Pseudocrazia. Intervista a Leonard Mazzone

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Rapporti di potere tra segreti, dissimulazioni, errori, menzogne

Intervista a Leonard Mazzone di Massimo Cuono e Tiziana Magone

Leonard Mazzone è l’ideatore del ciclo di seminari Pseudocrazia. Figure della falsa coscienza che da febbraio a luglio si svolge a Torino al Polo del 900, organizzato da Unione Culturale Franco Antonicelli e Istituto Gramsci. Errore, menzogna, ideologia, cinismo e ipocrisia sono i protagonisti dei cinque incontri.

In un periodo in cui le degenerazioni dei sistemi politici democratici normalmente viene attribuito alle distorsioni della società, all’ignoranza del popolo o alle semplificazioni della comunicazione attraverso i nuovi mezzi di comunicazione, è molto interessante tornare ai fondamentali, ai grandi vizi che di solito fungono da oggetto di denuncia contro il potere. Ma che cosa intendi, esattamente, per “pseudocrazia”?

Il termine rinvia anzitutto alla serie infinita di segreti, dissimulazioni, errori, menzogne, ideologie e simulazioni che intessono la trama delle relazioni di potere, soprattutto di quelle politiche. Il seminario è ispirato dal desiderio di ripercorrere a ritroso la storia di ciascun concetto che sarà approfondito separatamente negli incontri, a cominciare dall’errore e dal ruolo che questa particolare figura ricopre nelle società democratiche. Ripercorrere a ritroso la storia di concetti come questo, al tempo stesso, può aiutarci a interrogare criticamente le nostre convinzioni sedimentate su come funzionano le relazioni asimmetriche di potere, specie nel teatro politico e, per essere ancora più precisi, in quello democratico. Può aiutarci anche a problematizzare e, dunque, a comprendere meglio e più a fondo le loro attuali manifestazioni sociali e istituzionali e il nostro atteggiamento (valutativo e pratico) nei loro confronti. Essendo solitamente associato all’innocenza di chi lo compie (chi sbaglia non sa di sbagliare), l’errore può diventare un facile pretesto auto-assolutorio per gli attori politici al centro di scandali o di contestazioni che ammettano di esserne gli autori, pur di mantenere il ruolo di potere che ricoprono. Viceversa, ridurre ogni problema delle nostre società democratiche all’ignoranza sarebbe un modo per neutralizzare l’inevitabile conflitto di opinioni, interessi e valori in nome della scienza.

La storia di concetti come questo ci dimostra che, maggiori sono le promesse emancipative che legittimano i sistemi politici, più alta sarà la probabilità di un ricorso sistematico ad alcune figure della falsa coscienza: solo nei sistemi compiutamente autocratici i potenti possono permettersi il lusso della sincerità assoluta. Viceversa, tutta la storia della teoria politica è colma di esempi circa l’insospettabile alleanza tra falsità e democrazia. Preso atto di questa affinità elettiva, possiamo chiederci: in democrazia siamo costretti ad accontentarci della libertà di scelta tra forme regressive di cinica sincerità e prudenti menzogne o mascheramenti? O possiamo invece tornare a interrogarci su finalità più ambiziose del semplice connubio tra politica e verità? Personalmente ritengo che accontentarsi di adeguare sistematicamente le rappresentazioni politiche alle verità fattuali sia un modo, neanche troppo velato e raffinato, di prendere congedo dall’ambizione emancipatrice di trasformare politicamente certi “fatti”. 

Per lungo tempo nel dibattito pubblico si tendeva ad addossare tutte le colpe ai politici. Benché, ovviamente, critiche come la menzogna, il cinismo siano prima di tutto mosse contro coloro che ricoprono cariche pubbliche e hanno compiti politici di governo, mi verrebbe da pensare che oggi come ieri quando si parla di potere e di tali questioni non ci si possa limitare a parlare del potere politico. Che cosa ne pensi?

