Speciale “Una squadra” di Domenico Procacci

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Cavalieri per posta

Intervista a Domenico Procacci di Giaime Alonge

Come è nato questo tuo progetto? Perché non è tanto comune che un produttore passi alla regia…

Mi è successo spesso di approfondire un argomento per cercare di capirne la forza e il valore, cioè lavorare per trasformare un fatto o dei personaggi in un film o in una serie. Normalmente, dopo, cerchi di capire chi può essere il regista ideale del progetto, ma, in questo caso, mi ero spinto molto avanti: avevo studiato parecchio, avevo conosciuto i protagonisti e ho pensato, sbagliando, che sarebbe stato più semplice andare avanti io invece di cercare un altro regista. Ma non sto passando alla regia, l’intenzione è che questo resti un unicum.

Hai cominciato a studiare quella vicenda perché ti interessano gli anni settanta o perché ti interessa il tennis?

L’interesse è nato in modi un po’ casuali: più o meno nello stesso periodo ho conosciuto Adriano Panatta, che per molti della mia generazione resta un mito, poi Corrado Barazzutti e ho letto un libro che mi ha colpito molto I sei chiodi storti di Dario Cresto-Dina che racconta in particolare l’avventura della Davis del 1976. Ho cominciato a leggere e a cercare dei riferimenti per immagini. Il bel documentario di Mimmo Calopresti La maglietta rossa lascia spazio ad approfondimenti e soprattutto dà la possibilità di allargare un po’ il discorso e di parlare di quei giocatori, degli altri loro successi e di quegli anni. Perché non hanno soltanto hanno vinto la coppa Davis in quell’anno, che già non è cosa da poco (la Coppa Davis è nata nel 1900, siamo nel 2022 e l’Italia l’ha vinta una volta sola, quella), ma nei cinque anni in cui quella era la nostra squadra, l’Italia ha raggiunto la finale ben quattro volte. I nostri erano giocatori singolarmente molto forti (Panatta era numero 4, Barazzutti 7, Bertolucci 12 e Zugarelli, credo, numero 24 del mondo), ma c’erano giocatori più forti di loro in circolazione, era quindi l’amalgama, strano decisamente strano, a essere molto efficace. Quindi ho cominciato ad approfondire questo elemento e le vite, le carriere e le relazioni tra questi giocatori.

Anche se il tuo lavoro è molto più ampio, la finale di Santiago è un passaggio importante. Tu che idea ti sei fatto delle magliette rosse? Panatta e Bertolucci raccontano che si mettono le magliette rosse come gesto politico. Pietrangeli lo nega. E c’è il fatto davvero strano che per 30 anni nessuno la racconta questa vicenda…

È una delle domande che mi sono fatto anche io ed è una delle cose che più ho voluto studiare perché mi chiedevo com’è possibile che non se ne accorga nessuno e che non venga fuori dopo? Siamo nel 1976, dopo quella finale ne giocano altre tre, l’ultima nel 1980, e i giocatori sono rimasti in attività ancora altri anni. Panatta è tuttora molto visibile, ce ne sono state di occasioni per tornare su quell’episodio. E ci sono un certo numero di persone che non ci credono. Pietrangeli nella sua intervista dice che la scelta del colore delle maglie era casuale. Galgani il presidente della Fit di allora, purtroppo solo a intervista finita, mi ha detto che la maglietta rossa è stata un’invenzione assoluta, un’invenzione successiva. Gli stessi Barazzutti e Zugarelli che erano lì, dicono di non essersene accorti. Idea carina se dietro c’era un’idea consapevole, dice Barazzutti, ma non ne ha saputo niente fino a pochi anni fa. Da tutto questo ti viene da pensare che se la siano aggiustata loro molti anni dopo. Invece non è così perché c’è la prova decisiva in un libro-disco fatto da Mario Giobbe, uno dei più importanti giornalisti sportivi italiani, che per radio segue in diretta la finale e urla: “L’Italia ha vinto la Coppa Davis”. Giobbe a gennaio, tornati in Italia, con Bertolucci che fa da voce, mette insieme vari repertori, interviste e racconta l’avventura della Coppa Davis. In quel libro-disco Bertolucci dice che con Panatta ha avuto un po’ di discussioni prima della partita di doppio (quella decisiva) e alla fine, come sempre, l’ha avuta vinta Adriano, e sono entrati in campo con le magliette rosse. E loro non avevano mai giocato in Davis con le magliette rosse.

