Dispacci da Cannes 2019 | Editoriale

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Lo spostamento dell’asse

di Grazia Paganelli

I primi giorni di proiezioni e incontri della 72esima edizione del Festival di Cannes stanno dando un’idea interessante di una “certa tendenza” che il cinema sembra aver assunto. Da The Dead Don’t Die (in concorso) di Jim Jarmush al brasiliano Bacurau, infatti, i film visti fino ad ora nelle diverse sezioni sembrano spingere verso una nuova libertà espressiva, l’essere fuori dalle regole narrative, dalle impostazioni del passato costruite su stereotipi o semplici convenzioni. Una direzione imprevedibile, che sta dando vita a film profondamente aggrappati al nostro presente proprio perchè capaci finalmente di ribaltare le regole della sua  rappresentazione. A partire dalla ballata quasi dark di Jarmush, che prende il titolo da una canzone di Sturgill Simpson, chitarrista amato dal regista americano e tormentone di questo film leggero e caustico al tempo stesso, tagliente come la lama della spada usata da Tilda Swinton per annientare gli zombie che sono tornati a chiedere il conto ai vivi nella ridente cittadina di Centerville, che conta meno di ottocento abitanti.
Tutto inizia un giorno in cui il tempo si ferma e il sole sembra non voler più tramontare. I mezzi di informazione parlano di spostamento dell’asse terrestre, colpevole di questo inquietante rimescolamento. Ed ecco che gli animali scappano e i morti tornano in vita come zombie romeriani e si aggirano per le strade affamati di carne, sangue e caffé. Nella iper-caratterizzazione dei personaggi a cui ci ha abituati Jarmush, i protagonisti di The Dead Don’t Die sembrano disegnati con la tenerezza di un padre per i suoi figli, amorevolmente intenzionato a seguirli nel loro disorientamento e a liberarli da ogni prigione. Jarmush si circonda degli amici di sempre, a formare sul set quella famiglia allargata che conferisce l’inconfondibile tono all’intero film. Tilda Swinton, imperturbabile samurai, talmente aliena da sparire letteralmente risucchiata nel disco volante venuto a prenderla. Bill Murrey, Chloe Sevigny, Iggy Pop, Adam Driver, Danny Glover, Sara Driver e il barbuto Tom Waits, cui è affidato il compito dell’osservatore/narratore, sguardo preveggente, saggio e irriverente.

Lo spostamento dell’asse, dunque, è la spinta che anima molti dei film visti fino ad ora, permeati dalla necessità di un rimescolamento dei termini con cui il cinema si confronta con la realtà. E così va letto Le daim di Quentin Dupieux (Quinzaine des réalisateurs), molto noto in Francia per l’umorismo fuori dalle regole, che qui arruola un Jean Dujardin perfetto nel suo essere sopra le righe, completamente assorto dal progetto folle di restare l’unica persona al mondo in possesso di una giacca. In fuga da un passato appena accennato, si fermerà ad acquistare una giacca di renna anni Settanta, diventandone ossessionato al punto da trasformarsi quasi inconsapevolmente in un serial killer aspirante regista. Non ci sopno doppi sensi, avverte il regista, perché il vero senso del film sta in un nonsens ilare, spaccone e ‘irresponsabile’ di cui il protagonista é l’emblema.

Tra il cinema militante, idealista e vitalista di Glauber Rocha e quello inquadrato e schematico delle videocamere di controllo e delle immagini-spia registrate dai droni, si colloca Bacurao (in concorso), girato a quattro mani da Kleber Mendonça Filho e Juliano Dornelles (Aquarius). Grido di allarme piú che mai attuale che si alza dal mitico sertão del Nordeste brasiliano («Se ci vai, vai in pace», si dice proprio in apertura, ad anticipare la guerra che i protagonisti dovranno combattere contro l’irrazionale violenza moderna) per raccontare del mondo contemporaneo e dei pericoli concreti per i quali é necessario dissotterrare l’ascia di guerra e recuperare la lezione di resisatenza del passato.

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