Raccontare oggi la Divina Commedia: intervista a Marco Santagata

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Un universo meraviglioso, illimitato e complesso


Intervista a Marco Santagata di Donato Pirovano

dal numero di gennaio 2018

Com’è nata l’idea di raccontare la Divina Commedia?

Per la verità ci pensavo da molto tempo, almeno da quando, parecchi anni fa, insieme a Mirko Tavoni, un grande amico, oltre che uno dei più rilevanti dantisti in circolazione, avevamo progettato un commento che allora era una vera novità: una parafrasi puntuale verso per verso accompagnata da poche note a piè di pagina, da una enciclopedia storica finale e da prose di raccordo fra i canti che avessero un accentuato andamento narrativo. Il progetto si è poi arenato, anche se Mirko aveva quasi portato a termine l’intera parafrasi-traduzione, ma l’idea ha continuato a vivere nella mia testa. Alla fine è uscito questo libro.

Nella quarta di copertina leggo “La Commedia dantesca è un universo meraviglioso, illimitato e complesso nel quale, oggi forse più che in passato, è pressoché impossibile addentrarsi confidando solo nella propria capacità di orientamento”. Il suo racconto è fluido e accattivante e al tempo stesso preciso e puntuale come un commento. Per Dante, però, la narrazione pura e semplice sembra non bastare. Dopo un elegante e sintetico accessus ha alternato parti in tondo e parti in corsivo. Ci spiega la sua scelta?

Il motivo è abbastanza semplice. La narrazione non basta, ma le note di commento avrebbero snaturato l’operazione. La soluzione adottata mi è sembrata quella più funzionale, quella cioè che avrebbe meno interferito con l’andamento narrativo.

Il racconto è in terza persona. Perché non ha scelto la prima, come ha fatto Dante?

Volevo proprio evitare ogni possibile confronto.

Qual è il canto o l’episodio che l’ha messo più in difficoltà?

Più che un canto, una cantica: riassumere i tanti passaggi teologici senza troppo semplificare ma anche senza costringere il lettore a impegnarsi in temi così difficili è stato davvero ostico.

Qualche anno fa fece scalpore, e ci fu anche un dibattito sui giornali, la sua scelta di tradurre le canzoni di Giacomo Leopardi (Mondadori, 1998). Crede che questo suo nuovo libro susciterà un altro animato dibattito?

Non credo. Da allora i discorsi sulla e per la letteratura per il pubblico non solo italiano hanno molto perso di interesse, e penso che la caduta proseguirà.

Lei è uno dei più noti studiosi di letteratura italiana al mondo. Spesso è invitato all’estero. Questo suo Racconto della Commedia potrebbe essere prezioso per avvicinare a Dante ancora più persone di quelle che già lo ammirano in ogni parte del mondo. Lo tradurrà?

In effetti penso che “raccontare” la Commedia potrebbe essere utile a un pubblico straniero che, in ogni caso, non avrebbe accesso diretto ai suoi versi. Quanto alla traduzione, dipende dagli editori. Mi piacerebbe che questo libro avesse lo stesso successo della biografia di Dante, tradotta in inglese, spagnolo e, presto, anche in cinese.

Il suo primo incarico di insegnamento a Venezia nel 1976 era di filologia dantesca. Poi si è occupato a lungo di Petrarca e ha scritto uno splendido commento al Canzoniere (Mondadori, 1996). Pur non avendo mai smesso di scrivere su Dante, si può però dire che solo in questi ultimi anni (diciamo del nuovo millennio) sia stato completamente ammaliato dalla magia della poesia dantesca. Non crede che messer Francesco si arrabbi un po’ per questa sua irresistibile passione?

Di Dante mi sono sempre occupato – il mio primo lavoro a stampa, nel lontano 1969, era intitolato Presenze di Dante comico nel Canzoniere del Petrarca – ma su di lui avevo scritto poco. È probabile che Petrarca si arrabbi un po’, del resto ho dichiarato più volte di avere cominciato a scrivere di Dante proprio per fare dispetto a lui. La verità è che non si può studiare Petrarca senza studiare contemporaneamente anche Dante. Mi sembra tuttavia che questa consapevolezza non sia tanto condivisa. È normale, o quasi, che chi studia Boccaccio studi anche Petrarca (e viceversa), è raro invece che i petrarcologi si occupino di Dante in modo approfondito.

Oltre ai libri, è promotore di importanti iniziative nel nome di Dante. Ha già in mente qualcosa per l’imminente settecentenario della morte? La può rivelare o è ancora un segreto?

Qualcosa faremo (dico qui a Pisa), per ora mi occupo dell’anno prossimo: stiamo programmando una specie di piccolo festival con qualche sorpresa.

Come giudica la presenza di Dante nell’università e nella scuola di oggi?

Difficile rispondere per l’università, dove la mancanza di coordinamento tra docenti, sedi e iniziative regna sovrana. Per quanto riguarda la scuola, a me sembra che Dante sia uno dei pochi autori che ancora lasciano un segno. L’importante è non imporlo e non insistere troppo su approcci filologici. Leggiamolo, quasi sempre l’effetto è sicuro.

Il 28 aprile del 2017 lei ha compiuto 70 anni. La inquieta questo numero di dantesca memoria?

Cosa dovrei rispondere, che affronto con la serenità del saggio la vecchiaia? No, a me la vecchiaia non piace, e penso di non essere il solo a pensarla così.

Le auguriamo un senio, per citare il Convivio, sereno, fecondo e felice. Del resto oggi il numero 70 è biograficamente una seconda giovinezza. Rappresenta, infatti, solo una fine, quella del lavoro accademico. L’aspetta la quiescenza, come la chiamano. Le mancherà l’università? Che cosa lascia?

Lascio una università che non è più la mia e nella quale faccio fatica a capire quale sia il mio ruolo. Non credo che mi mancherà più che tanto.

donato.pirovano@unito.it

D Pirovano insegna filologia e critica dantesca all’Università di Torino


Senza perdere il ritmoDonato Pirovano commenta Il racconto della Commedia di Marco Santagata

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