Panatta e Bertolucci allora sono rimasti, credo, un po’ stupiti, un po’ infastiditi, un po’ sconcertati dal fatto che nessuno se ne sia accorto, che nessuno ne abbia scritto. Finita la partita, la notizia non è la maglietta, ma che dopo 76 anni l’Italia vince per la prima volta la Coppa Davis. Ciononostante non se ne torna mai a parlare e credo che la sensazione sia come quando racconti una barzelletta e non la capisce nessuno. Ti viene male a spiegarla.

Parliamo delle immagini: non ci sono immagini Rai perché non venne mandata una troupe, ci sono immagini di repertorio di altre televisioni, e poi ci sono delle immagini amatoriali?

La Rai non ha fatto nessuna ripresa e ha mandato le immagini della tv cilena solo in differita. Volevano prima controllare perché temevano che ci fossero inquadrature di Pinochet in qualche modo celebrative: in realtà Pinochet non si è mai visto né presentato e non c’è stato bisogno di tagliare nulla. Abbiamo acquisito le immagini della tv cilena e in più ci sono le riprese di Gigi Oliviero, un documentarista che si è spesso occupato di sport. Quando ha capito che nessuno stava andando a seguire un evento che poteva diventare un evento storico – e lo è stato – ha preso 1000 metri di pellicola, la sua 16mm ed è partito. A Santiago è stato sempre con loro: li segue in albergo, li segue al ristorante e li segue nell’autobus che li porta allo stadio e ha filmato le partite e la vittoria. Sono immagini molto belle le sue, che abbiamo usato, e c’è anche un commento, un testo che suona molto anni settanta, cioè ti racconta un’epoca. La sua pellicola è a colori, quindi le magliette rosse si vedono.

Secondo te perché la stampa italiana ha trattato così male quei giocatori?

Questo è un loro rammarico e a me è sembrato giusto, anche se dopo tanti anni, rendere un po’ merito a loro per quell’impresa e per quello che hanno rappresentato. La stampa era quasi in maniera compatta ostile a quella trasferta, così buona parte della politica, soprattutto di sinistra, ma non solo, il paese era per lo più contrario. L’archivio della Farnesina, dove sono stato, è pieno di telegrammi, di lettere scritte un po’ da tutti. Te lo aspetti dalla sezione della Figc, dal Partito cominista e socialista delle varie città, ma arrivavano dai paesini, dalle associazioni, dalle aziende, dai sindacati, dai circoli sportivi o ricreativi. Tutti sentivano di dover scrivere per dire: non mandateli a giocare nel Cile di Pinochet. I giornalisti presenti in Cile ne hanno poi scritto perché dal punto di vista sportivo resta un fatto di grande importanza, ma non è mai stato festeggiato. I tennisti sono partiti quasi di nascosto, scortati dalla polizia fin sotto la scaletta dell’aereo per evitare disordini e quando sono tornati sono passati per un’uscita secondaria per evitare possibili proteste. Ci sono delle loro foto con la coppa, fuori dall’aereo con delle facce che non sono gioiose: davanti non hanno nessuno, forse solo quello che gli sta facendo le fotografie. Normalmente, in casi come questo, il Presidente della Repubblica, lo abbiamo visto di recente per gli Europei e le Olimpiadi, concede l’onoreficenza del cavalierato agli atleti. Ai vincitori dell’unica Coppa Davis italiana è stata mandata per posta, quasi di nascosto, senza nessuna cerimonia.

Emerge molto bene nel tuo documentario la profonda differenza nel ruolo degli sportivi, anche importanti come come Panatta, negli anni settanta rispetto a oggi. Loro lo dicono, non avevano tutto l’apparato, lo staff personale che c’è oggi. E avevano anche un forte senso del limite, forse perché venivano tutti, più o meno, da ambienti non particolarmente altolocati: nel tennis avevano trovato la loro affermazione sociale mantenendo sempre il senso della realtà, l’autoironia.

