Nâzım Hikmet – Poesie d’amore e di lotta

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Lingua concreta

recensione di Ayşe Saraçgil

dal numero di febbraio 2014

Nâzım Hikmet
POESIE D’AMORE E DI LOTTA
a cura di Giampiero Bellingeri
pp. 385, €22
Mondadori, Milano 2013

poesie-d-amore-e-di-lotta_HikmetL’uscita del volume, curato da Giampiero Bellingeri, docente di lingua e letteratura turca a Venezia, commemora il grande poeta turco nel cinquantesimo anniversario della morte, avvenuta nel 1963. In collaborazione con Fabrizio Beltrami e Francesco Boraldo, Bellingeri presenta circa trecento poesie di Hikmet, molte delle quali inedite in Italia, a cominciare da quelle scritte durante l’adolescenza. Generazioni di italiani hanno conosciuto e amato Nâzım Hikmet grazie a Joyce Lussu che aveva incontrato il poeta nel 1958 a Stoccolma, durante un congresso per la pace; su proposta dello stesso Hikmet e con il suo aiuto, Joyce tradusse le sue poesie pur senza conoscere né una parola né una sola regola grammaticale della lingua turca. Ha ricordato in molte occasioni l’estrema traducibilità della lingua poetica di Nâzım Hikmet, che è stato maestro nell’uso di un turco essenziale, malgrado la sua formazione culturale e linguistica fosse avvenuta in ottomano, una lingua impastata di elementi turchi, arabi e persiani, scritta in quell’alfabeto arabo che sarà abbandonato dalla Repubblica turca nel 1928. Le traduzioni delle poesie giovanili curate da Bellingeri e dai suoi collaboratori testimoniano l’essenzialità del linguaggio che ha caratterizzato la poetica di Hikmet sin dagli esordi. Se i vocaboli concreti, senza ambiguità, di tutti i giorni, furono funzionali nel dare risalto alla “nazione turca” negli anni della prima giovinezza, più tardi gli saranno di aiuto nella volontà di dare parola agli esclusi. Come furono certamente di aiuto a Lussu per tradurre da una lingua che non conosceva, quasi quanto lo sono state la capacità di empatia e l’abilità di Hikmet a trasmetterle il significato, utilizzando le lingue note, almeno in parte, a entrambi; oppure ricorrendo a quella loquace gestualità che aveva sperimentato, in carcere, quando cercava di far memorizzare le sue poesie ai visitatori, sotto gli sguardi attenti delle guardie, in modo da superare la censura e far circolare i suoi testi all’esterno.

Bellingeri, il maggiore studioso italiano di Nâzım Hikmet, apre il volume con una prefazione tanto interessante quanto ricca di importanti e approfondite informazioni, colmando così, almeno in parte, varie lacune degli studi critici hikmetiani. Il suo saggio introduttivo è anche un tentativo di sciogliere i fili che legano la fama del poeta direttamente alle vicende drammatiche della sua biografia: collocando Hikmet nel contesto del panorama della poetica turca, e in quello più generale del XX secolo, si getta luce su alcuni degli aspetti meno noti del suo universo poetico. La profonda conoscenza della lingua e letteratura turca e dell’opera di Hikmet, sottesa alle traduzioni, conferisce alla lettura delle poesie un nuovo gusto. Tuttavia, come anche Bellingeri è costretto ad ammettere, per quanto la si voglia restituire all’‘arte’, la poesia di Hikmet rimane intrinsecamente legata alla sua vita, al suo credo politico, alle sue lotte; al suo essere un uomo profondamente segnato dal Novecento: dalle divisioni, dai settarismi, dalla violenza di questo secolo, ma anche dalla sua generosità, solidarietà, speranza e fede nel progresso.

Nâzım Hikmet era nato nel 1901 a Salonicco in una famiglia dell’élite cosmopolita e illuminata dell’impero ottomano in pieno declino. A Salonicco, che un decennio più tardi sarebbe diventata greca, accanto alla popolazione musulmana convivevano all’inizio del Novecento numerosi ebrei, armeni, greci, che insieme formavano un tessuto sociale, economico e culturale molto particolare. Le molte guerre che costellarono la sua prima giovinezza indussero Hikmet, giovanissimo, a schierarsi prima con il nazionalismo e poi con il comunismo e l’internazionalismo.

