Biennale di Venezia: tutto si rivede per la prima volta

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Il coraggio della complessità e della differenza

di Alessandro Del Puppo

La Biennale è un mostro che si aggira per la laguna, ogni paio d’anni. A un mese dall’inaugurazione, Booking.com dava il 97 per cento di prenotazioni alberghiere. A una settimana dall’apertura, la mailbox era costipata di messaggi. Inaugurazioni, anzi opening, un po’ ovunque; eventi piccoli e grandi; colloqui, anzi talk; vin d’honneur; aperitivi.

Riccardo, 37 anni, non meno di ventidue trascorsi in bilico tra barche e barchini, è il mio Caronte verso i Giardini. Sulla porta della cabina c’è un cartello scrostato ma rassicurante: “trasporto cose”. “Sì – mi dice – la Biennale è anche questo. Soprattutto questo. Trasporto cose. Da una parte all’altra. Dal terminale dove arrivano i container e le casse, fino a Sant’Elena. E poi un po’ dappertutto, dove si ospitano gli eventi collaterali” (oddio, non li chiama proprio così, ma il senso è quello).

“E poi tutto uguale, al ritorno. Un sacco de schei – aggiunge contrito – par quei mone”. L’ampiezza semantica rende l’ultimo termine quasi intraducibile. Così come è intraducibile quell’ultimo sguardo. “Schei, te sa, anca par noaltri”, ammicca Riccardo. Dal suo punto di vista, temo di continuare ad appartenere proprio a quella deprecabile categoria. D’altra parte, che fra tante di quelle cose trasportate ce ne sia una, proprio all’ingresso del padiglione centrale, che ogni tanto sparacchia una cortina di fumo, sembra un fatto di umorismo involontario. O un’accorta e subliminale metafora del mondo dell’arte?

Su tali inganni hanno fatto cumulo i primi referti della stampa. Troppo facile però deplorare i bei tempi andati, o liquidare sbrigativamente le installazioni più pacchiane o più infantili – certo, ci sono anche quelle –  o il “caso” messo lì a bella posta – tanto, ogni volta se ne trova uno. Da una parte dunque i laudatores temporis acti: “questa non è arte”. Dall’altra i turibolanti del sistema (riviste d’arte, gallerie, art advisors) che si beano per un muro di gommapiuma o per un mamozzo sospeso sopra il remake della cameretta d’infanzia. Non invento, constato: da quanto distribuito nel padiglione italiano. Un inutile labirinto per il quale si è scomodata la bruciante attualità (1962) di un testo di Italo Calvino; ma che in realtà cela un bluff di rara inconsistenza. Che però deve aver fatto contenti i trasportatori di cose, come Riccardo.

Eppure. Bisogna avere la pazienza e il tempo di vedere le opere con calma. Leggere i testi, quando ci sono, e soprattutto quando dicono qualcosa di decente. Lasciare alle opere il tempo che meritano, quando lo meritano. Riflettere un poco. E conoscere qualcosa dell’arte contemporanea. Il pezzo di colore, insomma, è troppo facile, ed è valido soltanto per i primi giorni. Presi nella loro singolarità, e pescati tra la colossale quantità offerta, i lavori non sono affatto peggiori, come alcuni hanno scritto, di quanto si è visto in certe edizioni passate. Anzi. Dovessimo valutare il successo della mostra dal pescaggio degli yacht ancorati lungo le fondamenta degli Schiavoni, mai le cose sono andate così bene. E mai il valore dell’opera d’arte si dimostra parificato all’astrazione per eccellenza, il denaro. Quello che non regge più è l’ipotesi dell’unificazione in un’idea, nel famoso progetto curatoriale. L’arte insomma continua a vincere, la critica continua a perdere, o non partecipa più a questo gioco. Ecco allora un paio di spunti, e poi ciascuno si regoli come vuole.