Sono assolutamente d’accordo con voi. Non penso si possa capire alcunché della politica e delle democrazie, oggi, se non si è disposti anzitutto a leggere le trasformazioni che hanno investito queste sfere in stretta correlazione con quelle che hanno inciso sulla società nel suo insieme. Il modo in cui il consenso viene inseguito e mantenuto dagli attori politici, oggi, non è sovrapponibile a quanto accadeva fino a vent’anni fa: per dirla con Damiano Palano, la “democrazia delle bolle” in cui siamo precipitati è popolata da masse digitali di elettori che formano sacche estemporanee di consenso attorno a qualsiasi tema dibattuto. Poiché ciascuno ha la possibilità di scegliere la sua “camera dell’eco e dell’ego”, ovvero di aderire alla “bolla” che meglio asseconda le sue “pretese di verità”, il confronto fra posizioni diverse viene meno, l’estremizzazione delle opinioni aumenta e il dibattito pubblico svanisce sul nascere. Non siamo più nell’epoca della “democrazia del pubblico” che aveva segnato le sorti di democrazie come quella italiana: basi pensare a Berlusconi e all’impatto politico generato dalla concentrazione – se non dal vero e proprio accentramento – dei mezzi di comunicazione: certo, anche allora esistevano pubblici diversi, ma lo spettacolo televisivo prescelto non poteva essere concepito, scritto e messo in scena diversamente dal pubblico. Oggi sono le masse digitali a scrivere il copione. E infatti, a proposito della breve fortuna di cui godono i leader attuali, sono gli attori politici a seguire le masse virtuali della democrazia delle bolle, non viceversa. Democrazia del pubblico e quella delle bolle condividono l’eclissi dei partiti e delle grandi organizzazioni di massa capaci di radicarsi nei territori. L’esito paradossale di questa trasformazione mi sembra sotto i nostri occhi: siamo sempre più iperconnessi e soli. E le frustrazioni che accumuliamo dentro e fuori i nostri luoghi di lavoro non trovano più canali di investimento politici promettenti. A destra abbondano le filiali delle passioni tristi, mentre a sinistra la critica sembra aver perso ogni anelito emancipativo: i più moderati imboccano le derive spassionate della cinica derisione di ogni rivendicazione radicale, mentre i più radicali rischiano di tessere melaconicamente le lodi della propria impotenza proprio mentre contestano l’onnipotenza del capitalismo neoliberale.

Ti chiederei di spiegare meglio perché l’ideologia compare in questo ciclo di incontri al pari di errore, menzogna, cinismo e ipocrisia. Ovviamente il titolo rimanda a un certo significato specifico di ideologia, ma è importante che tu ci dica qualche parola in più, soprattutto in questa fase politica in cui si fa tanto parlare di post-ideologia.

Hai già esposto tu la ragione più ovvia di questa scelta: quando si parla di “falsa coscienza” si fa riferimento diretto, per l’appunto, a una delle nozioni tradizionali – e, aggiungerei, meno convincenti – di ideologia, che presuppone un certo paternalismo teorico da parte di chi la denuncia nei confronti dei soggetti che ne sarebbero, invece, le vittime inconsapevoli. La seconda ragione, più sostanziale, ricalca la seconda parte della tua domanda: non c’è ideologia più resistente alle critiche di quella che pretende che ci possa essere un accesso diretto e immediate alla realtà dei fatti. È questa la meta-ideologia che ricorre in continuazione nei talk show televisivi: viene tacciato di ideologia solo chi, senza necessariamente negare certi stati di cose, ancora osa prendere posizione, rivendicare il punto di vista situato da cui prende la parola e appellarsi a valori che richiederebbero di modificare la realtà in una certa direzione politica. Chi, invece, in nome dei fatti si limita a fare l’apologia del reale è solito considerarsi immune da qualsiasi considerazione valoriale, come se la riproduzione di un certo stato di cose non rispondesse agli interessi specifici di una parte della società che continua ad auto-rappresentarsi come la garante degli interessi generali.

In tempo di guerra, di corsa al riarmo, di scenari apocalittici e di minaccia nucleare non posso che porti la questione sul rapporto fra la pseudocrazia nelle sue varie forme e la violenza politica che torna e che è stata più volte legata ai processi che tu proponi di discutere: penso al legame fra le menzogne politiche di Trump e l’istigazione alla violenza che ne è seguita con le scene terminali della sua amministrazione. In tempo di guerra ovviamente è ancora più rilevante.

