Intervista a Carlo Gabardini | Speciale SanPa

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In tutte le stanze

Intervista a Carlo Gabardini di Leonardo Mineo e Massimo Vallerani

All’origine di SanPa. Luci e tenebre di San Patrignano (una serie televisiva documentaristica scritta da Carlo Gabardini, Gianluca Neri e Paolo Bernardelli, realizzata da Netflix con la regia di Cosima Spender), si trova un enorme lavoro di ricerca e di informazione condotto su filmati, interviste, documenti giudiziari; un lavoro approfondito, che merita di essere valutato mettendo da parte, per un momento, le polemiche sui rimedi più o meno leciti alle tossicodipendenze o sul ruolo della comunità e del suo fondatore. Non per sviare il discorso, ma per ancorarlo meglio ai dati di fondo della serie. Come per ogni ricerca seria, è bene capire, in primo luogo, il metodo e l’uso delle fonti.

Iniziamo dall’obiettivo della serie: da quale domanda è nata l’idea di questa serie? Non sembra solo una ricostruzione, per quanto accurata, dell’esperienza della comunità. Cosa ci dice SanPa dell’Italia di oggi?

Credo che una docuserie non possa mai essere pura e semplice ricostruzione, saremmo nel perimetro del documentario didattico, del servizio giornalistico; ma forse nemmeno, perché penso che sempre e comunque si tratti di narrazione. La domanda iniziale nasce dallo scoprire empiricamente, per strada e nei bar, che tutti hanno una posizione netta e precisa nei confronti di Vincenzo Muccioli – o santo o diavolo – ma, a qualunque tentativo di approfondimento dell’argomento, gli interpellati non sanno nemmeno se Muccioli sia attualmente vivo o morto, se San Patrignano sia stata smantellata o invece sia ancora attiva, non conoscono nessun esito processuale né quale fosse la posta in gioco nella società dell’epoca. Sostanzialmente sanno solo da che parte stavano e lo ribadiscono con forza, inamovibili e impermeabili a qualsiasi evidenza, fatto, certezza. L’altra cosa che ricordano tutti è che ai tempi se ne parlò moltissimo, ma non sanno più di cosa. In un momento in cui in Italia (e nel mondo occidentale intero) siamo costantemente divisi in due schieramenti che come tifoserie si urlano addosso le proprie ragioni senza voler nemmeno ascoltare quelle altrui, riconoscere che in un caso come quello di Muccioli questo tipo di approccio fu fallimentare, rese tutto incomprensibile e non portò mai a un discorso serio e profondo sulle tossicodipendenze, credo possa essere utile a tutti noi.

Un tema centrale è quello delle fonti: certamente gli archivi televisivi, perché le vicende della comunità sono state ipermediatizzate molto presto; eppure, il girato del tempo è misurato, non straborda, fa da sfondo al vero testo del documentario rappresentato dalle testimonianze: come avete scelto e ascoltato i testimoni?

Ricordo un momento di lavorazione in cui sul mio taccuino l’elenco di quelli da intervistare contava 96 persone. Seguono 66 minuti netti di risate della produzione al completo, durante i quali ho tutto il tempo di evincere che i testimoni totali non sarebbero potuti essere più di una trentina. Ma va bene così, alla fine ne intervistammo meno. Come si scelgono gli intervistati è una buona domanda, perché quella è una parte grossa del lavoro e definisce anche che tipo di docuserie intendi realizzare. Noi avevamo, tra le molte, una fissazione che intendevamo sperimentare: volevamo che l’intera storia venisse raccontata dai diretti interessati, senza una voce guida, senza un protagonista che facesse da Virgilio, senza la voce degli autori, senza montare le domande, senza giudizio preconcetto. Quindi, tenendo sempre a mente le 1000 e passa ore di materiale presente nei 51 archivi che abbiamo utilizzato (vale la pena ricordare che il materiale Rai non supera il 26 per cento del prodotto finale), la domanda centrale per l’individuazione dei testimoni adatti è stata: cosa ci manca per raccontare tutta la storia nella sua interezza e far sì che la narrazione stia perfettamente in piedi da sola senza bisogno dell’intervento di un narratore?

Ma questa è una delle domande o dei requisiti richiesti a un testimone. È ovvio che noi occupandoci sì di realtà ma anche di narrazione, necessitiamo anche di personaggi che rappresentino degli archetipi, seguiamo la loro vicenda mettendo in luce le tappe di un arco narrativo; il percorso di crescita di un testimone è ciò che nel montaggio finale lo rende vivo e non una cosiddetta “testa parlante”. Si tratta di drammaturgia, e il discorso rischia di diventare molto lungo.

Come avete pensato le domande? E’ stata seguita una traccia oppure in prevalenza vi siete affidati al flusso dei loro ricordi?

Scrivere le domande è un momento essenziale e per quanto mi riguarda molto divertente e fertile. Poi, ovviamente, quando sei lì davanti all’intervistato, tocca anche inventare, capire il momento, cogliere l’occasione, modificare tutto. Il documentario è un perfetto equilibrio fra estrema preparazione e totale apertura all’improvvisazione. Si collabora con l’incertezza, questa è la realtà.

