Il paesaggio selvaggio delle Highlands visitate da Samuel Johnson

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L’eleganza inaspettata di un mondo avviato all’estinzione

di Giuseppe Sertoli

Samuel JohnsonLa mattina del 18 agosto 1773 Samuel Johnson e James Boswell, accompagnati da un servo e con poco bagaglio, uscirono da Edimburgo, dove Johnson era arrivato qualche giorno prima, e, attraversato l’estuario del Forth, iniziarono quel viaggio nelle Highlands che, passando per St. Andrews Aberdeen Inverness e Fort Augustus, li avrebbe condotti alle isole Ebridi. Un viaggio – prima in carrozza, poi a cavallo e a piedi, infine in barca da isola a isola – che era il coronamento di un progetto che Boswell, da buon scozzese, aveva accarezzato da tempo: convincere Johnson a visitare la Scozia, della quale fino a quel momento aveva solo letto nei libri, e così facendo liberarsi dei non pochi pregiudizi che, da true-born Englishman, nutriva nei confronti del paese e dei suoi abitanti.
Nel corso del viaggio, che sarebbe durato quasi tre mesi, Johnson prese quotidiani appunti esortando Boswell a fare lo stesso: perché la memoria, diceva, è labile e le tracce di ciò che si è visto spariscono presto dalla mente. Di quegli appunti egli si servì per scrivere lunghe e dettagliate lettere alla “(sua) cara Signora” Hester Thrale – la figura femminile più importante nella vita di Johnson – informandola di quanto faceva vedeva e sentiva, e tali lettere gli servirono poi, una volta tornato a Londra, per stendere quel resoconto del viaggio, A Journey to the Western Islands of Scotland, che, pubblicato due anni dopo (1775), gli valse apprezzamenti, sì, ma anche non poche critiche da parte di lettori scozzesi offesi per l’immagine che aveva dato del loro paese. Quanto a Boswell, anch’egli stese un resoconto del viaggio, che Johnson lesse in itinere e che apparve nel 1785 con l’eloquente titolo Diario di un viaggio alle Ebridi in compagnia di Samuel Johnson, Dottore in Lettere (The Journal of a Tour to the Hebrides with Samuel Johnson, LL.D.). Eloquente, quel titolo, perché faceva subito capire come oggetto del libro non fossero le Ebridi ma Samuel Johnson in giro per le Ebridi. E in effetti i due testi andrebbero letti insieme, meglio ancora alternando le pagine dell’uno a quelle dell’altro (come alcune edizioni odierne consentono di fare), perché non solo le pagine di Boswell integrano quelle di Johnson, ma le raddoppiano, al modo in cui oggi si gira un film sul film che si sta girando. Detto altrimenti, il Diario di Boswell è il “come l’ha fatto” del Viaggio di Johnson. Per esempio, se Johnson descrive una brughiera percorsa a cavallo, Boswell descrive Johnson in sella al cavallo; se il primo parla dell’ospitalità ricevuta in un certo luogo, il secondo si affretta a registrare ciò che egli ha detto nell’occasione, prefigurando quell’immagine di Johnson petulante e un po’ saccente causeur che sarà una caratteristica della sua grande biografia.

In attesa di avere una traduzione italiana completa del Diario di Boswell (solo parziale è quella curata da Andrea Asioli per Sellerio, 2015), abbiamo ora – ed è una novità assoluta – quella del Viaggio di Johnson preparata con molta cura e passione da Daniele Savino, che al testo del Viaggio ha aggiunto le lettere a Hester Thrale e alcune poesie (in latino!) che le Ebridi ispirarono a Johnson (Samuel Johnson, Viaggio alle Isole Occidentali della Scozia, pp. XLII + 328, € 15, Aragno, Torino 2018). L’ampio apparato critico “di servizio” (introduzione, note, postfazione su Johnson e Ossian) fornisce al lettore tutto quanto gli è necessario per non smarrirsi nella selva di riferimenti geografici, genealogici, storici e letterari che costellano il testo. Preziosa in particolare è l’inclusione delle lettere alla signora Thrale, perché consente di seguire il processo di elaborazione, tanto formale quanto contenutistica, a cui il ricordo del viaggio andò incontro passando dalle lettere al resoconto finale. Sul piano stilistico, alla scrittura rapida e vivace delle lettere ne subentra una pesantemente “letteraria” – basti pensare a termini come empyreumatick (per dire di un sapore/odore acre) o proceleusmatick (per dire di un canto di incitamento all’azione) – che giustifica i sarcasmi che allo stile “pomposo e monotono” di Johnson rivolgeranno Hazlitt e Macaulay. Sul piano del contenuto, accenni troppo personali (per esempio alle “flatulenze” di cui Johnson soffriva) o giudizi poco diplomatici (per esempio sulla grettezza di un certo anfitrione) vengono eliminati mentre, per contro, ampio sviluppo ricevono le considerazioni di tipo storico-geografico e, soprattutto, antropologico.