Si prendevano relativamente sul serio e scherzavano molto è vero, ma tante cose erano diverse. Si dice che prima di loro giocavano soltanto gli aristocratici e i raccattapalle. Non dovevi essere aristocratico per giocare a tennis, però chi giocava a tennis era di una certa fascia sociale. Oppure in un campo da tennis c’eri quasi nato come Panatta, il cui padre lavorava al Circolo di tennis dei Parioli, o come Bertolucci, figlio di un maestro di tennis. Zugarelli aveva cominciato facendo il raccattapalle per guadagnare qualche soldo, poi è diventato palleggiatore. Barazzutti ad Alessandria abitava a pochi metri da un circolo tennis in cui entrava di nascosto.

Fino agli anni settanta il tennis era uno sport molto elitario, loro ci sono arrivati per altre vie, ma non lo è più dopo di loro, dopo il 1976-77, grazie al fatto che loro diventano dei personggi. Adriano Panatta, in particolare, e lo sport funziona molto per emulazione. Adriano non soltanto era molto forte, ma aveva un gioco spettacolare; era molto bello, amato dalle donne, finiva sui giornali e ci metteva del suo con una vita poco riservata e morigerata. Ciascuno di questi elementi ha funzionato da moltiplicatore, le cose si sono combinate ed è stata una cosa buona per il tennis, molto positiva.

Bertolucci e la Davis 1976: "Magliette rosse? Avrei giocato in mutande" -  Tennis - quotidiano.net

 

Da Formia a Santiago: un incrocio di destini

di Tiziana Magone

Domenico Procacci
Una squadra

Interviste a Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci, Tonino Zugarelli, Nicola Pietrangeli
pp. 397, € 20

Fandango, Roma 2022

I migliori racconti sportivi sono quelli che partono dal gesto atletico e dall’evento unico, a volte epico, e poi allargano l’orizzonte: chi è quell’atleta, a che punto è della sua vita e della sua carriera sportiva. Poi, se chi racconta è bravo, allarga ancora l’obiettivo e nel racconto include altre persone come compagni di squadra, avversari, allenatori, capitani, per rimanere all’ambito agonistico. Chi guarda un documentario o legge un libro può entrare nel contesto particolare che è lo stato dell’arte di quello sport in quel momento. E fin qui si resta ancora nell’ambito del giornalismo o della letteratura sportiva, un genere nobile fatto anche da firme di grande prestigio, ma che, in parte, rimane appannaggio della pur folta cerchia degli appassionati di sport anche se popolari e molto seguiti. Il vero salto di qualità le cronache sportive lo fanno quando si spingono oltre i loro naturali confini, quando sanno raccontare un’epoca, un contesto storico, sociale e politico. Non che quel momento non sia in parte già noto, ma quando il racconto sportivo coglie l’intersezione di quell’attimo unico e plastico – che ha una sua genesi fatta di talento, allenamento, forza, fortuna – con la storia, allora fuoriesce dall’alveo di genere e diventa a sua volta storia e universale. Smette di compiacere i tifosi e spiega a tutti la portata di un tuffo, di un punto, di una vittoria o sconfitta: come una sineddoche perfetta mette in relazione la parte con il tuttoUna squadra di Domenico Procacci (documentario in sei puntate su Sky, film e libro) riesce a fare esattamente questo con la squadra di tennis italiana degli anni settanta e i suoi cinque protagonisti (in ordine alfabetico): Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci, Adriano Panatta, Antonio (detto Tonino) Zugarelli e il loro capitano non giocatore Nicola Pietrangeli.