Le narrazioni dei testimoni restituiscono bene il crescendo di maturazione della loro presa di coscienza: in alcuni casi arrivano a mettere drammaticamente in luce la distanza tra il loro vissuto e la scoperta di un lato nascosto di cui loro stessi erano in parte attori diretti. Come ha influito questa graduale messa a nudo dell’esperienza dei vostri testimoni su di voi che ascoltavate e che dovevate poi cercare e montare il materiale? Insomma, come avete reagito a queste narrazioni?

Ho difficoltà a farne un discorso generale; temo diventerebbe generico. È emozionante stare di fronte al narratore che racconta la propria esistenza in prima persona ripercorrendola tenendoti per mano, a volte strattonandoti, talvolta indicando con rabbia, a volte malcelando che preferirebbe essere lì senza di te. È una fase delicata. A tratti dolorosa. Per forza di cose molto intima. C’è un patto di fiducia: non ti obbligherò a dire niente, non pretenderò certe parole, hai tutto il diritto di deludermi, sei tu che sai, io al massimo ti chiederò di precisare o di ripetere; sono così tante le pattuizioni implicite nel rapporto che si crea, che non saprei assolutamente elencarle in forma esaustiva.

Quando durante l’intervista in biblioteca a Paolo Severi trovo il libro di Fabio Cantelli (La quiete sotto la pelle, Frassinelli 1996) per noi introvabile da più di un anno, me lo bevo nottetempo e poi convinco tutti ad aggiungerlo come extra nella lista degli intervistati (capite come è difficile rispondere a domande quali “Come avete scelto i testimoni?”). Il giorno dopo nell’hotel di Rimini dove alloggiamo con tutta la troupe, Fabio Cantelli mi compare davanti al termine di un viaggio in treno da Torino. Sono fresco di lettura delle sue pagine, ho passato la notte anche a scrivere una sequenza di domande raggruppando per temi ciò che ho appreso dalla sua biografia, perché l’indomani gli incastri produttivi non ci concederanno più di tre ore per portarci a casa l’intera intervista. Poi l’intervista è altro, io ricordo il suo libro meglio dell’autore ma non voglio imbeccarlo, lui mi accompagna per un percorso facendomi capire chiaramente che la strada la si sceglierà assieme, che lui avrà delle soste obbligate, che non in tutte le stanze in cui mi porterà mi sarà concesso accendere la luce, a volte dovrò fidarmi del puro suono della sua voce. Ci sarà da correre. Da piangere. Da incazzarsi moltissimo. Mi dice anche che non sarà reticente, non questa volta. E me lo dice senza dirmelo. Mi fido. Anch’io.

Più nello specifico, quale rapporto si è creato fra i testi delle dichiarazioni e le scelte del montaggio che è uno degli elementi che ha avuto un ruolo centrale per il successo della serie?

Tutti i tipi di rapporto, mi viene da dire. Ma proprio tutti. Le interviste da noi realizzate nel 2019 dialogano in continuazione con il materiale di repertorio (e in realtà anche con le immagini odierne dei nostri testimoni che, per esempio, camminano sul bagnasciuga). A volte è un dialogo civile, di collaborazione, di reciproca assistenza; a volte si urlano in faccia, si contraddicono, si negano a vicenda, sanno addirittura smentirsi; altre sembrano viaggiare su due binari paralleli per poi confluire in un discorso più completo che svela la sua unitarietà solo a fine sequenza; altre volte ancora, semplicemente, le une amplificano il significato delle altre, vicendevolmente, in un gioco di specchi.

Non sono il montatore di SanPa e la squadra guidata da Valerio Bonelli saprebbe illuminare questo argomento con risposte tecniche e più precise, ma ovviamente il montaggio finale è una dialettica fra regista, montatori e autori, una splendida dialettica fra il cosa e il come, cosa vogliamo dire da un lato, come lo raggiungiamo dall’altro; è un lavoro di squadra. Poche cose come una docuserie sono inevitabilmente un lavoro di gruppo; sì, anche quelle di quei registi che autodefiniscono le proprie opere “documentari d’autore”.

L’ultima puntata ci sembra contraddica le critiche più superficiali di una lesa immagine del fondatore; alla fine non emerge un’immagine manipolata di Muccioli, almeno non più di quanto lo sia stata in vita; è invece evidente che la memoria di quell’esperienza conserva ancora oggi una forza inespressa sulla nostra autorappresentazione collettiva.

Credo che SanPa dica molto della nostra Italia attuale, perché è un grande pezzo dell’inconscio collettivo di questo paese e ne contiene benissimo parecchie sfaccettature: l’uomo forte, il santo, il non voler vedere la droga, il tabù come malsano rimedio per problemi complessi, lo scontro fra laici e cattolici sull’occuparsi degli “ultimi”, l’impreparazione dello stato, lo scontro fra padri e figli. In fondo è un documentario sul potere, sul potere delle persone, delle sostanze, delle famiglie, delle idee, della politica, della fede e del bisogno di averne una, e anche sul potere dell’ambiguità. Infine lasciatemi dire che è una storia che non era mai stata raccontata dall’inizio alla fine. Ho bene in testa lo sguardo di diversi testimoni che nel mezzo della loro intervista ci hanno detto: “Dove eravate? Sono quasi quarant’anni che vi aspettavamo. Noi questa storia abbiamo bisogno di raccontarla”. SanPa risponde doverosamente anche a questo loro bisogno. Era ora.

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