La scrittura umoristica e satirica di Umberto Eco

Una risata ci illuminerà

di Giuseppe Zaccaria

dal numero di aprile 2016

Il nome della rosaFondamentale è il ruolo giocato dal motivo del “riso” nel Nome della rosa. Jorge diventa un serial killer per impedire che venga conosciuto il libro di Aristotele sulla commedia, di cui Eco, sublime manipolatore (e fantamanipolatore) dei linguaggi altrui, non esita a inventare e proporci l’incipit. Ma perché Jorge odia il riso, ritenendolo il nemico numero uno della religione in cui fanaticamente crede? Il riso è pericoloso perché mette in discussione ogni valore e ordine esistente. Le eresie si possono combattere ed estirpare, non il riso, che induce a ridere dell’autorità, togliendo a essa ogni sacralità, e rivelando quello che potremmo definire pirandellianamente il “re nudo”. Cristo, sostiene Jorge a conferma della sua tesi, non ha mai riso. Guglielmo da Baskerville gli oppone che il ridere è proprio della natura umana e che gli animali non ridono. Contro il fanatismo del vecchio cieco (una cecità non profetica, ma intellettuale e morale) Guglielmo ritiene che la funzione del riso sia quella di “far ridere la verità”, tanto da risultare un prezioso alleato della conoscenza.

Tutto questo viene non solo detto, ma anche citato. E proprio la citazione consente di ricavare dal testo i suoi significati profondi, andando oltre la lettera delle parole, per attingere a quel livello allegorico che Eco, grande esperto della filosofia medievale, ben conosceva (basti leggere il capitolo sulla “pansemiosi metafisica” in Arte e bellezza nell’estetica medievale, Bompiani 1979). Prendiamo questa battuta ironica di Jorge da Burgos: “E così la parola di Dio si manifesta attraverso l’asino che suona la lira, l’allocco che ara con lo scudo, i buoi che si attaccano da soli all’aratro, i fiumi che risalgono le correnti, il mare che si incendia, il lupo che si fa eremita!”. Non è facile (Eco è stato anche un grande dissimulatore) ma neppure impossibile che qualcuno ricordi i titoli dei capitoli di un famoso libro di Giuseppe Cocchiara, Il mondo alla rovescia (Feltrinelli, 1963). Eco non fa altro che riprenderli, per metterli in bocca al suo personaggio.

Il gioco non è ovviamente gratuito, ma rientra nell’ambito della grande tematica carnevalesca che percorre il romanzo, costituendone il sotterraneo filo conduttore. Ma parlare di letteratura carnevalesca, o carnevalizzata, significa chiamare in causa il grande teorico russo Michail Bachtin, che ha visto nel carnevale l’equivalente del genere romanzesco. Potremmo quindi parlare, più in generale, di una macrocitazione bachtiniana, che conferisce al Nome della rosa tutta la complessità dei suoi significati ideologici, legati allo “scoronamento” e al ribaltamento dei ruoli, alla contestazione e all’irrisione della mentalità e delle mode ufficiali.

Non solo di significati però, bensì anche di significanti si tratta. Il famoso sogno di Adso, mentre in chiesa si canta il Magnificat, è uno straordinario esempio di scrittura carnevalesca che, se da un lato si richiama esplicitamente alla Coena Cypriani, dall’altro si caratterizza non solo come citazione ma come emulazione del plurilinguismo di Rabelais. In queste pagine si susseguono parole in libertà, iperboli, inversioni, chiasmi, antitesi, ossimori, anfibologie, in un vertiginoso procedimento di accumulazione caotica che rompe ogni argine (forse, oltre a Rabelais, Eco aveva in mente anche il prediletto Joyce, quello del monologo di Molly).

Umberto Eco

I riferimenti al Nome della rosa ci sono serviti per caratterizzare alcuni procedimenti tipici anche della scrittura umoristica e satirica di Eco, che rappresenta, rispetto alla scrittura saggistica e narrativa, l’ambito criticamente meno esplorato, anche se particolarmente brillante e vivace, di una straordinaria attività critico-teorica e creativa. Qui il riso non funziona come citazione, ma si serve talora di altre citazioni, per sprigionare le sue capacità insieme divertenti e demistificanti, mescolando, all’insegna della parodia e del pastiche, l’elemento comico e l’elemento serio. È noto che, nel suo onnivoro “ecumenismo”, Eco ha saputo intelligentemente unire gli opposti di natura ludica e scientifica, l’alto e il basso, sdoganando prodotti culturali prima ritenuti indegni di attenzione. Si è occupato di fumetti e di romanzi d’appendice (nel Cimitero di Praga si può riconoscere il Bresciani del famigerato Ebreo di Verona); presso Bompiani ha diretto la collana filosofica “Idee nuove”, già stata di Banfi e di Paci, ma ha anche dato vita alla collana “Amletica leggera”, dove nel 1972 usciva il Come farsi una cultura mostruosa di Paolo Villaggio, rivisto e introdotto dal suo editor.

