Vanessa Roghi – Il passero coraggioso

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Le idee personali e il modo di stare in classe

di Enrico Manera

Vanessa Roghi
Il passero coraggioso: Cipì, Mario Lodi e la scuola democratica

pp. 224, € 18,
Laterza, Roma-Bari 2022

Con Il passero coraggioso Vanessa Roghi completa un ideale trittico di storia della scuola italiana nella seconda metà del Novecento, composto da La lettera sovversiva (Laterza, 2017, su don Milani) e Lezioni di fantastica (Laterza, 2020, su Gianni Rodari), mettendo al centro della sua ricerca in questo caso la figura di Mario Lodi, maestro di scuola e saggista di cui ricorre il centenario della nascitaCipì (prima edizione 1961, ripubblicato per Einaudi nel 1972) è il racconto per l’infanzia scritto da Lodi con una classe di Vho di Piadena, nella provincia rurale, a cui allude il titolo e che non necessita di presentazioni: la storia di una famiglia di passeri, risultato di un lavoro di scrittura collettiva di bambini e bambine, che nasce dall’osservazione e dall’esperienza, con una rivoluzione nel metodo e nelle prospettive di insegnamento. Da quel libro e da saggi come C’è speranza se questo accade al Vho (Avanti!, 1963) e Il paese sbagliato (Einaudi, 1970) emerge la realtà di un più ampio processo, silenzioso ed epocale, che include l’influenza del Movimento di cooperazione educativa e la pedagogia attiva di Célestin ed Élise Freinet e che si incentra sulle sperimentazioni che hanno messo in discussione l’istruzione in Italia nel difficile dopoguerra. Uno sviluppo che nasce dalla contestazione delle sopravvivenze autoritarie nel mondo scolastico, dall’insoddisfazione per lo stato delle cose e per le condizioni delle classi subalterne, e che riflette le trasformazioni sociali della repubblica in tutti gli aspetti della società, nel lavoro come nella famiglia.

Al centro del discorso di Roghi si collocano la didattica attiva e il ruolo dei docenti nel processo educativo di studenti e studentesse, attraverso l’individuazione di pratiche, tecniche e strumenti in contrasto con le precedenti pedagogie di timbro idealistico, la cui sopravvivenza supera il loro tempo; accanto a Lodi, Rodari, Milani trovano posto figure dell’attivismo educativo meno note (e non per questo meno importanti) come Rosa Maltoni, Giuseppe Lombardo Radice, Ernesto Codignola, Lamberto Borghi, Giuseppe Tamagnini, Anna Fantini, Ada Marchesini Gobetti, Bruno Ciari, Aldo Pettini, Nora Giacobini; protagonisti del libro sono in definitiva maestre, maestri, professori e professoresse che si confrontano su una didattica efficace e differente da quella consuetudinaria, avvertita come inadeguata e insufficiente rispetto ai bisogni del tempo.

Lontana dalla retorica o dall’apologia irenistica della scuola democratica, oggi come ieri oggetto di polemiche ideologiche e pretestuose, la ricostruzione di Roghi storicizza testi e dibattiti, mappa convegni, pubblicazioni e provvedimenti amministrativi per delineare contesti e problemi della storia della cultura dagli anni cinquanta fino agli anni settanta attraverso lo specchio dell’istruzione. Insieme con l’innovazione, la sperimentazione e la ricerca emergono da subito resistenze e ostilità alla diffusione di stili democratici e nuove pedagogie, sullo sfondo di una scuola conservatrice ancora segnata dalla fascistizzazione. Nell’analisi risulta decisivo da un lato il ruolo delle culture politiche – comunista, cattolica e dei partiti laici – per i quali la dimensione pedagogica è stata terreno di scontro valoriale, indissolubile dall’idea di famiglia e comunità; dall’altro le personalità e l’attitudine pedagogica dei docenti scompaginano trasversalmente le appartenenze e negli atteggiamenti didattici emerge la differenza fondamentale tra lo stare “in classe in modo democratico” o essere insegnanti “con idee democratiche”.

