Andrea Giardina: La storia è sempre civile e la geografia (della paura) è fantastica

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Esplorare la storia mondiale dell’Italia


Intervista ad Andrea Giardina di Massimo Vallerani

Il volume Storia mondiale dell’Italia curato da Andrea Giardina è recensito nel Primo piano del numero di marzo 2018 da Serena Di Nepi e Francesco Cassata.

Partiamo da un dato di metodo. La sua introduzione alla Storia mondiale dell’Italia contiene una posizione metodologica molto avanzata, assai distante dai modi accattivanti con cui molti storici ed editori pensano oggi la divulgazione. Lei evita, allo stesso tempo l’anacronismo e l’attualizzazione; contesta l’idea di radice, di origine, o di eredità che spesso accompagna la concezione di un passato da conservare in quanto tale; disillude i lettori sulla possibilità di trovare risposte confortanti nel passato (le costanti non sono di per sé dei valori), identifica in sostanza “un popolo con la sua storia”, senza destini e senza moralismi. In cambio, regala ai lettori una grande libertà, data, appunto, dal mosaico di eventi imprevedibili che hanno composto il nostro passato. È sicuro che il pubblico italiano abbia gli strumenti sufficienti a comprendere un messaggio così metodologicamente sofisticato?

Lo storico che ritiene importante dialogare anche con i non specialisti e raggiungere un pubblico più largo di quello abituale non deve cercare di semplificare la complessità ma rappresentarla con chiarezza. Il modo più facile per coinvolgere il pubblico è attualizzare il passato, renderlo familiare, sottolineare ciò che ci rende uguali ai nostri antenati. Queste operazioni, alle quali si ricorre troppo spesso, possono avere successo, ma sono exploit effimeri: il pubblico può sentirsi appagato e rassicurato, ma prima o poi emerge la falsità del messaggio, insieme con la sua fatua leggerezza. Dare il giusto risalto alle diversità, invitare il lettore a scoprire l’esotico in ciò che sembra a prima vista simile, può risultare invece entusiasmante perché favorisce lo sviluppo della coscienza critica e avvicina a quella che un tempo si chiamava “verità storica”. È come nei rapporti tra gli individui: la conoscenza di sé viene favorita dalla curiosità e dalla meraviglia suscitate dalle differenze irriducibili. Anche per questo abbiamo evitato la retorica delle radici e delle eredità a favore di un racconto fatto di tanti racconti, senza trascurare il fascino vitale dei rami morti. Questo non significa disconoscere la forza della nostra lunghissima storia, tutt’altro: significa contrastare l’oblio inconsapevole, non meno pericoloso di quello ideologico. Il libro è stato strutturato per incoraggiare il pubblico ad alzare lo sguardo, a guardare oltre, più lontano, senza facili ammiccamenti. Mi è stato detto più volte che il lettore non ha la sensazione di essere portato per mano, ma di partecipare attivamente a tante scoperte: forse si devono anche a questo le tre edizioni in meno di due mesi.

Un problema potrebbe sorgere dalla scelta redazionale di fare tutti i capitoli della stessa dimensione, verrebbe da dire della stessa rilevanza. L’assenza di una gerarchia di argomenti non rischia di appiattire processi diversissimi in una linea narrativa che annulla le increspature e i punti di svolta?

Il curatore di un’enciclopedia o l’autore di un manuale si pongono inevitabilmente il problema della gerarchia degli argomenti. Un’enciclopedia che attribuisse lo stesso numero di colonne a Dante Alighieri e a Vincenzo Monti sarebbe assurda, esattamente come un manuale che dedicasse lo stesso numero di pagine alla battaglia dell’Aspromonte e a quella di Caporetto. Ma il nostro libro non è né un’enciclopedia né un manuale. Il lettore può esplorare la storia mondiale dell’Italia spostando continuamente il proprio punto di osservazione ed entrando in tante dimensioni diverse: se andasse alla ricerca di argomenti “più importanti” la nostra operazione potrebbe dirsi fallita, perché una prospettiva mondiale dovrebbe emergere con pari potenza anche da racconti inattesi, apparizioni imprevedibili, accostamenti che in un manuale risulterebbero sconcertanti e che qui dovrebbero invece apparire naturali. Trovare un capitolo sul “gigante italiano” Primo Carnera, accanto a un capitolo su Togliatti e la via italiana al socialismo e a uno sui massacri fascisti in Etiopia dovrebbe dare una sensazione di libertà, non di spaesamento. Anche nella cosiddetta global history le domande storiche più coinvolgenti e interessanti prendono vita proprio nel punto di intersezione tra i processi globali e le loro manifestazioni locali. Il nostro libro non è e non poteva essere una vera e propria storia globale ma in esso si respira l’aria culturale della global history e le storie interconnesse sono la maggior parte.

La scelta anti-etnica del volume è chiarissima. Una delle ragioni della dimensione mondiale di questa storia riguarda proprio l’apertura e la continua contaminazione delle popolazioni e delle vicende italiane con quelle europee ed extraeuropee. Mi sembra tuttavia un terreno sul quale, come in Francia, si consuma oggi una battaglia culturale ad armi impari: da un lato, una pressione politica e mediatica fortissima contro le migrazioni (con slogan razzisti usati a piene mani dai principali competitor al governo del paese); dall’altro un gruppo di storici armati di buone ricerche e di buone intenzioni. Come si riesce a sanare questo contrasto tra ricerca storica e discorso pubblico?

