Paolo Nori e l’esplosione sonora che piaceva a Gogol’

Intervista a Paolo Nori: riflessioni di uno scrittore e traduttore

di Giorgio Biferali

dal numero di dicembre 2014

In La banda del formaggio, nel “dizionario delle cose che sento sui treni, e sugli autobus e dentro i telefoni”, che rappresenta una piccola parte dell’eredità che Paride ha lasciato all’amico Ermanno, compare questa definizione: ­“Libro. Nelle grandi occasioni, fare precedere da: è riduttivo chiamarlo”. Che cosa rappresenta, per lei, un libro? Mi riferisco ai libri degli altri e anche a quelli di Nori, quelli scritti e quelli ancora da scrivere.

Mi ricordo del primo libro per grandi che ho letto, Il buio oltre la siepe di Harper Lee; sono passati quarant’anni e io, di quel momento lì in cui ho scoperto, in un certo senso, i libri, mi ricordo tutto: mi ricordo la sedia su cui ero seduto, mi ricordo la luce che c’era nell’aria, mi ricordo mia nonna che cantava, in cucina, mi ricordo il mio babbo che passava con dei secchi di calce e mi ricordo la meraviglia che veniva dal fatto che, a metter la testa dentro nel libro, il mondo non si oscurava, il mondo diventava più mondo, e questa cosa poi mi è successa con tutti i libri importanti che ho letto nella mia vita e mi sembra che sia una cosa simile a quel che dice Giorgio Agamben in un libro che si intitola Il fuoco e il racconto: la bellezza non rende visibile l’invisibile, rende visibile il visibile.

In Pubblici discorsi, lei sembra confessare, ai lettori, una sintesi della sua poetica: “Precisione e concisione, ecco le prime qualità della prosa. Essa esige idee, senza di esse le frasi brillanti non servono a nulla». È una sorta di encomio della semplicità. Grazie a lei, abbiamo scoperto lo scrittore russo Danil Charms, e anche lui sembrava che mirasse a questa semplicità ideale. Pensa che le letture di Charms, e di altri scrittori russi che lei ha anche tradotto, l’abbiano condizionata? E in Italia, quali sono gli scrittori che lei potrebbe riconoscere come maestri?

Quella frase sulla prosa che mi attribuisce (ne sono onorato) è, in realtà, una citazione di Puškin. Per via di Charms, ultimamente mi succede che mi chiedano che importanza ha avuto Charms per la mia scrittura, e a me viene da rispondere che immagino che abbia avuto una grande importanza perché Charms è, forse, insieme a Velimir Chlebnikov e a Raffaello Baldini, l’autore che ho letto e riletto di più; però, per quanto sia difficile, per me, dire qualcosa di quello che scrivo, ho l’impressione che le cose che scriveva Charms abbiano una grana completamente diversa, rispetto a quelle che scrivo io. Se prendiamo, per esempio, di Charms, il racconto Vecchie che si ribaltano, che fa così: “Vecchie che si ribaltano. Una vecchia, per la troppa curiosità, s’è ribaltata dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata. Dalla finestra s’è sporta un’altra vecchia, e ha cominciato a guardare in giù quella che si era sfracellata ma, per la troppa curiosità, s’è ribaltata anche lei dalla finestra, è caduta e s’è sfracellata. Poi dalla finestra s’è ribaltata una terza vecchia, poi una quarta, poi una quinta. Quando s’è ribaltata la sesta vecchia mi sono stancato di guardarle, sono andato al mercato Mal’cevskij, dove, dicevano, a un vecchio cieco avevano regalato uno scialle fatto a mano”, se prendiamo questo racconto come racconto rappresentativo della prosa di Charms vediamo che è grammaticalmente impeccabile, mentre se prendiamo una qualsiasi mia frase, per esempio l’inizio della Banda del formaggio (“Ma quelli che scrivono sopra ai giornali, non gli capita mai che gli viene il dubbio che quello che scrivono son delle cagate?”) è piena, non so come dire, di sfondoni, di imprecisioni, e c’è una relazione con la regole sintattiche che mi sembra centrifuga e opposta alla natura sostanzialmente centripeta della sintassi di Charms (Daniele Benati, l’altra settimana, in una relazione alla quale ho avuto la fortuna di assistere, ha trasformato quella prima frase della Banda del formaggio in una frase grammaticalmente corretta che sarebbe, se ho trascritto bene: “Ma ai giornalisti, non capita mai che sorga il dubbio che i loro articoli siano assurdità?”).

