Elizabeth Jane Howard – Tutto cambia

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Troppo bella per essere capace di scrivere

recensione di Massimo Scotti

dal numero di novembre 2017

Elizabeth Jane Howard
TUTTO CAMBIA
La saga dei Cazalet
Quinto volume
ed. orig. 1995, trad. dall’inglese di Manuela Francescon
pp. 526, € 20
Fazi, Roma 2017

Elizabeth Jane Howard - Tutto cambia“Caspita, che dea!” pensò Martin Amis vedendo per la prima volta la sua matrigna. Ed effettivamente era bellissima. Zigomi alti, scolpiti, labbra sottili ma ben cesellate, grandi occhi intenti, gesti eleganti, nobili orecchie con i lobi allungati dal peso degli orecchini, come quelli di uno dei suoi personaggi, Lady Rydal. Era la nuova fiamma del padre scrittore, Kingsley Amis. Ex-modella, figlia di una danzatrice dei balletti russi e di un mercante di legnami, Elizabeth Jane Howard fu la moglie di Amis per circa vent’anni, quando era già una scrittrice affermata: il suo romanzo d’esordio, The Beautiful Visit (1950), aveva vinto il John Llewellyn Rhys Memorial Prize nel 1951. E fu proprio Jane a esortare il giovane Martin affinché intraprendesse la carriera letteraria; tipo non facile ai complimenti, è lui stesso ad ammettere di dovere molto a quella donna “alta, tranquilla, di struttura sottile, con il portamento regale e quasi un metro di voluminosi capelli biondi che le arrivavano alla vita” (“Mail on Sunday”, 4 gennaio 2014).
“Nessuna donna della sua bellezza è così brava a scrivere” dicevano certi suoi ammiratori dotati di incredibili pregiudizi. Ma proprio su questo lei fondò il suo desiderio di rivalsa: dimostrare al mondo, e in particolare ai suoi uomini presuntuosi, quanto era in grado di fare. Non aveva avuto un’infanzia facile, Jane: una madre depressa e un padre molestatore. Lo racconta lei stessa nelle sue memorie, Slipstream (2002) e ne parla Artemis Cooper nella biografia A Dangerous Innocence (2016, tradotto in Italia da Fazi). Ebbe mariti e amanti, fra cui un altro scrittore famoso, Arthur Koestler, e un poeta non meno celebre, Cecil Day-Lewis, il padre dell’attore Daniel. Facevano parte della vita culturale londinese che Jane contribuì ad animare con il suo fascino personale e la sua intelligenza; si lamentava del fatto di essere stata apprezzata dalla critica solo prima di aver fatto il suo ingresso nelle classifiche di vendita.

Verso le grandi storie ottocentesche

A decretare il successo internazionale di Elizabeth Jane Howard è stata la Saga dei Cazalet, che rappresenta un esempio dell’itinerario seguito dalla forma romanzesca nel Novecento: dopo le sperimentazioni moderniste e postmoderne uno sguardo indietro, verso le grandi storie ottocentesche, ampie, dilatate nel tempo, narrate da un autore che sa tutto dei suoi personaggi (parole, pensieri, atti, segreti) e dirige da padrone assoluto la sua partitura orchestrale in una poderosa – e ponderosa – costruzione sinfonica. Certo la scrittura howardiana è memore e consapevole di una serie di percorsi che sono stati prima del modernismo e poi del minimalismo. Solo due esempi: il primo volume del suo ciclo narrativo, Gli anni della leggerezza (nell’originale The Light Years) si apre con una lunga giornata in cui si presenta la maggior parte dei personaggi, seguiti poi nei minuscoli gesti, negli infiniti dettagli e nelle vicende quotidiane per gli anni che verranno, e tanti, dal 1937 alla fine del 1958. Personaggi a tutto tondo, dotati di caratteri, fisionomie e ruoli sociali ben definiti e riconoscibili, capaci di far innamorare o irritare il lettore che ne segue le trasformazioni attraverso due decenni: appassionano, coinvolgono, incantano, deludono, esattamente come fanno gli esseri umani. Lenticolare nell’attenzione, forte di una indubbia maestria architettonica, l’autrice si dimostra molto contemporanea nella sua risposta alle esigenze del pubblico odierno, avido di extended versions, storie seriali, narrazioni che virtualmente potrebbero non finire mai.

