Intervista a Toni Morrison | Archivio

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Voglio una letteratura devastante

intervista a Toni Morrison di Chiara Spallino

dal numero di febbraio 1995

 

Negli ultimi anni in America si è assistito a un proliferare di studi critici sui testi degli scrittori neri 
tesi a fissare i canoni di un'estetica della letteratura afroamericana. Come giudica questo 
cambiamento di prospettiva lei che, per prima, ha auspicato che i suoi libri venissero letti nel 
contesto della cultura che li ha prodotti? 

 

Gli studi estetici mi appassionavano più in passato che non ora, ma mi compiaccio che oggi gli studiosi analizzino in profondità le costanti della letteratura afroamericana, che studino le relazioni intertestuali fra un romanzo e l’altro. Il recente entusiasmo per gli scrittori neri del passato e del presente ha oltretutto contribuito ad avviare un processo di revisione della letteratura e della storia americana. Si è riconosciuta l’esistenza di un grande vuoto. Il concetto stesso di America è stato rielaborato dagli scrittori neri e via via anche dagli scrittori appartenenti alle altre minoranze. È così affiorata una nuova storia, una storia supplementare, che andava inscritta nella più vasta narrazione, elaborata dai bianchi.

Quali sono gli scrittori del passato che l'hanno maggiormente ispirata? Anche lei, come Alice
Walker, individua in Zora Neale Hurston la sua "antenata"? 

 

Riconosco la grandezza di Zora, un personaggio straordinario, ma devo ammettere che quando ho cominciato a scrivere non avevo letto i suoi libri. Forse è stato un bene perché, se l’avessi letta, non avrei cercato di scrivere nel modo in cui ho scritto. Non riesco a pensare a madrine o a padrini letterari in seno alla mia o ad altre culture ma soltanto a libri che per me sono stati cruciali, a scuole letterarie che mi hanno illuminato. Per esempio, la scoperta di scrittori africani come Camara Laye e Chinua Achebe nel 1965-66 mi ha spalancato nuovi orizzonti, così come mi hanno folgorato i poeti della negritudine. Anche i narratori latinoamericani a quell’epoca mi avevano profondamente colpito: aprivano delle finestre sul Nuovo Mondo, dicevano delle cose mai dette prima in un linguaggio mai sentito, affrontavano problematiche razziali e di classe in un’ottica nuova.

Per Ellison e per Baldwin la musica è stata un costante punto di riferimento creativo: il loro 
linguaggio mira a riprodurre i ritmi del jazz e del blues che cadenzano la parlata nera. Anche 
lei, con Jazz, ha battuto questa strada? 

 

A me il jazz interessava più come filosofia che non come musica. Il jazz ha definito un’era che è sempre stata considerata come palcoscenico di Francis Scott Fitzgerald, con la musica relegata sullo sfondo… E invece il jazz – documento della nostra razza in quanto forma d’arte autonoma, fuori dalla sfera dei bianchi – era un modo diverso di guardare al mondo, non solo un’eco musicale degli eventi di quegli anni ma l’epitome stessa di un’epoca, con quell’impulso all’improvvisazione e al tempo stesso quell’esigenza di disciplina, quel guizzo di invenzione, quel senso di libertà sfrenata! quella concezione di spazio del tutto nuova propiziata da Harlem, l’altrove che incarnava lo spirito della possibilità. Non volevo competere con la musica se non al modo dei poeti, facendo sprigionare la musicalità dalle parole.

Ma il ritmo di Jazz è un ritmo musicale. 