Non c’è dubbio. Le promesse della democrazia – siano esse mantenute, tradite o irrealizzabili tout court – mettono sistematicamente in scacco la violenza politica, dentro e fuori i confini nazionali. Ciò non significa certo che la violenza politica sia stata sradicata dalle democrazie. Se agita dalle loro istituzioni, assume un carattere osceno, nel senso che non deve essere esibita pubblicamente: ecco perché i suoi teatri principali continuano a essere quelle istituzioni al riparo dallo sguardo del pubblico dei cittadini e delle cittadine (si pensi alle carceri). Quando non può che essere agita in pubblico, come accade in occasione di manifestazioni e cortei, dev’essere giustificata: in questi casi si ricorre alla criminalizzazione dei manifestanti. Questa sedicente probità della violenza democratica vale anche nelle relazioni internazionali: dopo esser state qualificata in senso “umanitario” e contrabbandata come un semplice mezzo di esportazione della democrazia, la violenza bellica continua a essere un tema incandescente, soprattutto all’indomani della tragica situazione in cui versa l’Ucraina, a seguito dell’invasione russa. Come insegnava Canetti, la guerra consiste in una massa doppiamente intrecciata che ha come protagonisti eserciti contrapposti, che proiettano gli uni sugli altri lo status di nemico. Le guerre possono cessare con la disfatta di uno dei due schieramenti e/o con la sospensione di questa proiezione e del conseguente omicidio organizzato del nemico. Ma questo sistema della doppia massa va in scena anche nel dibattito pubblico (o, meglio, in quello che ne resta) delle democrazie che non sono direttamente coinvolte nel conflitto. Si è giunti persino a coniare il neologismo del “pacifismo da salotto” per delegittimare certe posizioni minoritarie, come se coloro che si stanno schierando in favore dell’invio di armi al popolo ucraino e/o del riarmo le avessero anche imbracciate per andare a combattere in prima persona. Personalmente non ho certezze da difendere, ma solo dubbi da sollevare. A ispirarli è la più politica e produttiva delle passioni della modernità, la paura. Dubitare di scelte politiche che potrebbero condurre a una degenerazione nucleare della guerra mi sembra una posizione degna di essere discussa pubblicamente. Preferire stigmatizzarla dimostra quanto un’altra figura della falsa coscienza, l’ipocrisia democratica, operi in sinergia con la menzogna.

Nell’ultimo degli incontri interverrai tu e parlerai proprio di ipocrisia democratica. Che cosa intendi con questa nozione? E poi, lasciati provocare: in tempi in cui la violenza politica sta assumendo il carattere più terribile della guerra, non pensi che un po’ di quella “virtù civilizzatrice dell’ipocrisia” di cui parlavano i liberali non possa in qualche modo salvare almeno le forme della politica?

La nozione di ipocrisia democratica si riferisce a particolari strategie di immunizzazione degli attori istituzionali dalla critica: possono servire a prevenire la critica o possono invece servire a respingerla, qualora sia già stata espressa dal pubblico dei cittadini e delle cittadine. Siano esse preventive o reattive, quelle che chiamo “messinscene apologetiche” servono a proteggere un certo ruolo di potere o chi lo ricopre dal potere corrosivo della critica. Si tratta di una nozione circoscritta e più precisa di quella, molto più vaga, di “ipocrisia politica”. Due sono le particolarità dell’ipocrisia democratica: anzitutto vi può fare ricorso qualunque attore istituzionale che ricopra una certa posizione di potere. In secondo luogo, le messinscene a cui fanno ricorso questi attori istituzionali devono appellarsi ai medesimi valori di eguale libertà a cui si richiamano anche i contestatori (potenziali o effettivi) delle loro scelte. Quando è in gioco questa particolare forma di ipocrisia, c’è il rischio sistematico che si imbocchino le derive regressive dell’apatia democratica e delle passioni autocratiche: il richiamo ipocrita ai valori democratici da parte di attori istituzionali può finire per svuotarli progressivamente di significato, generare un atteggiamento di diffusa indifferenza nei loro confronti o, peggio, rendere preferibile il cinismo spudorato di attori politici che non temono più di essere sinceri perché hanno ormai smesso di temere le reazioni potenziali del pubblico di cittadini. Da questo punto di vista, l’ipocrisia democratica è davvero un argine solo momentaneo e parziale rispetto ad altre forme di immunizzazione politica dalla critica come sono la violenza e il cinismo spudorato. Anzi, può fungere da apripista nei loro confronti. Un’altra forma di ipocrisia, di tipo psicologico anziché morale, andrebbe invece riscoperta oggi: mi riferisco a quelle forme di opacità, discrezione e dissimulazione che sospendono la messa in scena di ciò che il soggetto pensa, sente o crede. Certo, questa sospensione può essere semplicemente una tattica prudenziale per non esporsi al giudizio altrui e alle conseguenze pratiche che esso comporta. Ma è anche un modo per mettere in dubbio le proprie certezze, per fare auto-critica, per sperimentare uno sguardo più lucido e spietato su noi stessi. La posta in palio di questo atteggiamento autocritico è una forma di autenticità riflessiva che rappresenta il calco rovesciato – non il suo corollario – della trasparenza assoluta, oggi tanto di moda. Ecco, mi sembra che oggi la politica, anche e soprattutto quella internazionale, abbia bisogno di più ipocrisia psicologica e di meno ipocrisia democratica, come dimostrano ex negativo le sincere esternazioni di alcuni degli uomini più potenti al mondo da cui dipende la nostra stessa esistenza.

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