Alessandro Portelli – Dal rosso al nero

Acredine e ribollio di una città “sprecata”

di Alfio Mastropaolo

Alessandro Portelli
Dal rosso al nero
La svolta a destra di una città operaia. Terni, laboratorio d’Italia
pp. 288, € 28,
Donzelli, Roma 2023

Quello della storia orale è un metodo d’investigazione parecchio affilato. Guarda non attraverso il binocolo delle statistiche e dei sondaggi, ma tramite il microscopio delle testimonianze degli attori. Portelli è uno studioso di rango. Questo è il suo terzo libro dedicato a Terni, ove racconta una vicenda esemplare. Non solo la parabola che ha condotto al declino un’importante città industriale, quanto lo stato di una società stritolata da tale declino, con sue implicazioni umane, sociali, culturali, amministrative, politiche. E una sorte condivisa da tanti luoghi, su cui disponiamo anche di altre narrazioni. Che però non bastano a zittire quanti considerano la parabola inevitabile e poi aggrottano le sopracciglia e si scandalizzano osservando l’involuzione “populista” e magari razzista dell’ex mondo del lavoro e di quanto ne resta.

Se è permesso un appunto, è solo eccessivo il titolo. Se Terni fu una città rossa, con tanto di mito ben radicato e coltivato, è eccessivo suggerire che sia passata dal rosso al nero. La sua svolta elettorale a destra non è stata stabile e neanche piena. Stavolta le statistiche bastano a mostrare che se la destra a Terni ha preso il sopravvento, dapprima con una giunta guidata da Forza Italia, e infine nel 2018 con la prima importante amministrazione leghista fuori dal nord, nel mezzo vi sono state altre esperienze amministrative e politiche. Semmai, il partito preferito da tempo dai ternani è l’astensione. Che non indica affatto né incultura democratica, né adesione tacita. Ma è una forma molto personalizzata di rigetto e di autodifesa.

Le città cambiano. A maggior ragione le città industriali. Il cambiamento è sempre una sfida, che può essere vinta, ma anche persa. In ambo i casi contano le scelte imprenditoriali e quelle delle dirigenze politiche, locali e nazionali. A Terni, al momento, non è andata bene. L’acciaieria – ma non c’era solo quella, c’erano pure una fiorente industria chimica e un po’ di indotto – ha subito imponenti ristrutturazioni produttive, a seguito delle quali la città, per quanto ci abbia provato in molti modi, non ce l’ha fatta a reinventarsi, a restare una città industriale e nemmeno a riscoprirsi città di cultura e d’arte, pur incastonata in un magnifico pezzo di Umbria.

Il trattamento toccato all’acciaieria è stato durissimo. La politica nazionale ha compiuto a suo tempo la scelta di privatizzare, sostanzialmente lavandosene le mani. Da allora, la proprietà è passata per molte mani, d’imprenditori nazionali e stranieri e di nuovo nazionali. Le grandi imprese, subentrate alla proprietà pubblica, hanno curato i loro profitti. E la produzione è defluita verso qualche lontana acciaieria indiana, cinese, sudamericana, dove il costo del lavoro è infinitamente più basso e chi lavora lo fa senza diritti. L’idea di puntare su produzioni ad alto valore aggiunto non ha funzionato. Una politica industriale – nazionale – non c’è stata. L’Europa avrà pur posto molti vincoli, ma, a parte il fatto che si poteva forse respingerli o allentarli, chi ha guidato il paese negli ultimi decenni non ha creduto nell’industria e pochissimo ha fatto per promuoverla. Terni, come altri luoghi, ha pagato il conto. Si sono persi posti di lavoro a migliaia, gli stabilimenti si sono svuotati, i rapporti di lavoro si sono precarizzati. A sua volta è cambiata la forza lavoro: i figli non volevano più andare in fabbrica come i padri, erano assai più scolarizzati e giustamente hanno cercato opportunità all’altezza dei loro titoli di studio. I redditi individuali e familiari sono decaduti e sono sopraggiunti gli immigrati. Si sarebbe potuto mantenere le fabbriche con loro, ma né le imprese né la politica hanno aiutato. È mancata l’azione di rappresentanza svolta dai partiti, specie da quelli di sinistra, e il sindacato s’è trovato costretto a negoziare in condizione di debolezza, che ovviamente in pochi hanno capito, perché dargli addosso è parte di questo tempo. A Terni non solo la destra è arrivata al potere, ma ha fatto storia un’imponente manifestazione, cittadina oltre che operaia, tenutasi a ottobre del 2014 in cui, allorché ThyssenKrupp decretava d’un colpo cinquecento licenziamenti, Susanna Camusso fu travolta dai fischi.