 

Metrico, non musicale, con pause, spazi, battute e quanto ne deriva. E il ritmo della parola che m’interessa, il suo suo-no. Quello che differenzia il linguaggio dei neri dagli altri è che il suono è carico di senso quanto il significato; una particolarità che è irriproducibile nella scrittura anche se in Jazz ho cercato il più possibile di caricare la lingua di sonorità. Per questo è il più innovativo dei miei romanzi. E lo è non solo linguisticamente, ma anche strutturalmente, tanto che il tema è la struttura: ho ricreato la stessa atmosfera di una performance di jazz, con la voce narrante che, al pari del leader di una band, dà i tempi, coordina gli inserimenti, ma, non riuscendo ad avere tutto sotto controllo, deve interagire con i personaggi, proprio come fa il leader con i suoi musicisti. M’interessava riproporre questo senso di coralità ma al tempo stesso di individualità, che è radicato nei rituali della nostra cultura, nel rapporto fra il predicatore e la comunità, tra l’individuo e il gruppo, tra l’ascoltatore e il musicista.

Qual è, in Beloved, il significato della maternità? Perché in questo romanzo, sperimentale, 
ricco di temi, la maternità è un dilemma tra fusione e separazione? 

 

Credo che Beloved sia un romanzo postmoderno, che riflette sul concetto di scrittura, sulla scrittura come atto di memoria e forma di creazione volontaria. Per quanto riguarda la maternità, mi interessava studiarla come rapporto di potere, isolarne le componenti distruttive, leggerle come distorsioni dell’amore. E Sethe uccide la figlia perché non vuole separarsene, le toglie la vita per impedire che gliela tolga-no altri. La relazione madre-figlio è sempre analizzata nell’ottica del figlio, almeno nei romanzi contemporanei dove la madre possessiva viene spesso rappresentata come figura caricaturale, mostruosa. Il movimento di separazione è dunque visto come un fattore di crescita, ma è anche vero che è il ritorno alla madre, fonte primaria della parola, che apre al linguaggio. A questo proposito mi viene in mente Joyce: è il pensiero della madre che lo ossessiona, ma allo stesso modo lo libera nella scrittura.

I personaggi dei suoi romanzi sembrano lottare per uno status mitico ma sono frenati da condizioni 
storiche avverse: c'è uno scontro fra mito e storia? 

 

Non direi. Per me il mito è la storia, ovvero è una rappresentazione espressionistica, imagista, simbolica della storia. Più flessibile, aperta, indeterminata: la mitologia africana, al pari della mitologia greca, è una narrazione che cattura un momento storico, e lo traduce in termini comprensibili alla collettività, salvando così il passato. Lo scontro esiste solo tra il mito e una storia che sia superficiale e fuorviarne.

Gli scrittori neri si sono sempre sentiti gravati dal compito di rappresentare le istanze della loro 
comunità. Quali sono le responsabilità che sente pesare su di sé oggi, dopo aver vinto il Nobel? 

 

Io non sono cambiata dopo il Nobel, è cambiato il modo in cui mi vedono gli altri. Quanto alle responsabilità degli scrittori neri, oggi le cose sono mutate, è tramontata la figura dell’intellettuale impegnato a rappresentare la razza. Ci sono molte più sfumature, differenze, di stampo politico, di stampo linguistico, fra uno scrittore e l’altro. Quello che è strabiliante in letteratura è la varietà non la somiglianza. Dunque non è più importante rivendicare l’esistenza quasi fisica di una letteratura nera, un concetto che implica un’idea di esclusione, ma creare una polifonia di voci che esprima un punto di vista sul mondo. La più grande responsabilità di ogni scrittore è quella di dare un senso alla vita, di creare un contesto, di chiarificare i ruoli che sono stati oscurati. L’arte deve aprire delle porte, smontare l’illusoria convinzione che l’esistenza sia una gigantesca situation comedy. Se la vita è devastante, la letteratura deve essere altrettanto devastante.

Come giudica l'America di Clinton? 

 

Clinton è una persona intelligente e coerente, con una visione precisa delle cose che vanno fatte. A molti, a quelli che per decenni hanno scotomizzato l’esistenza dei poveri, degli emarginati, appropriandosi di ogni risorsa di questo paese, le riforme che Clinton progetta sembrano campate per aria. È l’eterno scontro fra democrazia e capitalismo e la partita è ancora aperta.

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