Judith Schalansky – Atlante delle isole remote

0

Lagune di coralli e scintille narrative

 recensione di Anna Chiarloni

dal numero di gennaio 2014

Judith Schalansky
ALTANTE DELLE ISOLE REMOTE
ed. orig. 2009, trad. dal tedesco di Francesca Gabelli
pp. 143, € 21,50
Bompiani, Milano 2013

Judith Schalansky - Atlante delle isole remoteIl progetto grafico di questo seducente volume è della stessa scrittrice. Nata a Greifswald nel 1980, Schalansky riversa la sua esperienza tipografica in libri di squisita fattura, che rimandano a una cura oggi inconsueta. Bompiani riprende i caratteri della pluripremiata edizione tedesca: dorso rilegato in tela nera, copertina azzurra cartonata, unghiatura e pagine con taglio colore, come nei libri liturgici. Nel risguardo una carta nautica del pianeta introduce il lettore a brevi ma acute considerazioni sulla cartografia, poche pagine che Schalansky, forse sulle orme degli antichi rubricatori, tempesta di segni e rimandi rosso arancio, in un gioco di nomi dal suono “mitico e fiabesco”, memori della natura primigenia di terre selvagge: “Come il paradiso prima del peccato originale – impudico e innocente”. L’isola diventa allora metafora, spazio smarrito nel segreto delle dorsali sottomarine, nell’immobile armonia degli oceani. Appellandosi a Stevenson che vedeva nei porti “incantevoli sonetti”, Schalansky invita il lettore ad annoverare la cartografia “tra i generi poetici”, mentre l’atlante viene assunto “tra la bella letteratura”, in virtù della sua “denominazione originaria: Theatrum orbis Terrarum”.

La breve prefazione segnala una nostalgia di conoscenza covata fin dall’infanzia, quando ancora il Muro impediva i grandi viaggi e dalla città natale affacciata sul Baltico la scrittrice si cercava nel mondo con il dito sull’atlante scolastico, correndo oltre le frontiere. Oggi che il suo paese è sparito dalle carte “insieme ai suoi confini tracciati e sentiti”, Schalansky propone un modello narrativo per molti versi sorprendente: le sue “isole remote”, cinquanta in tutto, emergono attraverso un’impaginatura binaria. A destra la raffigurazione di un’isola lontana, precisa nella sua orografia ma priva di coordinate o di riferimenti cardinali, come immersa nel respiro dell’oceano, solitaria nel tenue azzurro a tutto campo della pagina. Assente la valenza geografica, l’immagine stessa diventa così narrazione, voce autonoma tra cielo e mare.

Judith Schalansky - Atlante delle isole remoteLa pagina sinistra, a specchio con l’illustrazione, funge da periscopio, fornendo diagrammi e dati dettagliati su quella porzione di terra che talvolta è solo un atollo, uno scoglio sperduto o – come Takuu, nella Papua Nuova Guinea – un anello di sabbia quasi sommerso, in continua balia del cambiamento climatico. A questa sorta di piano cartesiano segue infine il vero e proprio testo letterario. Mai più di trenta righe, ma è qui, in questa drammaturgia minimale, che si sente il polso della scrittrice. Sono brevi bozzetti a fronte, frecce nello spazio e nel tempo, scintille narrative che mettono il lettore in visione d’ascolto: l’occhio percorre lagune di coralli, laghi e vulcani, remote prodaie di antichi naufragi. Una scrittura intermittente e vagabonda ma capace di rivivere le emozioni dei primi esploratori, le loro storie di libertà, il mondo da scoprire, il segreto da celare. Come nell’Isola del Cocco (“due carte, tre tesori”), dove, alla ricerca dell’oro dei pirati, generazioni scavano nel fango “fosse grandi abbastanza per seppellirci una nave, ma non un sogno”. Ogni isola è una vicenda che attraversa il tempo, una promessa del destino, spesso con un esito fatale. Si vedono allora navigatori con gli occhi persi in un abbaglio di conquista, sonnambuli che salpano verso la catastrofe, traditi da un mare cieco e inesorabile. Nel paesaggio restano velieri come ceppi sbattuti sulla battigia, relitti di un miraggio di ricchezza: conchiglie e ossa, esistenze senza nome, sepolte in terre remote. Frammenti di un possibile romanzo, questi testi miniaturizzati appaiono innervati da una conoscenza antropologica e da un’inconsueta familiarità con la storia naturale. Sono saperi peraltro già evidenti nel notevole Der Hals der Girafe (Lo splendore casuale delle meduse, Nottetempo, 2013), racconto centrato sulla figura di un’insegnante di biologia e ambientato in una grigia provincia della Germania orientale di oggi. Ma se qui la narrazione fortemente paratattica e tutta interna all’io implode in una disamina serrata della ratio evoluzionistica, nell’Atlante si coglie piuttosto l’allegria di una circumnavigazione al femminile che dalle pieghe delle pagine esplora isole remote, percorrendo l’ampio mondo.

anna.chiarloni@unito.it

A Chiarloni insegna letteratura tedesca all’Università di Torino

Condividi.