Anno chiave è il 1962: la riforma della scuola media unificata abolisce i canali di istruzione successivi alla scuola elementare, una biforcazione classista dell’educazione dettata dalla provenienza socioculturale tra la preparazione per il liceo (e da lì l’università) e l’avviamento professionale, segnata dalla differenza dei fini dell’istruzione e dalla sfiducia nelle possibilità di insegnare tutto a tutti e tutte indipendentemente da classe e ceto. Si apre l’inedita possibilità di formazione che, coinvolgendo nuove generazioni di educatori e educatrici, ha permesso la finestra di mobilità sociale in Italia che, aperta negli anni sessanta, tocca il culmine nei settanta e comincia a chiudersi con gli ottanta. Uno dei nodi cruciali messo in luce dal testo è la formazione dei docenti, in particolare quella di maestri e maestre: a fronte delle insufficienze della teoria pedagogica il bisogno di confronto si realizza nell’associazionismo degli insegnanti e nell’attenzione verso la cooperazione educativa, con gli obiettivi della coscienza democratica, dello sviluppo della personalità e del senso di comunità, che si intrecciano con l’attenzione al discente. Studio individualizzato, collaborazione tra studenti e tra insegnanti, ricerca-azione, pratiche di scrittura e discussione collettiva (tra cui il testo libero e il complessino tipografico) sono modalità e strumenti di lavoro scolastico che intendono ridurre la frattura tra scuola e realtà sociale: la scuola si apre ai mezzi di comunicazione, anche al cinema e al fumetto, e alla cultura di consumo di massa in rapida espansione.

Tra i diversi temi che affronta, il libro dedica ampio spazio al complesso rapporto tra cooperazione educativa e lungo Sessantotto, momento in cui una seconda fase di mobilitazione della scuola indirizza la critica alla struttura capitalistica della società e l’attenzione alla didattica sembra venire progressivamente accantonata in favore di obiettivi più apertamente militanti e politicamente rivoluzionari. Insieme con le battaglie ideali e le conquiste in senso democratico – tra cui l’introduzione dei decreti delegati del 1973-74 – assume valore paradigmatico la contestazione del voto numerico, simbolo della selezione classista operata dalla scuola borghese, che tende a superare la “microfisica” delle tecniche didattiche, con l’effetto di depotenziare l’attenzione al valore formativo dei processi di valutazione.

Il passero coraggioso è un libro di storia ad alto tasso di impegno civile: racconta problemi sempre attuali, come i rapporti umani e la comunicazione, la scelta dei libri di testo, l’organizzazione di laboratori e del tempo scuola, l’autoreferenzialità delle discipline, la sfiducia nel metodo. Oggi nuove migrazioni e cittadinanze, mezzi di comunicazione e di socializzazione di massa, stili di vita e cognitivi configurano uno scenario differente da quella fase storica ma analogo nel porre domande su come insegnare in modo efficace e soddisfacente in una scuola realmente democratica e inclusiva. La crisi del presente necessita di un confronto sulla didattica tra i soggetti in campo e chiede che la scuola sia luogo di ascolto di bisogni che promuova la partecipazione dei discenti, mentre molti coltivano la nostalgia di una scuola dei “bei tempi andati” e il dibattito pubblico su stampa e media sociali è fatto per lo più di luoghi comuni in cui a mancare sono la storia e la sociologia della scuola. La conoscenza di conflitti e soluzioni del passato aiuta dunque a interpretare i processi storici del presente, un tempo in cui libri ed esperienze del mondo di Lodi e di Rodari suggeriscono risorse ancora vitali. In questo senso Roghi mostra come sia cruciale non tanto l’eccezionalità di un’esperienza quanto la replicabilità di quello che questa significa: fare Cipì, la storia di un passero coraggioso, ha voluto dire prima di tutto dare una risposta a problemi. Una risposta di cui si tratta di riscoprire metodo, senso e attualità.

enrico.manera@istoreto.it

E. Manera è formatore dell’Istituto per la storia della Resistenza e della società contemporanea di Torino

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