Un ventennio di riforme

di Rachele Pasquali

dal numero di novembre 2015

Tra i temi che riguardano la scuola italiana, quello della formazione iniziale e del reclutamento del corpo insegnante è senza dubbio uno dei più significativi: infatti, se è vero che il funzionamento e il successo della scuola dipendono in larga misura dall’attività dei docenti, la formazione degli insegnanti dovrebbe essere al centro di ogni riflessione, sia teorica sia politica, sulla scuola. E così molte delle riforme scolastiche che si sono avvicendate negli ultimi anni hanno cercato di intervenire anche su questo tema, per andare innanzitutto a modificare quello che era un unicum della scuola italiana fino a vent’anni fa: la presenza di un corpo di docenti privo di una qualsivoglia formazione iniziale alla professione. A partire dagli anni novanta si sono quindi messe in atto, soprattutto per quanto riguarda i docenti della scuola media e superiore, diverse soluzioni, che si sono succedute una dopo l’altra senza mai entrare pienamente a regime, e ancora oggi, con l’ultima riforma governativa, si propone un’ulteriore modifica dei percorsi di formazione all’insegnamento. Per riuscire quindi a capire come si formino gli insegnanti della scuola italiana, è utile ripercorre brevemente la storia delle riforme scolastiche dell’ultimo ventennio, focalizzando l’attenzione sui temi della formazione iniziale e del reclutamento.

Fino agli anni novanta in Italia non esisteva un sistema specifico per la formazione iniziale dei docenti e per diventare insegnanti era sufficiente un titolo di studio: il diploma magistrale, per insegnare alle elementari, e la laurea, per insegnare alle medie e alle superiori. Chi era in possesso di questi titoli poteva accedere ai concorsi pubblici e, superandoli, ottenere l’abilitazione all’insegnamento e una cattedra. In attesa dei concorsi e viste le esigenze di una scuola con un numero di studenti in continua crescita, moltissimi di coloro che avevano i titoli potevano comunque lavorare con contratti annuali o come supplenti, riuscendo poi a ottenere, a volte, il ruolo e la contestuale abilitazione alla professione, solo in virtù della propria anzianità di servizio. Né i vincitori di concorso né gli altri seguivano comunque alcun percorso di formazione alla professione docente, se non la scuola superiore magistrale per gli insegnanti delle scuole elementari.

Nonostante un dibattito lungo decenni sia in ambito scientifico-pedagogico, sia in ambito politico, solo negli anni novanta si organizzano i percorsi di formazione iniziale per gli insegnanti: nel 1996 viene istituita la laurea in scienze della formazione primaria (Sfp) per gli insegnanti della scuola dell’infanzia e della primaria (mentre l’istituto magistrale viene sostituito dal liceo psicopedagogico, oggi liceo delle scienze umane, che cessa di abilitare alla professione) e nasce la Ssis, che prenderà l’avvio nel 1999. Il percorso per diventare insegnante elementare prevede dunque cinque anni di università, durante i quali oltre agli esami di materie disciplinari, di didattica e di pedagogia sono previsti tirocini a scuola; alla fine del percorso si ottiene la laurea e il titolo di abilitazione all’insegnamento. La Ssis, invece, consiste in un percorso post lauream a numero chiuso e a pagamento, della durata di due anni, anch’esso comprensivo di tirocinio a scuola e di esami specifici di didattica e pedagogia, che consente di ottenere l’abilitazione alla professione docente.

