Claudia Rankine – Citizen

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Una preghiera per i vivi perché i morti possano trovare pace


recensione di Cristina Iuli

dal numero di dicembre 2017

Claudia Rankine
CITIZEN
Una lirica americana
ed. orig. 2014, trad. dall’inglese di Silvia Bre e Isabella Ferretti
pp. 159, € 16
66thand2nd, Roma 2017

Claudia Rankine - CitizenChe un’opera poetica diventi un best seller a pochi mesi dalla pubblicazione è un fatto clamoroso. È accaduto a Citizen. Una lirica americana, di Claudia Rankine, concept book poetico composto da poemi in prosa, versi e altri testi concepiti per accompagnare video-installazioni, scritto tra il 2010 e il 2014, anni nei quali il razzismo suprematista bianco (istituzionale, occasionale, o semplicemente possibile) ha lasciato sulle strade statunitensi una lunga lista di cadaveri di uomini e donne neri. Citizen è il diario lirico di quel razzismo ordinario, distratto e ottuso, sempre pronto a erompere dalle profondità di ogni comunicazione, da quella pubblica, gestuale e iconografica delle performance e degli spettacoli televisivi, a quella intima dei rapporti di amicizia: “Non appena senti o vedi un momento ordinario, tutti i suoi / scopi sottesi, tutti i significati nascosti dietro gli istanti più / reconditi, fin dove riesci a vedere, vengono messi a fuoco”. La genesi di Citizen è nella fusione tra la tensione lirica e le dinamiche strutturali del razzismo ordinario e delle sue strutture psicosociali; il suo esito ha la forma di un oggetto ibrido che coniuga in modo esemplare enunciazione estetica e atto politico. I poemetti in prosa che lo compongono sono illuminazioni: sintesi autoportanti di pensiero e linguaggio dirette al punto cieco (e bianco) sotteso al nostro immaginario razziale.

Quel punto si rivela in tutta la sua violenza attraverso i due dispositivi fondamentali esposti da Rankine: la struttura di interpellazione del soggetto “americano”, che opera in relazione a una presunta neutralità bianca (“Mi sento più nera quando vengo spinta contro un fondale di un bianco assoluto”, dichiara Zora Neale Hurston nella citazione in esergo), e l’uso di linguaggi che simultaneamente rendono invisibile e iper-visibile, rimuovono e sgranano, la differenza che la corporeità nera istituisce in un contesto discorsivo delimitato dal potere dei bianchi. Questa differenza ha a che fare con “il conflitto che la presenza del corpo nero” (e la sua ri-codificazione attraverso una ricchissima tropologia razzista) “provoca” nella vita e nell’immaginario sociale. Rankine lo espone sia nei testi dedicati a Serena Williams e a Zinedine Zidane, sia nelle elegie che accompagnano video-installazioni alla memoria dei morti di brutalità bianca: “26 febbraio 2012 / In memoria di Trayvon Martin” (il diciassettenne ucciso in Florida da una guardia volontaria), “26 giugno 2011 / In memoria di James Craig Anderson” (il quarantenne massacrato di botte da un gruppo di ragazzini bianchi e poi investito dal pick up di uno di loro, per puro odio razziale): “Il pick-up è una condizione / dell’oscurità in movimento. Crea un soggetto scuro. / Intendi un soggetto nero. No, un oggetto nero”. La poesia di Rankine contrappone a queste pratiche un’ipotetica soggettività “americana e universale” aperta nello spazio del “tu”, del pronome che dovrebbe interpellare tutti affinché tutti possano sentire la storia razzista come un insulto personale e collettivo. Ecco l’impegno del gioco prospettico in Citizen, dove il “tu” pronominale è sia voce introspettiva, sia appello e invito al lettore a sentirsi quel “tu”.

cristina.iuli@uniupo.it

C Iuli insegna letteratura nordamericana all’Università del Piemonte Orientale

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