Uno sguardo antropologico

Opera di antropologia culturale è stato spesso definito il Viaggio, e non a torto. Lo sguardo di Johnson non è infatti quello del turista in cerca di sensazioni sublimi nel selvaggio paesaggio delle Highlands (pochissimi gli spunti in tal senso nonostante all’epoca il sublime fosse di moda), bensì quello dell’antropologo impegnato a registrare usi e costumi di una popolazione sconosciuta. Può apparire frivolo – si giustifica all’inizio Johnson – descrivere le città e i paesi di una nazione come la Gran Bretagna “quasi fossimo naufragati su una costa da poco scoperta”, e tuttavia è proprio così che egli descrive i luoghi che attraversa e la gente che incontra. “Gli abitanti del villaggio ci si strinsero attorno in gran numero, non credo con cattive intenzioni, anche se con un fare e un aspetto di rozzi selvaggi”. I clan delle isole come tribù di Eschimesi? Verosimilmente, è qualcosa del genere che Johnson si aspettava di trovare partendo per le Highlands: di qui la sua sorpresa nel trovare, invece, non solo “civiltà” ma addirittura – nelle case dei gentiluomini che lo ospitarono – “eleganza”. L’ottica rimane però sempre quella dell’antropologo sul campo: “Gli abitanti di Skye e delle altre isole sono in genere di statura media (…) Le loro case e capanne vengono costruite con (…) Il loro cibo è costituito da (…) Per arare la terra usano (…) Il bestiame che allevano è (…). E via di questo passo annotando con puntigliosa meticolosità le caratteristiche fisiche, le strutture famigliari e sociali, le abitudini domestiche e lavorative, le credenze e le superstizioni di un mondo tanto più meritevole di attenzione in quanto avviato all’estinzione. Perché tale era, di fatto, la condizione delle Highlands quando Johnson le visitò. La fallita insurrezione giacobita del 1745 e la draconiana politica di “normalizzazione” messa in atto dal governo centrale negli anni successivi (disarmo dei clan, revoca dei poteri giurisdizionali dei loro capi, proibizione degli abiti e delle musiche tradizionali, imposizione della lingua inglese come lingua veicolare, etc.) avevano determinato il collasso del sistema feudale che per secoli aveva retto la società delle Highlands. “Eravamo arrivati troppo tardi per poter vedere quello che ci eravamo aspettati, ossia un popolo dalle tradizioni peculiari e dallo stile di vita antiquato. I clan conservano ben poco del loro carattere originario: il loro temperamento feroce si è ammorbidito, il loro ardore militare si è estinto, la loro fierezza di uomini indipendenti è stata avvilita, il loro disprezzo per il governo soggiogato e il loro rispetto per i propri capi mitigato. Di tutto quello che avevano prima della definitiva conquista della loro terra non resta che la loro lingua (una lingua tagliata) e la povertà”. Ma il collasso del vecchio sistema, che le pagine del Viaggio testimoniano, cos’altro era se non la (forzata) immissione delle Highlands nel nuovo sistema dell’economia di mercato?

