Srečko Kosovel  – Tra Carso e Caos. Pre/Sentimenti

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Slovena, contemporanea, europea ed eterna

recensione di Elvio Guagnini

dal numero di marzo 2015

Srečko Kosovel
TRA CARSO E CAOS
Pre/Sentimenti
trad. dallo sloveno di Darja Betocchi,
pp. 136, € 15,
Comunicarte, Trieste 2014

Vi sono diverse ragioni per sottolineare l’importanza di questa recente edizione delle poesie di Srečko Kosovel. La prima riguarda la possibilità offerta di un’ulteriore diffusione della conoscenza dell’opera del maggiore poeta sloveno del Novecento; la seconda riguarda le modalità traduttive della poesia, in generale; una terza riguarda il parallelo stabilito (nel volume) tra letteratura e arti figurative che presentano particolari affinità di rapporto nei primi decenni dello scorso secolo.

Layout 1Srečko Kosovel (Sežana 1904 – Tomaj 1926) è stato un rappresentante di rilievo della ragguarde­vole tradizione letteraria slovena novecentesca. Nato e morto in località del Carso triestino (ora in Slovenia), iscritto alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Lubiana, collaboratore di riviste e circoli culturali di quella città, Kosovel strinse legami con letterati e artisti di Lubiana e di Trieste, tenendo conferenze e mostrandosi attento agli sviluppi dell’arte contemporanea e del pensiero europei. Nella sua vita, conclusasi ad appena ventidue anni, Kosovel compose poesie ricche di risonanze che riflettono con dolcezza turbata paesaggi e simboli dell’universo carsico. Un universo denso (anche nella sua traduzione letteraria) di tensioni che sono la conseguenza di una condizione interiore mossa e sensibile ma anche di un contesto politico e civile problematico e drammatico, come ben aveva indicato Boris Pahor in una monografia del 1993 (Srečko Kosovel, Studio Tesi).

Dalle “poesie di velluto”, sentimentali, Kosovel approda (come ha scritto Miran Košuta, in Storia d’Italia. Il Friuli-Venezia Giulia, Einaudi, 2002) “a una versificazione espressionisticamente lacerata, rimata eppure libera, tutta innervata da brucianti intuizioni esistenziali ed etiche sul senso, sul cosmo, sul nulla, sulla società capitalistica, sullo sfruttamento, sul comunismo, sull’apocalisse spengleriana”, fino ad arrivare a una complessa ricerca sul terreno dell’avanguardia. Interessato alle nuove esperienze nel campo delle arti figurative e della musica, e ai fermenti filosofici e politico-sociali del suo tempo, Kosovel sviluppa riflessioni importanti (come in una conferenza del 1926 su L’arte e il proletario) sul problema dell’economia capitalista, sul rapporto tra etica, politica, rivoluzione, questione nazionale e sulle necessarie connessioni tra etica e lavoro artistico. Riflessioni che lo videro impegnato, negli Integrali, in una poesia costruttivista, che si alimentava di suggestioni dell’avanguardia cubofuturista e di movimenti di ricerca dell’est e del centro Europa. Un’esperienza vicina a quelle degli sloveni triestini Avgust Černigoj, nel campo delle arti figurative, e di Marij Kogoj in quello della musica. Un itinerario purtroppo breve, quello di Kosovel, ma altamente significativo, anche per la tensione più vasta alla quale lo spingeva la riflessione sulla propria identità (“La mia vita è mia, slovena, contemporanea, europea ed eterna”).