Lo straniamento del “come”

EcoL’uso modale del “come”, a inizio frase, scandisce i quarantacinque capitoletti del sommario di Come viaggiare con un salmone (pp. 208, € 10, La nave di Teseo, Milano 2016), che formalmente si presenta come un manuale di istruzioni per l’uso; un uso, evidentemente, tutt’altro che pratico, o praticamente fruibile, se solo si pensa alla sventurata conclusione di un viaggio in compagnia del suddetto pesce. Un classico, tra i pezzi inseriti, si può considerare Come mangiare in aereo, gustosissima rappresentazione dell’ardua lotta ingaggiata dalle forchette con i piselli, che alla fine “o s’infilano nel collo o nella braghetta”. La godibilità dei testi è data dalla capacità di ricavare, a partire anche dalle situazioni più normali, effetti di deformazione e distorsione semantica, con una tecnica dello straniamento che dà luogo a soluzioni caricaturali e grottesche, paradossali. Anche per Eco, come scriveva un umorista dell’Ottocento, “l’Arte può essere, anzi deve essere altresì paradossale”, dal momento che “il paradosso è un’idea, che batte in breccia un’opinione comune, un pregiudizio, un errore accettato”, demistificando le visioni convenzionali della realtà. Queste riguardano non solo le abitudini, gesti e manie della vita quotidiana (Come comperare gadget, Come usare la cuccuma maledetta, Come non usare il telefonino cellulare), ma coinvolgono i vezzi e le mode intellettuali (Come fare le vacanze intelligenti, Come scrivere un’introduzione), senza dimenticare i riferimenti alla cultura di massa (inutile ricordare l’importanza di Eco semiologo e massmediologo), gli spunti della fantapolitica (Come evitare di cadere nei complotti) o il tortuoso sadismo dei labirinti burocratici (Come sostituire una patente rubata). Non a caso, in Come presentare un catalogo d’arte, reale presentazione, dal sapore dada, di una mostra del pittore Antonio Fomez, Eco parla delle “regole del citazionismo postmoderno”, che, utilizzando la tecnica del rovesciamento e dello “scoronamento”, costituisce la base della sua operazione contraffattoria e parodica (nella quale non mancano, peraltro, elementi di riflessione profonda).

Umberto EcoSe nella scrittura postmoderna si trovano congiunti l’alto e il basso, l’elemento serio non cancella quello faceto, ma da questo può trarre alimento. È quanto accade nelle Bustine di Minerva, che, pubblicate per anni sull’“Espresso”, sono state in gran parte raccolte – quelle che vanno dal 2000 al 2015 – in Pape Satàn Aleppe. Cronache di una società liquida (pp. 480, € 20, La nave di Teseo, Milano 2016). C’è da dire subito che la genesi frammentaria della raccolta, in qualche modo assimilabile alla tecnica del puzzle, non pregiudica in alcun modo la sua organica unitarietà. Questa è dovuta non solo alla divisione per così dire tematica attorno alla quale le “bustine” vengono accorpate, ma alla filigrana stessa del legame che le unisce; quella di un dialogo ravvicinato con il lettore, realizzato attraverso un procedimento cordialmente divagante e digressivo, assimilabile a quelle opere che, secondo il Pirandello del saggio sull’Umorismo, sono “scomposte, interrotte, intramezzate di continue digressioni”. In queste pagine Eco offre l’immagine più compiuta di sé come critico dei costumi di una realtà postmoderna alla ricerca di se stessa, della propria identità e del propri valori. Siamo in presenza di un intellettuale impegnato, che non offre soluzioni consolatorie ma, nel denunciare fenomeni come quelli del bullismo o del razzismo, coglie la complessità e le contraddizioni profonde di questa nostra – stando a Bauman – “società liquida”, invitando il lettore a una sorta di “cooperazione interpretativa” nella discussione sui grandi temi della contemporaneità.

Con lo stile brillante che gli appartiene, ammiccando con l’intelligenza dell’ironia e, talora, del gioco di parole, Eco demistifica gli odierni miti della massificazione e del consumismo: dal culto dei telefonini al bisogno di apparire, che crea, nel regno della chiacchiera televisiva, i suoi effimeri eroi di cartapesta. Il rapporto fra presente e passato lo porta a sottolineare il ruolo della memoria, storica e individuale, che, anche quando si guardi a essa con nostalgia, non si traduce mai nel comodo rifugio del laudator temporis acti, ma tiene conto di una continuità considerata, dialetticamente, nel divenire della storia, che non deve essere dimenticata (il presente ingloba la tradizione di un passato non di rado precorritore). Eco si fa così portatore di un pensiero problematico, che, non rinunciando a difendere una precisa posizione di parte, introduce forti elementi di riflessione e di giudizio, rifiutando sia lo sterile pessimismo degli “apocalittici” sia il connivente ottimismo degli “integrati” (l’utilità di internet non esclude le manipolazioni da cui occorre difendersi, assumendo un atteggiamento criticamente maturo e consapevole). Non viene meno, in altri termini, quell’idea della ricerca intellettuale che aveva avuto una sorta di proiezione archetipica, o di medievale primogenitura, nello spirito laico e progressista di Guglielmo da Baskerville.

giuseppe.zaccaria@lett.unipmn.it

G Zaccaria è professore emerito di letteratura italiana