Emma Larkin – Sulle tracce di George Orwell in Birmania

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Una prigione molto più grande

recensione di Luigi Marfè

Emma Larkin
SULLE TRACCE DI GEORGE ORWELL IN BIRMANIA
ed. orig. 2004, trad. dall’inglese di Margherita Emo e Piernicola D’Ortona
pp. 288, € 18
add, Torino 2018
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Emma Larkin - Sulle tracce di George Orwell in Birmania“La verità è vera solo per un certo lasso di tempo. Dopo molti mesi o anni, è possibile che quello che era vero un tempo non lo sia più”, fu il commento di un portavoce del regime militare, un anno dopo la rivolta popolare che aveva tentato inutilmente di riportare la democrazia in Birmania (oggi Myanmar) nel 1988. Molti anni prima, George Orwell, che aveva soggiornato proprio in quel paese tra il 1922 e il 1927, aveva immaginato in 1984 (1949) un regime totalitario che manteneva il potere manomettendo la verità in maniera simile: “Un bel giorno il Partito avrebbe proclamato che due più due fa cinque, e voi avreste dovuto crederci”. In Sulle tracce di George Orwell in Birmania Emma Larkin, scrittrice statunitense nata e cresciuta in Asia, ricostruisce gli anni birmani dell’autore inglese, e a partire da ciò ripercorre le vicende di un paese che ha subito il giogo di una lunghissima dittatura: “In Birmania si dice per scherzo che Orwell non ha scritto un solo romanzo sul paese, bensì tre: una trilogia composta da Giorni in Birmania, La fattoria degli animali e 1984”. Il libro di Larkin, in questo senso, è contemporaneamente un viaggio nello spazio e nel tempo, che racconta l’ingiustizia di una nazione in cui il dissenso è vietato e non è possibile dire ciò che si pensa. L’autrice cammina per le città, osserva, ascolta, e chiacchiera con persone che la accolgono con circospezione, ma anche con la speranza che il libro che sta scrivendo possa aprire una breccia nel silenzio della politica internazionale. In Letteratura e totalitarismo (1941) di Orwell si legge che la scrittura letteraria è un antidoto a ogni dispotismo, poiché il punto di vista da cui uno scrittore guarda la realtà è sempre quello dei singoli individui: “La letteratura moderna è un prodotto essenzialmente individuale. O è l’espressione veridica di ciò che un uomo pensa o non è niente”.

Non c’è un modo veloce di dimenticare

Larkin segue il suo invito, raccogliendo le voci delle persone che incontra nel corso dei suoi itinerari: storie che raccontano la paura di spie e delatori, l’indottrinamento delle coscienze, la completa divaricazione tra il pensiero e l’azione. Ne emerge il quadro desolante di uno stato di polizia, come l’Oceania di 1984: “Forse però stare fuori dal carcere non è così diverso – si sente dire a un certo punto l’autrice. – Anche dopo la liberazione, ci troviamo comunque a vivere in una prigione. Solo molto più grande”. Sulle tracce di George Orwell in Birmania è uscito in Inghilterra nel 2004. Negli ultimi quattordici anni, come osserva la stessa Larkin nella prefazione a questa edizione, molte cose sono cambiate: nel 2015 ci sono state le elezioni politiche e l’anno seguente Aung San Suu Kyi è diventata consigliere di stato; i militari, tuttavia, non si sono mai realmente ritirati dal potere e nel frattempo sono venute alla luce le sofferenze patite dai Rohingya, una delle minoranze etniche (e religiose) perseguitate dal regime. La distanza dà alle pagine di Larkin il sapore di un libro di storia recente, ma nello stesso tempo le apre verso una dimensione di più lunga durata, di portata universale, che induce il lettore a riflettere sul conflitto tra libertà di espressione e violenza politica, sui confini tra verità e menzogna nel discorso pubblico, sul significato civile della scrittura.

Del resto, sarebbe illusorio pensare che le ferite inferte al paese da decenni di dittatura possano guarire da un giorno all’altro e che la transizione verso la democrazia possa concludersi rapidamente: “Non c’è un modo veloce di dimenticare una dittatura che controllava ogni aspetto della vita politica, economica, sociale e culturale del paese – osserva Larkin. – Ci vorranno generazioni e generazioni”.

luigi.marfe@unipd.it

L Marfè è ricercatore di letterature comparate all’Università di Padova

Guardare in faccia verità spiacevoli: nel numero di settembre 2018 Tiziana Merani intervista Emma Larkin.

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