Crouzet-Pavan e Vigueur – Decapitate | Libro del Mese

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I cold cases di Agnese, Beatrice e Parisina (nate bene e morte con ignominia)

di Eleonora Belligni

Élisabeth Crouzet-Pavan e Jean-Claude Maire Vigueur
DECAPITATE
Tre donne nell’Italia del Rinascimento
ed. orig. 2018, trad. dal francese di Rossana Lista,
pp. XVIII – 350, € 32,
Einaudi, Torino 2019

Più ancora dei secoli precedenti, l’Ottocento europeo cercò nelle donne del passato la fonte a cui saziare la propria sete di eroine, per darle in pasto all’insaziabile industria delle produzioni letterarie e artistiche, tra cultura alta e divertimento popolare. Il medioevo e il Rinascimento, quelli italiani in particolare, furono vere miniere di protagoniste, talvolta potenti o illustri, di morti tragiche, seguite a grandi, controverse passioni. Materiale da diporto, ma non solo: con loro entrava nel comune sentimento del potere e della politica un inedito interesse per la storia al femminile, oltre lo spazio definito dal nefas della tragedia classica da una parte, dal dramma shakespeariano dall’altra. A questo spirito, che cercava nel passato l’intrattenimento e l’insegnamento, deve molto il libro recente di due storici medievisti di fama internazionale, Elisabeth Crouzet-Pavan e Jean-Claude Maire Vigueur. Le loro Decapitée (Albin Michel, 2018) – Decapitate per i tipi di Einaudi (2019), sono donne reali, poi divenute, grazie alle loro inconsuete vicende, protagoniste di poemi e melodrammi, da Byron e Donizetti fino al primo Novecento di Mascagni e D’Annunzio.

Vicende inconsuete, ma soltanto sotto certi aspetti. Agnese Visconti, Beatrice di Tenda e Parisina Malatesta appartenevano all’alta società italiana a cavaliere tra il XIV secolo e il XV. Avevano consolidato il proprio rango sposando, rispettivamente, il signore di Mantova Francesco Gonzaga, il duca di Milano Filippo Maria Visconti e Niccolò III d’Este, signore di Ferrara, nel periodo di affermazione delle loro signorie a scapito delle istituzioni comunali che avevano sostanzialmente prevalso fino a quel momento. Erano donne destinate a compiacere la logica delle strategie matrimoniali a fini politici e a vivere una vita privata e pubblica secondo uno scenario che gli autori definiscono, non a caso, secondi i parametri della tragedia aristotelica (di lì a poco riesumati e formalizzati): l’unità di tempo, di luogo e d’azione, che in questi casi rispecchiavano il nuovo scenario di potere del centro-nord italiano. Un’altra unità è rispettata però dalla storia delle tre donne: quella di relazione, che aggiunge significati politici alla loro tragedia e, per converso, inasprisce il dramma e lo intensifica, rendendolo un effetto perverso delle loro appartenenze a quell’unico, strettissimo mondo parentale che avrebbe dovuto preservarne l’esistenza, tutelarle e proteggerle. Ben nate, ma morte malissimo e con ignominia, le tre nobildonne furono fatte decapitare dai loro mariti per il crimine di adulterio, nella apparente incuranza dei loro giudici rispetto al sistema di relazioni in cui erano inserite.

Fin qui, la tragedia. Ma la loro fine diventa un enigma vero e proprio per i due storici Crouzet-Pavan e Maire Vigueur. Tre esecuzioni per adulterio a pochi anni di distanza costituiscono avvenimenti eccezionali, per la sostanziale assenza di precedenti in quei tempi e quel milieu e, oltre l’ovvietà dell’accaduto, suggeriscono analogie più nascoste. Sentenze rapide, inoppugnabili, un probabile annuncio epistolare alle cancellerie europee, sono segnali di un comportamento anomalo: i mariti traditi, soprattutto di quel rango, non si comportavano così, annullavano il matrimonio, evitavano di rendere pubblica la propria devirilizzazione, da una parte, e la violazione delle leggi comunali, che non punivano l’infedeltà coniugale con la morte. Queste forme atipiche di scenario, che si ripetono in meno di trentacinque anni, tra il 1391 e il 1425, rappresentano una serialità, il cui scopo è diverso, e politicamente più significativo, della vendetta dell’onore maschile. Un cold case in piena regola, che gli autori si propongono di riesumare e portare a soluzione, giacché, dichiarano, alla vicenda nota e celebrata manca di fatto il vero movente.