Partiamo dall’evento sportivo centrale: nel dicembre del 1976 la nazionale italiana conquista per la prima e unica volta la Coppa Davis. Hanno vinto i rispettivi singolari, contro Fillol e Cornejo, Barazzutti e Panatta; il doppio può essere il match decisivo, e Panatta e Bertolucci scendono in campo con le magliette rosse a Santiago del Cile dove tre anni prima il golpista sanguinario Augusto Pinochet ha preso il posto di Salvador Allende, democraticamente eletto e drammaticamente morto durante i bombardamenti della Moneda, il palazzo presidenziale. Gli oppositori sono stati incarcerati, torturati e uccisi e il clima di terrore perdurante non permette nessun gesto di protesta; niente di rosso può essere sventolato o ostentato. I cileni sono impotenti e Panatta intuisce, senza aver premeditato nulla, che solo lui e Paolo Bertolucci possono permettersi un gesto di sfida e di dissenso verso quel regime. Lo fanno su un campo da tennis, con la massima visibilità, nel momento decisivo di quella storica sfida, e la vincono. Cosa ci si aspetterebbe? Trionfo, cortei, applausi a scena aperta, gloria imperitura, apprezzamento. Invece nulla: la gioia dei protagonisti a Santiago non ha eco in patria, poche celebrazioni, un ritorno in sordina e il rosso di quelle magliette non registrato (né notato né apprezzato), complice solo in parte la tv in bianco e nero. L’oblio sembra travolgere, nell’amarezza del ritorno in Italia, sia la vittoria sportiva sia quel gesto che si inabissa in un ricordo privato. Panatta, che ha ideato quel gesto, lo ha voluto e vi ha trascinato Bertolucci, ritorna su quell’episodio solo trent’anni dopo durante una cena a cui partecipa il regista Mimmo Calopresti che ne viene conquistato e ci fa un documentario (La maglietta rossa, 2008).

Procacci, rispetto a Calopresti, allarga l’orizzonte temporale del suo documentario e racconta quella stramba banda di campioni così diversi per struttura fisica, carattere, stili di vita e di tennis (“Uno romano, il ciuffo, un bel ragazzo. L’altro friulano-piemontese, il soldatino, affidabile” così Panatta e Barazzutti nella sintesi di Bertolucci) che nella seconda metà degli anni settanta furono la squadra nazionale di tennis più forte al mondo, individualmente ben piazzati nel ranking mondiale, ma collettivamente i numeri uno. Il libro riporta fedelmente le cinque interviste singole che il montaggio del documentario spezza, rimescola e ricompone facendo dialogare, contraddire e bonariamente litigare i protagonisti. Il libro scolpisce meglio i profili e le storie dei personaggi, il documentario è più corale e divertitamente confusionario, approfondito il primo, incalzante il secondo. Partiamo dai ritratti di questi uomini, ormai maturi, che ripercorrono le loro vite fin dal primo incontro con lo sport che li ha consacrati e ne ha segnato la vita. Panatta e Bertolucci nascono sui campi da tennis, figlio del custode del club Parioli di Roma l’uno, figlio di un maestro di tennis di Forte dei Marmi l’altro; Tonino Zugarelli, senza amare il tennis, inizia a fare il palleggiatore per portare i soldi a casa e Barazzutti s’imbatte nel tennis per caso, perché un suo vicino di casa, ad Alessandria, è fissato con il tennis e regala le racchette ai ragazzini del condominio perché giochino in cortile. Persone diverse, in luoghi diversi, in circostanze diverse li osservano e si accorgono del loro talento, lo coltivano e finalmente i loro destini si incrociano a Formia dove Mario Belardinelli, il Belarda, li fa incontrare nella sua scuola di tennis. Belardinelli, il direttore tecnico, è il sesto protagonista di questa storia: a lui viene dedicata quella preziosa coppa Davis perché fu “il grande artefice di questa squadra, il collante di questo gruppo”, perché “lui ci aveva preso a Formia, condotto e seguito per tutta la strada” a seconda dei punti di vista. Tutti indistintamente si considerano suoi figli o figliocci; per Zugarelli, senza mezzi termini, è stata “la persona più importante che ci sia stata nel tennis”. Detestava mogli e fidanzate che cercava sempre di tenere lontane dai suoi giocatori perché rovinano le carriere, le chiamava “le zanzare”. Con scarsi risultati, era stato anche il maestro di tennis di Mussolini, che a giocare di rovescio proprio non era capace. Al suo invito ad allenare un po’ il suo punto debole, il duce, sul campo di Villa Torlonia gli aveva marzialmente risposto: “Belardinelli anche oggi tireremo dritto”.

