Salvatore Quasimodo nel cinquantesimo anniversario della morte


Per un po’ d’ironia si perde tutto

di Domenico Calcaterra

dal numero di novembre 2018

Dal fulminante epigramma che Pier Paolo Pasolini indirizzò al neolaureato premio Nobel per la letteratura del 1959 sembra non sia trascorso un giorno, se è vero che di Salvatore Quasimodo, ieri come oggi, da parte dei grandi canonizzatori delle patrie lettere, sembra si continui a parlare, “ma solo per dirne male” (Fortini soltanto, pur ridimensionando la portata della sua esperienza poetica, ritenne odiosi l’ostilità e il silenzio dimostrati contro di lui). Eppure, negli anni che hanno preceduto il cinquantesimo anniversario della scomparsa del poeta siciliano, non sono mancate le riedizioni delle sue opere, dalla più celebre delle sue raccolte, Ed è subito sera (Mondadori, “Oscar Moderni”, 2016), al volume complessivo, corredato dall’ormai classica Introduzione di Gilberto Finzi, comprendente Tutte le poesie (stessa collana, 2017). Così come, a chiarirne meglio la fisionomia intellettuale, lo slancio pedagogico, la fede ferma in un auspicato nuovo umanesimo, ha non poco contribuito l’uscita relativamente recente, in due ponderosi volumi, grazie all’acribia di Carlangelo Mauro, della raccolta integrale degli scritti giornalistici di Quasimodo apparsi negli anni sessanta, rispettivamente nelle rubriche che tenne, dal 1960 al 1964 su “Le Ore” (Il falso e il vero verde, Sinestesie, 2015), e dal 1964 al 1968 sul “Tempo” (Colloqui, l’arcael’arco, 2013).

La rilettura complessiva della sua produzione giornalistica è stata anche l’occasione di tornare a interrogarsi sul perché di un così “prolungato appannamento del poeta”, intravedendo nell’avvento delle poetiche del postmoderno la causa del decretare fuori tempo massimo una figura della modernità come Quasimodo (così Rando nell’Introduzione ai Colloqui). Ma che sia dovuto ai mutamenti culturali in atto, al tramontare delle mode letterarie o a una scarsa valenza riconosciuta all’originalità e importanza della sua poesia – da Cecchi a Pasolini, da Sanguineti a Mengaldo, da Fortini a Baldacci – da più parti s’è voluto…

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