nomi troviamo anche un’illuminata iniziativa di un ufficio del pubblico ministero. La Procura della Repubblica di Milano ha di recente svolto indagini sulle condizioni di lavoro dei riders, quei giovani che in bicicletta portano a casa la pizza e che considero gli schiavi degli anni Duemila. La Procura è arrivata alla conclusione che, contrariamente a quanto sostenuto dai datori di lavoro, non si tratta di lavoratori autonomi, bensì di lavoratori dipendenti. Dovranno pertanto essere assunti con un regolare contratto e la loro assunzione sarà la condizione per dichiarare estinti i reati dei datori di lavoro.

Ci sono stati magistrati “virtuosi”, che hanno recato un contributo serio e costruttivo alla politica, e quelli che hanno strumentalmente cavalcato il populismo giudiziario per cercare la gloria nel mondo politico, senza peraltro lasciare tracce significative. Le loro vicende raccontate da Paolo Borgna sono puntualmente e ampiamente documentate, e di quella documentazione dovrà necessariamente tenere conto chi, dopo i fondamentali contributi di Antonella Meniconi (Storia della magistratura italiana, il Mulino 2012) e Edmondo Bruti Liberati (Magistratura e società nell’Italia repubblicana, Laterza 2018) vorrà cimentarsi con i tormentati rapporti tra i magistrati e la politica nell’ultimo quarantennio di storia italiana.

guido.neppi@unito.it

G. Neppi Modona è stato giudice della Corte costituzionale