Il libro è la rilettura integrale delle narrazioni successive alle tre celebri morti – cronache, memorie e opere storiche – alla luce di nuove fonti dagli archivi estensi e della storiografia più recente. La visione prospettica è perlomeno poliedrica: attraversa la storia del potere e quella della famiglia e della coppia, la storia delle emozioni e quella della cultura materiale, la storia delle istituzioni e quella economica, in un continuo rimando tra grandi quadri e microstoria. I legami tra le vicende vengono esaminati attraverso otto gradi di progressiva conoscenza, otto scalini in cui la ricerca storica, aggrappandosi ai documenti, ascende verso una soluzione plausibile del mistero. I primi tre capitoli raccontano i fatti, certi o plausibili, che accompagnano tre decapitazioni, due adulteri certi, un solo processo conservato agli atti e la successiva fuga di notizie. Parisina, che aveva la metà degli anni del marito, si era innamorata del di lui figlio. Agnese Visconti, incurante del rango, aveva stretto una relazione con il camerario di suo marito. Beatrice, ventidue anni più vecchia di Filippo Maria e portatrice di un’eredità scomoda, venne processata come adultera, ma forse ingiustamente.

Con studiata progressione, nei capitoli successivi, gli autori aprono questi affaires ad altre due dimensioni: la prima è quella pubblica, del contratto matrimoniale come negozio diplomatico, poi dell’atto della ductio come rituale nuziale all’insegna della parità, in cui alla sposa si conferisce un corpo politico simmetrico a quello del suo sposo, signore della città. La seconda è quella dell’oikos, della vita intima muliebre, svolta in una cerchia domestica e familiare che ha lunghe propaggini fuori dalle mura domestiche. Sono indagate l’infanzia e l’educazione ricevute; le regole della quotidianità e la gestione di residenze separate tra i coniugi; gli spazi di autonomia e controllo delle risorse finanziarie; le pratiche di consumo quotidiano e di spesa, le abitudini di consumo culturale. Tra le fessure di questo mondo, rafforzati da sporadiche funzioni politiche e da periodi di reggenza, appoggiati dal grande rinnovamento culturale e politico che segna l’Italia del Rinascimento, trapelano sforzi di libertà, di indipendenza femminile, piccole sfide all’ordine stabilito. E qua la lente dello storico trova le tracce del vero responsabile: l’affermarsi di una “nuova dinamica”, del “ruolo crescente delle donne nel sistema politico della signoria” e, al tempo stesso, di un “principio di sussidiarietà tra i coniugi” al potere. Sono fenomeni che accomunano questa fase del “medioevo comunale maschile” alle pratiche coeve attestate nell’Europa occidentale. Ciò significa anche condivisione di responsabilità, di immagine e di rituali da parte della coppia al potere; significa unicità e fedeltà alla stirpe, trasmissione fluida di valori dall’oikos alla vita pubblica. Vuol dire, almeno nelle intenzioni, il tramonto dei figli bastardi, che avevano governato l’epoca precedente, a favore dei legittimi: l’adulterio, un tempo nascosto, viene così portato alla luce e punito esemplarmente.

La decapitazione delle tre infedeli aderisce a un modello, lo descrive e lo prescrive al tempo stesso, ne predica la morale ai tribunali cittadini, alle istituzioni e ai pretendenti al potere. Nessun nuovo paradigma: piuttosto, indizi di una realtà politica in trasformazione. Al lettore, resta un senso di generica soddisfazione: se non proprio quella che nasce dal riscatto di destini immeritati, almeno quella che nasce da una ricerca storica preziosa, onesta e intensa, che appassiona, ma che non inganna per compiacere le mode storiografiche o l’ansia di semplificazione.

eleonora.belligni@unito.it

E. Belligni insegna storia moderna all’Università di Torino

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