Lei, in Grandi ustionati, sostiene che “in fin dei conti i lettori han sempre ragione”. Molti dei suoi colleghi sarebbero d’accordo con lei, perché pensano ai lettori come clienti, e non come lettori, e alla letteratura come una delle tante forme di mercato. Lei, che cosa ne pensa? O meglio, quando scrive, pensa anche un po’ ai possibili lettori?

Il protagonista di Grandi ustionati, Learco Ferrari, dice che i lettori hanno sempre ragione ma non sono sicuro che lo pensi davvero. Per quel che mi riguarda, io quando scrivo cerco di non pensare; penso ai lettori dopo, quando rileggo, e penso a me, prima di tutto, come lettore, più che come scrittore, cioè cerco di leggere le cose che ho scritto come se non le avessi scritte io e mi sembra, delle volte, di riuscirci, perfino.

Rimanendo nell’ambito della lettura, però intesa come pratica oratoria, si può ricordare una celebre frase di uno dei grandi della nostra letteratura, a lei molto caro, Giorgio Manganelli: “Personalmente, credo che le parole siano certamente un suono, ma non sono sicuro che abbiano un significato”. È d’accordo con lui?

Manganelli una volta ha raccontato di aver cominciato a scrivere perché non era capace di allacciarsi le scarpe, e a me, solo per questo, mi vien da dire che sarei sempre d’accordo con lui indipendentemente da quello che dice. Sulla questione del suono, c’è un celebre saggio di Boris Michajlovič Ejchenbaum che si intitola Come è fatto il Cappotto di Gogol’ dove Ejchenbaum analizza la frase seguente: “Dunque in un ‘dipartimento’ prestava servizio un certo impiegato: non si può dire che fosse un impiegato molto ragguardevole: di statura era piccolino, era un po’ butterato, un po’ rossiccio, persino (a vederlo) un po’ miope, con una piccola calvizie sulla fronte, con rughe sulle due guance, e con quel colore del volto che si chiama emorroidale” (ho citato la traduzione di Eridano Bazzarelli, “Biblioteca Universale” Rizzoli); e dice poi, Ejchenbaum, che quell’emorroidale alla fine della frase Gogol’ lo sceglie per il fatto che emorroidale (gemoroidal’nyj, in russo) “suona in modo grandioso, fantastico, al di fuori di ogni rapporto col senso”; è importante, secondo Ejchenbaum, che la frase si concluda con quell’emorroidale “rimbombante e quasi, dal punto di vista logico, insensato, ma per questo insolitamente forte”. Cioè qui, e in altre cose di Gogol’, c’è un suono che provoca, alla fine della frase, una specie di esplosione, e questa esplosione sonora sembra sia più cara, a Gogol’, del significato, e l’assurdità del suono prevale sulla logica del significato, e contribuisce a costruire una frase memorabile.

Nella recente antologia La terra della prosa, in cui Cortellessa annovera anche lei tra i trenta migliori esordi dal 1999 ai giorni nostri, lo stesso curatore sostiene che “i libri migliori sono sempre quelli a venire”. Quindi, Paolo Nori pensa che dovrà ancora scriverlo, il suo libro migliore?

Sempre Manganelli dice che tutti quelli che scrivono, in realtà, vorrebbero esser dei matti. “Il matto, scrive Manganelli, viene prima dello scrittore, dell’astrologo, dell’alchimista; in qualche modo, è la figura archetipica, l’esempio che costoro imitano. È ovvio – aggiunge, – che non si valuta un matto, non si dice ‘costui è un matto bravo’, non ci sono matti migliori di altri; un matto è un capolavoro inutile, e non c’è altro da dire”. Ecco, un romanzo, secondo Balzac, dovrebbe essere una cosa inaudita, e io ho l’impressione che anche per i romanzi, per i prodotti dei matti, non abbia tanto senso distinguere un matto migliore degli altri. Se sono inauditi, van bene, sia quelli presenti, che quelli passati, che quelli futuri, secondo me.

giorgio.biferali1988@gmail.com

G Biferali è critico letterario

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