Ci sono ancora buoni pittori, buoni disegnatori, addirittura buoni modellatori. Certo, tutto è già visto, ma tutto in fin dei conti si (ri)vede per la prima volta. E gli stanchi europei che hanno letto tutti i libri possono intanto apprezzare un pluralismo estetico che si muove dentro e attraverso le tecniche più disparate e i riferimenti più estesi. C’è la pittrice che fa degli Hockney o dei Rauschenberg afro; chi addirittura ha il coraggio di proporre il gran quadro astratto o la scultura formalista; chi propone gli effetti stranianti del ready made più o meno rettificato. Il canone dell’arte occidentale postbellica (un po’ a caso: Philip Guston, Sigmar Polke, Cindy Sherman, Christian Marclay) è decostruito nel momento stesso in cui viene assunto. Il fatto è che la platea dell’arte globale nel corso degli ultimi due decenni è diventata tale grazie a due momenti: quello formativo, perlopiù nei grandi centri (Londra, New York, Berlino) e quello produttivo, sulla via del ritorno o nell’esercizio della memoria. Il movimento avviene dentro la geografia, non più attraverso la storia. Se il lessico è quello di una lingua franca, le narrazioni sono specifiche, posizionate, locali. Non di rado si spingono a deificare l’alterità – ma questo in fin dei conti è un altro problema. L’arte è diventata una conversazione dell’umanità, e poco importa se umori sovranisti la ritengono una sussiegosa espressione di élites. Dispiace per loro, ma è sempre stato così. Questi artisti raccontano la guerra tra le nazioni, tra poveri e ricchi, tra economie locali e imprese multinazionali. Parlano dei conflitti etnici e delle questioni identitarie; delle minoranze e della diaspora; del colonialismo e del neocolonialismo. Testimoniano la censura e lo sfruttamento capitalistico; documentano il climate change e l’emergenza ambientale. Paventano distopie, auspicano utopie. E lo fanno, perlomeno nella mostra che si dispiega tra Giardini e Arsenale, con un certo rispetto per il pubblico. Buone collocazioni, buone luci, didascalie che spiegano con sufficiente chiarezza che cosa si ha dinanzi.

Non ovunque naturalmente è così, e anzi non mancano padiglioni nazionali presuntuosi o fatui (soprattutto nella vecchia Europa: Russia, Austria, Belgio, per dire). Però è bello vedere come un artista del Suriname, per fare solo un esempio, voglia rileggere a modo suo il razionalismo di un De Stijl “non nativo” (Olanda). Come antropologi e filosofi e musicologi possano ipotizzare una coesistenza tra umano e tecnologico (Giappone). Come si possa raccontare, in un film dall’insostenibile durata di due ore (le ho viste tutte) i tentativi per persuadere gli Inuit ad abbandonare i loro territori, per meglio sventrarli a beneficio dei traffici mercantili internazionali (Canada). Avete invece soltanto due ore per vedere tutto? Allora andate nello spazio del Ghana, presente per la prima volta. L’allestimento è dell’archistar Sir David Adjaye Obe; consigliere strategico è stato il compianto Okwui Enwezor (1963-2019), che verrà ricordato come il più influente critico d’arte di questi due primi decenni. Cosa potrete incontrare? Un’installazione con reti da pesca ancora odorose; una parete con i ritratti della prima fotografa professionista del suo paese; un patchwork con i metalli di risulta; una sequenza di dipinti figurativi a olio su lino; un sontuoso video multiscreen, d’insopportabile bellezza e crudeltà, dove s’intrecciano i destini comuni di ambiente, uomini e animali. Commissione del Ministero del turismo con il supporto della potente Lisson Gallery di Londra. Se non tutto, potete capire molto. Certo, le contraddizioni non mancano. Pluralismo e varietà espressive possono innescare rovesciamenti di senso. Grandi temi comuni possono oscillare tra elegia o retorica. D’altra parte, se si mette il mondo in una bottiglia non si può lamentarne la disomogeneità. Così, il dramma della cronaca si trova a coesistere con la futilità farsesca. Talvolta, quello che nasce come ambizione urbanistica si contrae a presepe luccicante o a una patetica messinscena (lo strombazzato padiglione lituano) e non si capisce perché. Soprattutto, non si capisce perché i premi delle giurie finiscano di solito alle opere più vistose.

Resta tuttavia un insegnamento: l’artista vorrebbe cambiare il mondo – “mettere al mondo il mondo”, come aveva detto una volta Alighiero Boetti – ma è consapevole di non poterlo fare. Così, si accontenta di cambiare le forme della sua rappresentazione. Due almeno gli strumenti che dimostra di avere potentemente a disposizione: la narrazione della complessità e il coraggio della differenza. È politica? Sì, non può essere altro. E della migliore specie.

alessandro.delpuppo@uniud.it

A. Del Puppo insegna storia dell’arte contemporanea all’Università di Udine

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