Aveva cominciato a scrivere poesie già nella prima adolescenza e la sua poetica si andò delineando sotto l’effetto di correnti culturali contrastanti: l’umanesimo di stampo religioso-mistico che caratterizzava l’alta tradizione poetica ottomana, messa in crisi dalla modernizzazione; la poesia ottomana dell’inizio Novecento, ispirata all’avanguardia francese; una nuova poetica, espressione di un nazionalismo turco, esclusivo, difensivo, elitario che cominciava ad affermarsi nell’atmosfera di violenze interetniche e interreligiose del primo decennio del secolo.

È in tali condizioni e con tale bagaglio culturale che il poeta avrebbe compiuto a diciotto anni la sua prima scelta di campo, attraversando a piedi l’Anatolia per raggiungere il movimento nazionalista che si organizzava sotto la leadership di Atatürk. L’impatto con il territorio destinato a diventare il cuore della patria, con la povertà e l’indifesa arretratezza dei suoi contadini, lo avrebbe presto spinto lontano dai nazionalisti, portandolo fino a Mosca, per partecipare alla rivoluzione bolscevica. Diventare comunista fu una decisione presa a diciannove anni, con un rapido ma definitivo esame di coscienza circa la determinazione ad abbandonare, e per sempre, gli agi di una vita iniziata in un contesto di privilegio, di bellezza, e ad accettare i rischi e i sacrifici di una vita dedicata alla lotta per l’emancipazione degli oppressi.

A Mosca Hikmet frequentò l’università per i lavoratori d’Oriente, immergendosi al contempo nello straordinario laboratorio culturale e artistico di quegli anni; negli esperimenti delle avanguardie sovietiche e occidentali. La sua poetica, che sin dalle origini era parte di una rivoluzione in atto, volta a trasformare profondamente il senso, la funzione, la forma e il linguaggio attribuiti all’arte poetica nella tradizione ottomana, a Mosca si sarebbe inserita in un nuovo movimento della storia, mettendosi al servizio dell’emancipazione delle masse. Cominciò a riscuotere, sin dal 1928, un grande successo anche internazionale, ma la scelta in favore del comunismo gli costò molti sacrifici in patria. L’iniziale ostilità delle autorità cominciò a tradursi in arresti e detenzioni a partire dal 1932. Nel 1938 subì una condanna che lo lasciò dietro le sbarre, ininterrottamente, per quindici anni. Non si arrese mai alle difficoltà, continuò a comporre poesie anche senza carta e penna, trovando sempre un modo per farle uscire dalla prigione. In carcere si ammalò, in carcere perdette un grande amore, sempre in carcere si innamorò della futura moglie, madre di suo figlio.

Nel 1950, in seguito a un lungo sciopero della fame e grazie anche alla mobilitazione dei più importanti intellettuali e artisti europei, riuscì a conquistare una libertà vigilata, sentendosi però costantemente minacciato, tanto da decidere dopo pochi mesi di fuggire lasciandosi dietro la moglie in attesa del loro primo figlio. La fuga gli sarebbe costata anche la perdita della cittadinanza, condannandolo a morire lontano dalla sua terra. Le sue poesie, tradotte in molte lingue, furono vietate in turco fino agli anni settanta del secolo scorso. Dal 1951 avrebbe vissuto a Mosca con un passaporto polacco e, come chiarisce per la prima volta il bel saggio di Federica Boscariol che chiude il volume, gli anni dell’esilio furono segnati da profonda delusione. La città e il paese che aveva conosciuto e amato come centri di innovazioni rivoluzionarie, li aveva ritrovati come luoghi di un asfissiante conformismo. Sceglierà di diventare rappresentante dell’Urss nel movimento pacifista e fino alla sua morte, avvenuta nel 1963, viaggerà incessantemente, come a voler recuperare i lunghi anni passati in cattività, rubati alla vita
attiva.

Le poesie incluse da Bellingeri nel libro provengono dalla raccolta in 25 volumi dell’opera completa di Hikmet pubblicati a Istanbul nel 2002 dalla Yky, e nel loro insieme forniscono un emozionante quadro complessivo della sua poetica.

ayse.saracgil@unifi.it

A. Saraçgil insegna lingua e letteratura turca all’Università di Firenze

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