Perché la scuola deve far stare assieme | Segnali

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Tutti premiati come il marchesino Eufemio?

di Vincenzo Viola

Non sappiamo quali e quante macerie si lascerà dietro il passaggio del Coronavirus, ma possiamo essere certi che saranno ingenti, soprattutto in alcuni settori della società, tra i quali in primis la scuola. Da tempo il presente e il futuro della formazione non sono al centro (per usare un eufemismo) del dibattito politico e culturale. In occasioni rituali (inizio e fine dell’anno scolastico, esami di stato) si accendono fugaci focherelli d’interesse, ma nulla più: mai che si sia entrati veramente nel merito di argomenti come l’organizzazione e gli obiettivi dei diversi cicli scolastici, il rapporto tra scuola dell’obbligo e secondaria superiore, il significato vero dell’intreccio tra scuola e lavoro, la formazione e la retribuzione degli insegnanti e di altre figure professionali afferenti alla formazione.

Nulla di tutto ciò, ma appena udite le trombe che facevano presagire l’avanzata del Covid-19 la scuola è sparita: a differenza che per il campionato di calcio non si è discusso trepidanti sui tempi di riapertura, non si è tremato come per le Olimpiadi di Tokyo, non si è esitato a decidere come per la sospensione della produzione delle valli bergamasche: no, la neoministra dell’Istruzione Lucia Azzolina ha subito sentenziato che tutte le scuole di ogni ordine e grado e in ogni parte d’Italia dovessero chiudere. Tutti a casa senza sapere in base a quale mutamento del quadro si sarebbe potuto sperare in un mutamento della decisione. Nel giro di poche ore e di un paio di DPCM la scuola, questo organismo così complesso e articolato, unitario nel paese ma con mille differenze e sfaccettature, fondamentale non solo per il presente, ma soprattutto per un futuro prossimo per la formazione come cittadini e come lavoratori di intere generazioni, di punto in bianco evapora.

Comincia un ridicolo balletto sul fatto che l’anno scolastico non andrà perso (ma nella sostanza è già perso come momento formativo), che gli esami di terza media e di maturità verranno fatti con serietà, che tutti i ragazzi saranno promossi, ma le pagelle finali saranno “infiorate” anche di 4 e di 5 (meritati più o meno tra gennaio e febbraio o prima ancora), così da poter dire che il voto assegnato non è un voto “politico”. E in effetti politico non è perché non è inserito in un disegno, ma tattico perché finalizzato a evitare e non a risolvere un problema.

E poi osserviamo da vicino questa serietà, attuata in corpore vili dell’esame di maturità. Il candidato inizierà l’esame con la discussione di un argomento relativo alla materia caratterizzante del corso di studi già concordato e preparato assieme all’insegnante che conduce l’esame, proseguirà con la  “discussione di un breve testo, già oggetto di studio nell’ambito dell’insegnamento di lingua e letteratura italiana”, si inoltrerà nell’analisi “di materiale scelto dalla commissione” (forse l’unico momento non concordato) per giungere infine a mostrare attraverso propri elaborati le competenze acquisite nell’alternanza scuola-lavoro e nelle attività relative a “Cittadinanza e Costituzione”. Pare di rivedere, tra le righe dell’ordinanza, Il saggio del marchesino Eufemio di Gioachino Belli:

A dì trenta settembre il marchesino, / D’alto ingegno perché d’alto lignaggio, / Diè nel castello avito il suo gran saggio / Di toscan, di francese e di latino.

Ritto / all’ombra feudal d’un baldacchino, / Con ferma voce e signoril coraggio, / Senza libri provò che paggio e maggio / Scrivonsi con due g come cugino.

Quinci, passando al gallico idïoma, / Fe’ noto che jambon vuol dir prosciutto, / E Rome è una città simile a Roma.

E finalmente il marchesino Eufemio, / Latinizzando esercito distrutto / Disse exercitus lardi, ed ebbe il premio.