Molto più tormentato e ambivalente il rapporto dei fantastici quattro con il capitano Nicola Pietrangeli, per vari motivi. Innanzi tutto perché Pietrangeli i suoi giocatori li aveva incontrati sui campi da tennis da giocatore e, dopo essere stato sconfitto, aveva dovuto, molto a malincuore, lasciare loro il testimone, senza però mai smettere di rivendicare con loro la sua superiorità e il suo più ricco palmarès. Poi perché l’anno dopo la vittoria il suo esonero venne vissuto come un doloroso parricidio; infine per ragioni di classe, anche se oggi la categoria d’analisi sembra desueta. Zugarelli è nato in una famiglia numerosa e povera, ha vissuto in una specie di baracca abusiva col tetto di lamiera, è cresciuto con piccoli delinquenti di Roma nord, alcuni dei quali sono finiti in galera per furto o cose più gravi: la sua autobiografia, scritta con Lia Del Fabro, l’ha sottotitolata Il riscatto di un ultimo (Ultra, 2014). Pietrangeli, all’opposto, ha ascendenze nobili da parte di madre, è cosmopolita, poliglotta, frequenta il jet set internazionale, è più volte premiato per la sua eleganza nel vestire, diventa l’ambasciatore unico della causa della finale cilena perché è perfettamente a suo agio tra le classi dirigenti politiche e diplomatiche. “Trattava con principi e re” dice Corrado Barazzutti che invece rifuggiva ogni ostentazione di status sociale. Pietrangeli ancora oggi rimpiange di non aver sposato la regina d’Inghilterra ed esser uno dei personaggi di The Crown. Fa male, però, leggere: “Pinochet o Allende, francamente, faccio match nullo, 0-0 senza goal, non me ne frega niente”, perché anche da un simpatico viveur d’altri tempi come lui non si può tollerare un fair play equidistante davanti a quel colpo di stato e al massacro che ne è seguito.

Procacci nelle sue interviste fa dei continui balzi fuori dal perimetro del tennis e di quegli anni, e proprio questi scarti ci permettono di contestualizzare da un lato e approfondire dall’altro quell’epopea sportiva. Due esempi. L’immediato dopo-carriera di Paolo Bertolucci che, come scrive Procacci, ha “i tempi comici” da protagonista della nuova commedia all’italiana. Dopo essersi inflitto diete per tutta la vita agonistica (unica concessione di Belardinelli dopo le vittorie: pasta e fagioli) organizza un tour gastronomico in giro per l’Italia, durante il quale in poco più di 30 giorni accumula 12 chili mai più smaltiti e commenta soddisfatto: “Però ne è valsa la pena”. Aperto, curioso, godereccio e coerente con il tennista che taglia un pomeriggio di allenamenti a Parigi per andare a vedere il Louvre, stanco di conoscere della capitale francese solo gli alberghi e i campi da tennis. A tutt’oggi continua a parlare di tennis come brillante commentatore, ma “ci sono altre cose nella vita”. Sono queste altre cose che Procacci ha saputo cogliere nel suo divertente e moderno poema, come si capisce anche dal secondo esempio, un prequel in cui politica e tennis si sono incrociati in Sudafrica nel 1974. Gli spalti sono per soli bianchi, con uno spicchio minuscolo transennato per i non bianchi. Gli inservienti di colore, che Panatta incontra negli spogliatoi, fanno il tifo per gli italiani e li pregano di battere i sudafricani razzisti con la racchetta in mano, di farlo per loro. In quello stesso stadio, due anni prima, una coraggiosa tennista italiana, Monica Giorgi (livornese, femminista, atea e anarchica) aveva indossato durante la partita una maglietta di sfida e denuncia contro la segregazione razziale. In quel caso se ne erano accorti tutti e la Federazione italiana di tennis, accolte le proteste di quella sudafricana, l’aveva squalificata per due anni.

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