Questa è esattamente la constatazione che ha animato il nostro lavoro. Ma già nei pochi mesi intercorsi tra la consegna all’editore e la pubblicazione nello scorso novembre, alcuni argomenti del nostro libro hanno acquisito un sovrappiù di attualità. Molte pagine della Storia mondiale dell’Italia sono dedicate ai crimini di guerra italiani in Libia, in Etiopia, nei Balcani e alla figura del maresciallo Graziani, che il sindaco di Affile ha voluto onorare con un mausoleo eretto con denaro pubblico, mentre un capitolo di Filippo Focardi è dedicato alla mancata Norimberga italiana (Criminali di guerra noi?). Sono temi su cui molti colleghi hanno lavorato, facendo onore alla storiografia italiana, eppure ci sembrava indispensabile insistere su di essi perché sono stati momenti rilevanti della nostra storia mondiale. Ma non potevamo immaginare fino a che punto, nell’approssimarsi delle elezioni politiche, il mito del fascista buono si sarebbe imposto con immutata freschezza nella comunicazione politica, non solo tra i neofascisti ma anche in ambienti giudicati “moderati”. E non potevamo prevedere che l’unico atto terroristico della nostra storia più recente sarebbe stato compiuto da un italiano aderente a un partito che aspira a un ruolo di governo, e non da un islamista. Credo tuttavia che sia ingeneroso e falso accusare tutti i partiti di subalternità alla propaganda razzista e neofascista; le reazioni ci sono state e le condanne sono state chiare e prive di ambiguità. Non parlerei quindi in generale di “discorso pubblico”. Il problema è un altro: come ha detto perfettamente Emma Bonino non è un caso che l’intensità della xenofobia sia più alta nelle aree meno coinvolte dall’immigrazione. In altre parole, la geografia della paura è fantastica, il che non vuol dire che non sia reale. Gli “storici armati di buone ricerche e di buone intenzioni”, come li definisce lei, fanno semplicemente il loro dovere di storici.

Più in generale, nell’edizione francese, Patrick Boucheron insiste molto sulla funzione politica dello storico, anzi degli storici come corporazione: per lui l’Histoire mondiale crea una nuova alleanza fra gli accademici e il pubblico francese, un patto per la riscrittura condivisa della storia nazionale (anche se dalle polemiche che ne sono seguite, questa concordia mi pare ancora lontana). Si può dire lo stesso per questa Storia mondiale dell’Italia? Esiste (ancora) uno spazio di intervento civile per gli storici in Italia o siamo destinati a una funzione pedagogica, utile ma di nicchia?

L’Histoire mondiale de la France è stata la nostra fonte di ispirazione, anche se si tratta di due opere per molti aspetti diverse. Tuttavia non ho mai pensato che polemiche come quelle suscitate dal libro francese potessero replicarsi in Italia, e questo non soltanto perché la storia occupa nella scena politica francese uno spazio ben più ampio di quello che accade nel nostro paese. Quando l’opera diretta da Patrick Boucheron è stata pubblicata, la Francia si trovava in una situazione politica effettivamente drammatica, con elezioni presidenziali incerte dopo una lunga serie di attentati terroristici. Inoltre era sempre vivo, e non soltanto negli ambienti di estrema destra, il sentimento della vocazione universale della Francia, malgrado le gigantesche trasformazioni indotte dalla globalizzazione. In Italia nemmeno l’estrema destra aspira alla grandeur (non sarebbe credibile), e concepisce piuttosto la patria del futuro come un habitat protetto da contaminazioni razziali e religiose. L’istinto della tana prevale su tutto e la paura è diventata l’oppio del popolo.
Boucheron ha parlato di un’aspirazione “politica” della sua opera, io ho usato l’aggettivo “civile” ma non c’è grande differenza. Se circa 180 autori hanno accettato di partecipare alla Storia mondiale dell’Italia, e se le risposte negative sono state appena tre o quattro, questo vuol dire che nell’aria era diffusa l’urgenza di intervenire, con gli strumenti del proprio mestiere, in un momento delicato della vita del nostro paese e dell’Europa. Vorrei insistere su questo: nel libro non c’è una sola pagina che ricordi i toni e le strategie del pamphlet. La scelta degli argomenti e una scrittura efficace e comunicativa hanno raggiunto senza altre mediazioni le questioni principali del dibattito politico attuale. Ma se lei mi chiede se a questo si associa la presunzione di incidere sulla coscienza diffusa, sono costretto a rispondere che nessun successo editoriale, nemmeno il più grande, può competere con la potenza della comunicazione che avviene tramite la televisione, la radio e soprattutto i social media. Inoltre simili questioni obbligherebbero a riprendere l’eterno dibattito sull’utilità della storia, che si è riacceso anche di recente. Giuseppe Galasso, il grande storico scomparso pochi giorni fa, ripeteva giustamente che la storia è sempre “civile”, ma aggiungeva che gli storici sono ormai dei sopravvissuti, messi all’angolo da nuovi protagonisti. E tuttavia fino all’ultimo istante egli ha vissuto e operato da storico. Il punto è proprio questo: finché ci sarà un solo lettore disposto a leggerci, un solo studente disposto ad ascoltarci, noi storici dobbiamo continuare a fare gli storici.

Storia mondiale dell’Italia: le recensioni di Serena Di Nepi e Francesco Cassata.

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