Un altro punto importante proposto da questo volumetto è la questione traduttiva. Darja Betocchi, la traduttrice, non si limita, infatti, a proporre un’essenziale e incisiva antologia di quaranta poesie di Kosovel come invito alla conoscenza dello scrittore ma ci fornisce anche la chiave della scelta in uno stimolante saggio intitolato Elogio della traduzione démodée. Pagine che entrano di diritto nella bibliografia critica sul problema delle traduzioni con argomenti che, certo, sono tali da suscitare attenzione e problemi. Tradure alla lettera? Tradurre rielaborando in modo tale da trasformare il testo rendendolo “in buona parte o del tutto autonomo rispetto a quello di partenza”? La “poetica” alla quale la traduttrice dichiara di ispirarsi “deriva dalla consapevolezza che il testo poetico è per consolidata definizione quello in cui suono e significato della parola, contenuto e forma” appaiono inscindibili. Da ciò deriverebbe un “unico tipo di strategia traduttiva: una strategia mirante a trasporre questo rapporto di interdipendenza quanto più efficacemente anche nella traduzione”, con una considerazione della necessità di “far risuonare i significati” utilizzando il “repertorio di artifici retorico-stilistici propri dell’autore” e dando “significato ai suoni”. Ne è conseguita (continua Darja Betocchi) l’esclusione nella raccolta di testi che le apparivano intraducibili sotto questo profilo, comportando ciò (nella traduzione) una perdita fonosimbolica (Bori, bori v tihi grozi,/ bori, bori v nemi grozi: il passaggiodallo sloveno bori all’italiano pini comporterebbe la perdita del “senso di cupa angoscia” suggerito dal suono “cupo e dissonante” di bori, ripetuto ossessivamente): da cui la rinuncia atradurre questo splendido testo.

Un’altra conseguenza sarebbe costituita dalla rinuncia “alla libertà di tradurre letteralmente”, per “conservare gli aspetti fonosimbolici e ritmici dei testi”. Ciò che, per esempio, ha comportato la scelta di tradurre, in una poesia sui ciclamini (Ciklame), i “ciclamini” con “viole”, per rispettare i caratteri della lirica (“un bozzetto impressionistico di paesaggio notturno intriso di struggente malinconia”) dove la parola in rima con “ciklame” (“ciclamini”), “same” (“soli”), posta a chiusura del testo, non avrebbe reso la sua ricchezza . Da ciò la libertà di sostituire le “viole” ai “ciclamini” per ottenere la rima ripetuta con “sole” (“Profumano / le viole / sole, / sole, / sole”): ciò che renderebbe (scrive la traduttrice) “con un soddisfacente tasso di fedeltà sia l’immagine di fiori carsici sia l’eco sonora, se così posso dire, del loro profumo e soprattutto della loro solitudine”.

grum2Un altro motivo di interesse (non certo secondario) di questo libro (merito dell’altra valida regista di esso, Poljanka Dolhar) è la sua illustrazione con tredici composizioni costruttiviste di Edvard Stepančič. Composizioni che risalgono al 1927, l’anno in cui a Lubiana usciva (ricorda Dolhar) la prima raccolta di poesie di Kosovel. Un omaggio allo stretto rapporto esistente, nell’esperienza degli artisti di quegli anni, tra letteratura e arti figurative. Ma anche un omaggio a Stepančič (Trieste 1908 – Belgrado 1991): un artista che, se non frequentò direttamente Kosovel, fu vicino alla scuola di Avgust Černigoj e al gruppo costruttivista di Trieste, con i quali Kosovel ebbe un rapporto stretto e fecondo. Una interessante pista di ricerca e un invito alla città di Trieste perché si adoperi per onorarlo degnamente.

Per i lettori, questo volumetto (con l’ottima scelta e le traduzioni di Darja Betocchi, che fanno séguito e approfondiscono la tematica della traduzione kosoveliana dopo Jolka Milič e Gino Brazzoduro, e con la proposta, di Dolhar, di uno Stepančič inedito) è una splendida chiave per leggere uno dei volti della cultura triestina del primo Novecento, quello sloveno: un volto di alto profilo, caratterizzato da un segno fermo ed essenziale e da una problematica complessa, sentimentalmente ricca e densa di utopie; ma anche fervida di testimonianze e di riflessi fermi e drammatici di un periodo di ricerca, di dubbi, di impegno e affermazione identitaria in quegli anni bui che vedono l’affermazione del fascismo. Si rileggano questi versi di Scuri pini (Temni bori): “Ieri sui nostri fratelli la scure / si è abbattuta senza pietà, / noi oggi resistiamo, / ma domani chissà”.

guagnini@units.it

E Guagnini è professore emerito di letteratura italiana all’Università di Trieste

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