Ma per dare una parvenza di serietà a tutta l’operazione ecco che viene in soccorso il toccasana della DAD, la Didattica a Distanza (sempre rigorosamente con le maiuscole) e improvvisamente, per DPCM, l’Italia diventa un paese tecnologicamente omogeneo e avanzato, il più avanzato d’Europa, più delle tecnologiche Repubbliche Baltiche. Per giungere a questo mirabolante risultato si danno per scontati due presupposti: primo, che tutti i ragazzi in età scolare abbiano la strumentazione informatica necessaria e le competenze indispensabili per usarla. Naturalmente non è vero. Chi non ha il computer in casa, o non ha una stanza per sé o addirittura non ha una casa decente in cui vivere, è impedito a partecipare alla DAD. Secondo, che tutti gli insegnanti di ogni ordine e grado posseggano le competenze per impostare, svolgere e valutare la didattica a distanza. Naturalmente non è vero neppure questo. Non si tratta di una critica aprioristica e ingenerosa rivolta agli insegnanti, è una costatazione fondata, tra l’altro, sul fatto che l’età media dei docenti italiani è la più alta nel quadro europeo. Ma ammettiamo pure che entrambe queste condizioni possano essere positivamente superate con l’impegno e la buona volontà di studenti e insegnanti: resta il pericolo della crescente disaffezione di troppi studenti nei confronti della scuola. L’allontanamento indotto per sette mesi dalle aule scolastiche finisce per avvalorare questa stessa lontananza. L’assenza della coinvolgente fisicità dell’istituzione scolastica, infatti, rischia di farla apparire superflua, soprattutto in un paese come l’Italia in cui è già pericolosamente diffuso l’abbandono scolastico, specie dei ragazzi provenienti dalle famiglie più disagiate, le più colpite dalle conseguenze economiche della crisi. Inoltre su questi stessi soggetti deboli (molto spesso con difficoltà linguistiche in ambito familiare) pesa già gravemente la fallimentare incompiutezza dell’innalzamento dell’obbligo scolastico che, in mancanza di una effettiva riformulazione dei cicli formativi, si conclude paradossalmente “con la frequenza del primo biennio di uno dei percorsi di istruzione secondaria”. Cioè i ragazzi dai quattordici ai sedici anni, quelli più fragili che incontrano maggiori difficoltà nelle medie non sono accompagnati alla conclusione di un ciclo decennale a suo modo utile e pianificato, ma sono spinti a ingolfarsi in un segmento scolastico senza sbocco, dedicato – per gli altri, cioè coloro che quel ciclo di studi lo concluderanno – all’impostazione delle diverse discipline. A questo punto chi lascia la scuola a sedici anni, spesso dopo bocciature, non conclude nessun percorso formativo, ne è semplicemente espulso.

All’enorme costo sociale della chiusura della scuola, la ministra Azzolina non presta molta attenzione: invece proprio da qui, dall’inclusività, la scuola deve ripartire, cioè da come si affronta il nodo delle conseguenze sociali della mancanza di scuola, perché, come scrive il maestro Franco Lorenzoni in un suo splendido libretto I bambini ci guardano, “in un tempo in cui prevalgono affermazioni non dimostrate e semplificazioni disarmanti basate su reazioni istintive, lo sforzo di comporre e scomporre i propri pensieri, cioè l’arte del ragionare tenendo conto dei punti di vista e delle ragioni degli altri, mi sembra una qualità che è necessario sviluppare e affinare nei bambini, nei ragazzi e in ciascuno di noi”.

Accanto all’arte del ragionare è fondamentale sviluppare in una classe anche l’arte del condividere, contrastando l’individualismo favorito implicitamente dalla necessità di isolarsi, chiudersi in casa, vivere come tramite verso l’esterno ciò che in realtà è simbolo di chiusura: il balcone, la finestra, la bandiera non portata a mano in piazza, ma mostrata alla finestra. La scuola invece deve far stare assieme. Un prezioso contributo a questo obiettivo viene dall’elaborazione pedagogica di Daniele Novara, Cambiare la scuola si può: egli ha il merito di proporre una scuola tutta nuova, nella gestione degli spazi e nei contenuti della didattica (basta con la pseudo obbligatorietà dei programmi!), nel rapporto tra chi può porre domande (l’allievo, che “impara con le domande”) e chi deve mettere tutti in condizione di cercare le risposte (l’insegnante).

Otto milioni di studenti oggi devono riprendere i contatti con la socialità della formazione. Lo possono fare solo se le scuole riaprono prima dell’estate: non si capisce perché ciò che possono fare i centri estivi non possa essere fatto dalle scuole. Le classi possono essere divise in gruppi poco numerosi che, in turni mattutini e pomeridiani, svolgano un’attività didattica strutturata, anche solo su un singolo argomento o su pochi, ma svolti con i propri insegnanti e i propri compagni. Non si dica che in Italia non si può restare nelle aule a giugno: i più piccoli, alle materne, lo fanno già. L’obiettivo non è ovviamente il recupero integrale, o quasi, di tutto ciò che non si è fatto nei mesi passati (questo sarà un problema da affrontare l’anno prossimo), ma riprendere il ritmo della scuola assieme, in cui nessuno si senta tagliato fuori perché non ha il computer, la stanza, la casa adeguata.

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