L’abbandono, da parte della politica nazionale, non è consistito unicamente nell’assenza di politica industriale. Anche l’amministrazione locale è stata abbandonata ai flutti del mercato, com’è avvenuto in tutto il paese. Le voci narranti di Portelli registrano il riaffiorare dei vecchi ceti istruiti, proprietari e professionali, pronti alla rivincita sulla città operaia, ma incapaci di costruire alcunché. Alla desertificazione industriale è seguita quella del commercio al dettaglio – non sono i centri commerciali a riscattarla –, quella culturale, il decadimento dei servizi, la sanità in primis, giù fino alla caduta demografica. E infatti le testimonianze registrano sconforto, delusione, stanchezza, paura del futuro. Si sono sviluppate forme nuove di conflitto. Si resiste al potere quando non si collabora, allorché ci si ritrae dalla socialità, ma anche quando si cerca consolazione nella droga. C’è “una sorta di acredine, ’sto ribollìo, nella gente. Una certa diffidenza e anche incazzatura sotterranea che non so se è incazzatura e frustrazione o è insoddisfazione”, dice un’operatrice sociale. Ho visto “una violenza inaudita sia tra i ragazzi che tra adulti di un certo tipo”, dice uno studente che ha lavorato in un bar. “Si va a caccia di soldi, racconta un avvocato, e quindi questo porta, secondo la mia modesta interpretazione, anche a un’esasperazione, un’acredine dei rapporti umani”. Non c’è solo “intolleranza classica, razzista, è proprio un’intolleranza a tutto… Le persone stanno sulla difensiva”, conclude un’altra operatrice sociosanitaria: si fanno file, in farmacia, al supermercato, in ospedale, e c’è sempre motivo di litigare. Forme di conflitto più produttive, come quelle sindacali o come il voto, non hanno spazio. I tentativi dei giovani di rianimare la società che langue sono generosi, ma hanno respiro corto. Specie quando la destra s’impadronisce del municipio, li scoraggia, li abbandona, li disprezza, li soffoca. Ha un’altra idea di società. Che la società non la vuole. O che vuole una società senza socialità.

Portelli traccia due ritratti raffinati di Salvini e Meloni, narrandone le ben riuscite comparse in città. Aiutano molto a capire il successo del cosiddetto populismo. Nello smarrimento generale, la loro retorica reazionaria, ma anche popolare e plebea, sa bene quali siano i punti deboli, immigrazione e insicurezza. Sa trovare il tono giusto per risuonare con delusioni e risentimenti del momento. Incalliti e spregiudicati professionisti della politica, i due sono maestri nell’arte di mimetizzarsi e pure di semplificare, di eccitare e di evocare i luoghi comuni più ovvi. La politica reazionaria ultimamente è volgare e depressa. Purtroppo, trova un fertilizzante nella scarsa empatia dall’altra parte. Sono forse i tempi che lesinano le risorse materiali e culturali perché una proposta di governo possa riprendere quota. Così, qualcuno a un certo punto decreta che Terni è “una città sprecata”. Non è un unicum. I luoghi sprecati si sprecano. Insieme alle polveri sottili, la popolazione italiana si va addensando nel triangolo Milano-Venezia-Bologna. Rimangono pizzerie e centri commerciali e qualche monumento buono come sfondo ai selfie dei crocieristi. Una nota per chiudere: nella catastrofe dell’acciaieria fa la sua comparsa anche la reputatissima manager che poi sarà mandata a Taranto.

alfio.mastropaolo@unito.it
A. Mastropaolo è professore emerito di scienza politica all’Università di Torino