Non per niente i produttori della serie televisiva Bbc tratta da questi romanzi sono gli stessi di Downton Abbey, con cui la saga dei Cazalet ha molti punti di somiglianza, primo fra tutti il doppio sguardo sui rappresentanti della buona borghesia e sui loro domestici. Si potrebbe tracciare agevolmente una linea di unione fra esempi narrativi tutti molto inglesi, dai telefilm di Su e giù per le scale, negli anni settanta (Upstairs, Downstairs, alla cui realizzazione Jane Howard contribuì come sceneggiatrice), al Gosford Park di Robert Altman (2001) – scritto dallo stesso Julian Fellowes di Downton – passando per Quel che resta del giorno di James Ivory (1993, tratto da The Remains of the Day di Kazuo Ishiguro, 1989) e per The Cazalet Chronicle, i cui volumi sono usciti fra il 1990 e il 2013.

Basta cadaveri, killer e vampiri

Perché la saga ha tanto successo? Una risposta convincente l’ha data Stefania Bertola sulla “Stampa”: “Perché rappresenta una avvincente ma riposante alternativa a tutti questi troni di spade, e case di carte, e gomorre, e detective svedesi”. Aggiungerei solo vampiri e serial killer: forse la passione collettiva per i Cazalet dimostra una sana stanchezza, da parte del pubblico, nei confronti di cadaveri e indagini. Per quanto riguarda l’Italia, uno straordinario contributo è stato offerto da John Purvis, che ha disegnato immagini eleganti e piacevolmente rétro per le belle copertine dei cinque volumi. Suggeriscono quello che i libri promettono: vacanze solari (Gli anni della leggerezza), il momento sospeso che precede i grandi avvenimenti (Il tempo dell’attesa), la tragedia della guerra (Confusione), nostalgia e conquistati spazi di libertà (Allontanarsi), seduzioni e nuove giovinezze (Tutto cambia).

Uno dei tanti fascini della saga è l’abile traduzione narrativa di un forte senso della transitorietà. Tutto passa, sembra dire Jane Howard, e forse proprio per questo rivela tanto affetto, tanta attenzione per gli oggetti, gli interni, i mobili, i soprammobili, che vorrebbero assicurare un senso di continuità alle vite che invece mutano inesorabilmente. Le case, i rituali domestici servono a rendere solido qualcosa che è molto precario: i legami tra le persone, per esempio. Di intrecci familiari bizzarri l’autrice ne sapeva per via della sua movimentata esistenza; infatti la complessità dei rapporti familiari viene indagata dalla Howard con ritegno inglese ma anche con profondità analitica. Parla di convenzioni e trasgressioni d’altri tempi con una voce che è di oggi, modulata e partecipe, attenta a evitare alterazioni nel tono come la nota falsa dell’anacronismo; una voce ben interpretata da Manuela Francescon, traduttrice di tutti i volumi della saga.

Femminile e tolstojana

“Ho pensato: la gente scrive libri sulla guerra” dice Jane Howard, “ma non si scrive molto di com’era la vita per la gente normale”. Da questa riflessione nasce la parte centrale di The Cazalet Chronicle. Un punto di vista molto femminile, ma anche tolstojano. Il secondo conflitto mondiale diventa l’elemento catalizzatore nella vita delle varie famiglie che compongono il clan Cazalet: i due “progenitori”, il generale e la duchessa, la loro figlia nubile, i tre figli maschi con mogli e figli, i cognati e la servitù. Ciascun componente del clan ha un rilievo speciale nella storia, specchio privato di due decenni inglesi particolarmente significativi: una vicenda che si inserisce nella tradizione dei cicli narrativi riguardanti storie familiari, dai Rougon-Macquart di Émile Zola alla Saga dei Forsyte di John Galsworthy; proprio quest’ultimo sembra essere uno dei modelli scelti dall’autrice.

L’opera di Jane Howard non è fatta solo di Cazalet, ma comprende in tutto quindici romanzi, fra cui The Long View, del 1956, tradotto anche questo da Fazi, sempre da Manuela Francescon, con il titolo Il lungo sguardo (2014, già proposto da Rizzoli nel 1957 come Vite a rovescio). Un libro dalla struttura singolare, che racconta a ritroso la storia di un matrimonio, fra il 1950 e il 1926, anno del primo incontro fra un uomo e una donna: Conrad Fleming, marito freddo e padre distratto; Antonia, che si ostina a preservare un amore ormai logoro in nome di tutto ciò che è stato, della fiamma del passato, di ciò che sopravvive nonostante o forse proprio grazie al dolore.

massimoscotti61@gmail.com

M Scotti è traduttore

Mi avevi promesso i jeans: anche Luisa Sarlo commenta Tutto cambia.

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