La magia di un posto qualsiasi: intervista a Geoff Dyer

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Letteratura dell’illuminazione? I saggi itineranti dell’ultimo libro di Dyer


Intervista a Geoff Dyer di Daniela Fargione

dal numero di gennaio 2018

Pensa che letteratura e fotografia siano in grado di mostrarci luoghi e paesaggi diversi?

Indubbiamente, sebbene letteratura e fotografia abbiano, per così dire, due poteri diversi. La fotografia ha una forza documentaristica, è una citazione del luogo, mentre ciò che mi interessa della letteratura – e con questo non intendo la letteratura di viaggio, le guide – è l’enorme potenziale di sollecitare una risposta soggettiva e non solo un’interpretazione della geografia. Mi pare, cioè, che quel luogo lo si possa persino trasformare mentre lo si descrive. Un esempio che mi viene in mente è dato da uno scrittore che ammiro molto, D. H. Lawrence: quando si reca in un posto, spinto talvolta da una grande sensibilità, ti permette di provare una sorta di vibrazione. Pensiamo, per esempio, a Lettera dalla Germania che ha scritto nel 1924, in cui evoca la ferocia che si sprigiona dagli alberi e si diffonde con il vento. Altre volte ci descrive luoghi che definisce “orribili” e “disgustosi”, ma noi sappiamo che si tratta solo della proiezione dei suoi sentimenti più intimi. Possiamo dire, allora, che la fotografia tende a essere più una finestra, mentre la letteratura funge da specchio. Eppure, se c’è qualcosa di davvero interessante, è osservare le fotografie di uno stesso posto scattate da due autori diversi: i risultati sono sempre molto differenti, ecco perché la fotografia, per me, è un medium fantastico.

Sabbie bianche è un libro di viaggi le cui mete il più delle volte si rivelano deludenti, come per esempio lo Spiral Jetty, l’opera di Land Art di Robert Smithson, nello Utah. L’intero spirito del libro sembra condensato in questo episodio e nell’amalgama di sentimenti contrastanti: la frenesia del viaggio, l’irrequietezza di chi vorrebbe sempre essere altrove rispetto al luogo in cui si trova e l’inaspettata difficoltà di ripartire. Come si possono riconciliare tutte queste emozioni?

Più semplicemente di quanto si pensi. Per un verso ci si trova spesso in un luogo in cui ci si domanda con timore cosa accadrà, ma ci sono anche momenti splendidi – e non solo quando si viaggia, nella vita in genere direi – in cui si ha voglia di fermare il tempo per poter vivere l’istante. La rappresentazione più forte per me si trova in Città proibita, un luogo rimasto intatto per un tempo lunghissimo. Il narratore è perfettamente cosciente del tempo che scorre, osserva con ansia l’avanzare della lancetta dell’orologio e teme di perdere il suo aereo. Nel frattempo, però, emerge un sentimento, una fantasia che si sviluppa piano e che genera una tensione tra la velocità del tempo che passa e la permanenza del luogo, perché la Città proibita è certo un simbolo di eternità: senza tempo, seducente e non accessibile.

A proposito di Città proibita: la versione italiana inverte l’ordine dei primi due saggi e lo propone in apertura. C’è una ragione particolare?

È solo perché sono una persona indecisa. Non ero certo di voler aprire il libro con il saggio su Gauguin, Dove? Che cosa? Dove?, sebbene all’inizio avessi immaginato di usare quel titolo per l’intera raccolta. Ho cambiato idea proprio all’ultimo minuto e l’ho sostituito con Sabbie bianche. Mi piaceva pensare che il pezzo su Gauguin fosse in apertura perché trovo che distilli molti dei temi che affronto ma allo stesso tempo si presenta come una storia, un racconto.

In Sabbie bianche lei fa riferimento al progetto fotografico On This Site (2012) di Joel Sternfeld, un archivio di luoghi apparentemente anonimi, resi famosi da qualche episodio di cronaca nera. Nell’introduzione al catalogo, il fotografo confessa di essere stato attratto da quei posti perché interessato alla “questione della conoscibilità”. Si può dire la stessa cosa di lei?

Quante volte ho citato quel progetto! E pensare che non è nemmeno il suo libro più noto… Eppure, per qualche ragione, mi è rimasto dentro. Non sono certo di avere lo stesso interesse, però sono sicuro che le sue fotografie hanno avuto una grande influenza su di me e mi hanno permesso di capire cosa è conoscibile e cosa no. Credo che la chiave stia nelle didascalie che spiegano cosa è davvero accaduto in quei luoghi, un procedimento opposto a quello di un altro fotografo a me caro: Luigi Ghirri. In Sabbie bianche c’è l’immagine di un luogo che lui fotografa e che dovrà pure esistere da qualche parte, ma che forse potremmo definire semplicemente “Ghirriland”: è un posto qualsiasi, che il fotografo sogna senza offrire mai un’indicazione geografica precisa. Per me Ghirri è il più visionario dei fotografi, ma allo stesso tempo le sue fotografie sono così… “ordinarie”.

Sabbie bianche esplora le diverse intersezioni di tempo e spazio, ciò che D. H. Lawrence – un autore che lei predilige e che cita nel libro – chiama “nodalità”. Nel saggio su Gauguin definisce il paradiso come “un luogo non toccato dalla storia”, ma poco dopo confessa di amare quei momenti in cui la storia si manifesta nella geografia: questo significa che preferisce l’inferno al paradiso?

No, no, di certo no, almeno credo… La frase che lei cita è fondamentale per capire cosa faccio non solo in questo libro ma in molti altri che ho scritto. Ovviamente sono molto più attratto da ciò che è paradisiaco piuttosto che da ciò che è infernale, ma molte esperienze di viaggio possono assomigliare all’inferno, per quanto il passaggio da una sponda all’altra possa essere molto repentino. In una famosa poesia William Blake ci dimostra come sia facile costruire un inferno nel bel mezzo del paradiso, e credo che sia anche possibile recarsi al paradiso portando con sé il proprio inferno personale; talvolta, quindi, inferno e paradiso condividono gli stessi spazi.

daniela.fargione@unito.it

D Fargione insegna letterature anglo-americane all’Università di Torino


Appollaiato su una remota costa occidentaleDaniela Fargione commenta Sabbie bianche

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