Mentre il percorso di Sfp per l’insegnamento alle elementari rimane sostanzialmente immutato fino ad oggi, già nel 2008, invece, la Ssis viene chiusa e solo a distanza di anni prende l’avvio un nuovo sistema di abilitazione all’insegnamento secondario, chiamato Tfa, istituito nel 2010 ma attivato solo nel 2012: dopo la breve esperienza della Ssis, nuovamente per anni non è esistito in Italia nessun percorso di formazione iniziale dei docenti. Nell’autunno del 2012 il nuovo percorso abilitante parte, seppur tra molti ritardi e difficoltà: si tratta, al pari della Ssis, di un percorso di abilitazione a pagamento e a numero chiuso, con una rigida selezione iniziale e in itinere (che ha permesso di ottenere il titolo di abilitazione solo al 10 per cento degli aspiranti iniziali), della durata di un solo anno e che prevede, oltre a esami di didattica e pedagogia, una frequenza maggiore nei percorsi di tirocinio, sia a scuola sia in affiancamento a docenti di lunga esperienza. Il primo ciclo di Tfa si è concluso nel 2013, mentre un secondo ciclo è stato attivato per l’anno accademico 2014-2015. Nel frattempo per tutti coloro che avevano maturato tre anni di servizio nella scuola – sia statale sia paritaria – nel 2013 è stato istituito il Pas (Percorso abilitante speciale): un corso di formazione annuale, privo di selezione iniziale e accessibile, con esami di didattica e di pedagogia, ma senza alcun tirocinio.

Per quanto concerne il reclutamento, invece, nel 1999 (a distanza di ben nove anni dall’ultimo del 1990) si tiene un concorso pubblico abilitante, mentre per coloro che stanno iniziando i percorsi abilitanti (Ssis e Sfp) si stabilisce il criterio del “doppio canale”, che prevede che tutti gli abilitati all’insegnamento siano inseriti in delle graduatorie permanenti dalle quali attingere per le immissioni in ruolo nella misura del 50 per cento, mentre l’altro 50 per cento dei posti rimane destinato alla selezione tramite concorso. Il concorso successivo viene però bandito solo nel 2012 ed è aperto solo agli abilitati, mentre gli abilitandi del Tfa ne vengono esclusi. Nel frattempo si è abbandonato anche il sistema del doppio canale e si è ritornati al reclutamento solo tramite concorso: nel 2007 infatti le graduatorie permanenti sono state chiuse e trasformate in graduatorie ad esaurimento (Gae). Solo chi vi era già inserito – cioè gli abilitati tramite Ssis e i laureati Sfp immatricolati prima del 2008 – può quindi ancora essere assunto a tempo indeterminato senza dover affrontare il concorso – e viene ora coinvolto nel piano straordinario di reclutamento di cui tanto si parla negli ultimi mesi – , mentre coloro che sono stati formati negli ultimi anni e si sono abilitati tramite Tfa, Pas o laurea in Sfp, dopo il 2008, non hanno accesso a nessuna graduatoria a scorrimento, né quindi al doppio canale di reclutamento, e per loro l’unica possibilità di ottenere un posto fisso nella scuola è il concorso. Il prossimo dovrebbe essere bandito entro il primo dicembre 2015.

Questa la situazione fino ad oggi. Per il futuro non esistono molte certezze, se non alcune indicazioni contenute nella recente L. 107/2015, la cosiddetta buona scuola, che assegna al governo la delega di emanare dei decreti per riordinare e semplificare il sistema di formazione iniziale e di reclutamento dei docenti. L’idea è quella di istituire per i laureati magistrali dei concorsi a cadenza triennale che consentano non già l’accesso al ruolo, ma a un triennio di prova comprensivo di un percorso formativo con tirocinio – della durata di un anno – e di due anni di insegnamento a tempo determinato con incarichi simili alle vecchie supplenze, ma con una retribuzione più bassa. Resta incerto quello che succederà da qui a quando i decreti saranno emanati: saranno nuovamente bloccati i percorsi di abilitazione o sarà a breve avviato un nuovo ciclo di Tfa? Cosa ne sarà di tutti coloro che si sono già formati e abilitati tramite Tfa, Pas e Sfp e che sono stati esclusi dalle assunzioni? Ma non solo, il vero dubbio rimane quello di capire se il governo e la politica hanno intenzione di riformare (per l’ennesima volta) il sistema di formazione iniziale e di reclutamento dei docenti con l’obiettivo di migliorare la qualità della didattica e offrire agli studenti insegnanti più attenti alle loro esigenze, oppure se, ancora una volta e nonostante i proclami propagandistici, il fine sia di tipo economico: risparmiare sulle supplenze e avere a disposizione dei lavoratori titolati ma a basso costo.

rachele.pasquali@gmail.com

R Pasquali è insegnante di lettere abilitata e precaria