Samuel Johnson - Viaggio alle Isole Occidentali della Scozia

Di fronte a questa radicale e traumatica transizione, Johnson appare incerto, oscillante: esponendosi perciò all’accusa, che spesso gli è stata rivolta, di inconsistency. Ma non si tratta di incoerenza, bensì del fatto che egli vede le due facce della medaglia. All’inizio del viaggio, attraversando una città divisa fra vecchio e nuovo come Aberdeen, Johnson non esita a indicare nel commercio la molla dello sviluppo e del progresso anche per l’arretrata Scozia: “La Vecchia Aberdeen è (…) una città in decadenza, essendo stata costruita in tempi in cui non ci si curava del commercio (…). La Nuova Aberdeen, invece, ha tutto il trambusto di una prospera attività mercantile ed esibisce i segni di una crescente opulenza”. Quando però Johnson arriva alle Ebridi, quel commercio di cui da buon inglese andava tanto fiero incomincia ad apparirgli sotto una luce diversa. La distruzione del gerarchico e bellicoso sistema dei clan non ha significato solo (Johnson è pronto a riconoscerlo) pace e sicurezza, maggiore equità nell’amministrazione della giustizia, diffusione dell’educazione e inizio di una mobilità sociale che libera gli individui da vincoli di obbedienza e dipendenza ormai anacronistici. Ha significato anche, nella gestione della terra, l’introduzione di una logica “mercatista” che ha disgregato il tessuto sociale, conflittualizzato i rapporti fra proprietari e fittavoli, e aumentato drammaticamente la distanza fra ricchi e poveri. “Quando il potere derivante dalla nascita o dal rango viene meno, non resta altra speranza che quella del prestigio dovuto al danaro”. I signori di un tempo sono degenerati “da governatori patriarcali a rapaci padroni” smaniosi solo di incrementare le loro rendite aumentando gli affitti – col risultato di costringere un numero crescente di fittavoli ad abbandonare la terra emigrando. Questo dell’emigrazione fu una delle più macroscopiche e drammatiche conseguenze del post-1745 e Johnson gli dedica numerose pagine, giustificando il fenomeno a livello individuale – senza tacere peraltro le illusioni che lo alimentavano – ma deprecandolo a livello collettivo, perché esso determina uno spopolamento delle terre e una conseguente desertificazione che alla fine si ritorce contro gli interessi degli stessi proprietari. Riuscire a contemperare vecchio e nuovo appare a Johnson l’unica, sia pur vaga e precaria, ipotesi di sviluppo non devastante. Egli la vede incarnata nel giovane erede dell’isola di Col, che imitando lo zar Pietro il Grande si è recato in Inghilterra per apprendere le nuove tecniche agricole e, tornato sulle sue terre, ha incominciato ad applicarle con risultati tanto promettenti che nessuno della sua gente ha deciso di emigrare. Purtroppo, però, “proprio mentre queste pagine si preparavano ad attestarne le virtù, [egli]ha trovato la morte durante una traversata tra Ulva e Inch Kenneth”.

Con la morte del giovane signore di Col un’ombra scende sulle pagine del Viaggio. Non è la sola. Altre e più lunghe ombre proiettano le rovine dei tanti castelli che Johnson visita o semplicemente menziona: segni di una potenza ormai tramontata, di un tempo ormai finito. In particolare, quell’ombra la proiettano i ruderi degli edifici religiosi su cui, non a caso, il Viaggio si apre e si chiude. I ruderi della cattedrale di St. Andrews, distrutta dalla furia dal fanatismo calvinista, e quelli dei conventi e delle cappelle di Iona, un tempo fari di fede e civiltà e ora ingombri di fango e ciarpame, ridotti a stalle per il bestiame. “L’isola, che un tempo era la capitale della cultura e della pietà, adesso è priva di scuole che provvedano all’educazione, non c’è nessun tempio per le funzioni religiose, e solo due abitanti sono capaci di parlare inglese, mentre nessuno è in grado di scrivere o di leggere”. Per pagine come queste Johnson fu accusato – nientemeno che da Giorgio III – di filopapismo e filogiacobitismo. La seconda accusa ci può stare; la prima no. Johnson era troppo fervente anglicano per indulgere al “papismo”; ma era troppo convinto credente per accettare la “fredda filosofia” illuministica di una modernità secolarizzata che dell’“indifferenza” religiosa stava facendo la propria sigla identitaria.

gsertol@tin.it

G Sertoli è professore emerito di letteratura inglese all’Università di Genova

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