Traducendo “Il Circolo Pickwick”: intervista a Marco Rossari

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Il sapore croccante dell’ironia

Intervista a Marco Rossari di Eloisa Morra

dal numero di marzo 2018

Lo storico dell’arte Enrico Castelnuovo era solito dire che si poteva guardare il mondo intero attraverso la lente del Circolo Pickwick. Quali aspetti inattesi della prosa di Dickens ha scoperto traducendolo (per Einaudi, Torino 2017)?

Credo che il mondo intero balugini spesso da certi classici, per l’ampiezza e le profondità e le sfaccettature della trama e dello stile. Succede di percepirlo leggendoli, figurati traducendoli, che equivale a leggere al cubo. Ecco, sprofondando (perché questo accade) nelle pagine di Pickwick ho percepito le potenzialità di uno scrittore all’esordio, che poi avrebbe inventato storie più gotiche o cupe, o comunque complesse (Casa desolata è un libro che arriva a influenzare Kafka). Questo è un libro che contiene innumerevoli altri romanzi, una sorta di Decameron in cui il pickwickiano, appena può, si siede ad ascoltare o a raccontare un’altra storia. E io ci ho percepito echi di scrittori contemporanei come Dostoevskij o Edgar Allan Poe, schegge di cupezza e terrore che da un libro comico non ti aspetteresti. E poi la freschezza: Pickwick pare scritto oggi.

Come si è relazionato alle precedenti traduzioni dell’opera (penso a quella storica di Ludovico Terzi e alla recente versione di Alessandro Ceni per Feltrinelli)? Ha cercato un confronto nel caso in cui si trovava ad affrontare passi complessi o che sollevavano dubbi, o ha preferito procedere da solo?

Di norma ho proceduto da solo. Il primo timido passetto in un mastodonte del genere è davvero audace, ma poi impari a muoverti e a esplorare e a misurare il tempo con le parole (tradurre significa sguazzare in un testo a lungo: leggere nella vasca tiepida, continuare a cercare la temperatura giusta). Certo, se viene un dubbio, non trovo nulla di male nell’andare a consultare altre traduzioni (non solo le due che cita, ce ne sono molte altre) e confrontare il lavoro degli altri. Alla fine devi rendere un servizio al libro, non al tuo ego di traduttore, quindi se qualcuno – che so – nel 1967 ha trovato una soluzione perfetta, perché alterarla? Non è da questo che si vede se una traduzione “tiene”.

Quali sono state le maggiori sfide nell’intonare questo Dickens così stranamente settecentesco? Se potesse, quale altro suo romanzo le piacerebbe tradurre?

I problemi sono tanti: il cockney, tanto per dirne una, che tanta parte ha nel romanzo; l’agilità, la sveltezza, la fragranza dei dialoghi (il comico esige che non ci sia una virgola fuori posto); i cambi di registro (si passa dall’ironico al farsesco all’horror, di continuo); le tante digressioni legali (una delle parti più esilaranti è quella della causa Bardell); gli idilli in cui Dickens all’improvviso dopo tante furibonde avventure lascia andare la penna e ci regala visioni immacolate di paesaggi innevati o di uomini operosi. Di sfide (così le ha chiamate lei) improbe se ne presentano a ogni pagina. Un altro Dickens? Ma che domande: il Circolo Pickwick. Di nuovo, da capo, per tornare a scorrazzare con Tupman, Snodgrass, Winkle e Sam Weller.

Può dire qualcosa in più sul cockney e sul personaggio di Sam?

Sam è il grande protagonista occulto del romanzo. Tira le fila, sistema i pasticci: è lo specchio dell’autore, arguto e invisibile rispetto ai quattro grandi personaggi che vorrebbero occupare il proscenio anche solo con la propria inettitudine. Si distingue non solo perché è più sveglio, ma perché parla cockney, Non devo certo spiegare che cosa sia. È dialetto, inflessione, gergo, ma è soprattutto assenza di pompa, umorismo, in una parola: verità. Tutti i traduttori si trovano di fronte a un dilemma, presto o tardi, irrisolvibile. Come riprodurre un dialetto? Anni fa lessi un libro ambientato in Irlanda e non mi diede fastidio trovarci termini romaneschi, eppure sono in molti a storcere il naso. Trattandosi di un classico, io, proprio io che altrove (ad esempio in Percival Everett) ho spinto sull’acceleratore, qui ho cercato una parlata bassa che strappasse di nuovo le risate, senza esagerare. D’altra parte è sufficiente la magniloquenza di Pickwick e compari a rendere netto il contrasto.

Attraverso quali strategie ha cercato di rendere lo humour dickensiano in italiano? Si è mai dovuto confrontare con dei passaggi potenzialmente intraducibili?

Mi sono fidato di due cose importanti, quando si parla di humour: l’istinto e l’orecchio. Se cogli l’andamento di una scena comica, se ne percepisci l’architettura e il tono, insomma se ridi già come lettore (e io come precoce lettore di Pickwick avevo riso parecchio e ancora ridevo all’ultimo giro di bozze) ecco che allora la strada per la traduzione si aprirà da sé. Non devi intralciare il giro di frase, non devi disperdere sillabe, ma soprattutto devi rileggere spesso, ritrovare la pagina croccante che Dickens rodava spesso leggendo agli amici.

Oltre a questa traduzione lei ha curato per Einaudi la raccolta Racconti da ridere, bellissima storia e cronistoria dell’evoluzione dell’umorismo da Čechov a Ephron. Cosa avvicina, secondo lei, il lettore contemporaneo all’umorismo di Dickens? Lo chiedo perché nel rileggere Il circolo Pickwick mi sono più volte trovata a ridere di gusto, come fosse la prima volta.

È una storia eterna. I personaggi sono goffi, sgraziati, velleitari, dolci, ingenui. Ci possiamo ancora identificare con loro. È un umorismo bonario e semplice, eppure orchestra situazioni che troviamo ancora oggi in certe commedie al cinema (non mi dispiacerebbe una bella serie televisiva orchestrata da Kenneth Branagh, come il celebre sceneggiato italiano che tanta parte ebbe qui nel successo di questo libro). Ma poi, se sfoglio i Racconti da ridere, trovo Dickens in Wodehouse, in Bennett, perfino in certe cose di Martin Amis (il registro grottesco, il rovesciamento inaspettato). Dickens è sicuramente un contemporaneo del futuro.

eloisa.morra@utoronto.ca

E Morra insegna letteratura italiana all’Università di Toronto


“Conosco un ottimo storico dell’arte, uomo di vastissime letture, che tra tutti i libri ha concentrato la sua predilezione più profonda sul Circolo Pickwick, e a ogni proposito cita battute del libro di Dickens, e ogni fatto della vita lo associa con episodi pickwickiani. A poco a poco lui stesso, l’universo, la vera filosofia hanno preso la forma del Circolo Pickwick in un’identificazione assoluta” (ndr lo storico dell’arte in questione è Enrico Castelnuovo). Così, in Perché leggere i classici, Italo Calvino elogiava il potere mitopoietico del libro d’esordio dello scrittore inglese, autentico capolavoro e “classico” in ogni possibile senso del termine. Per Calvino un classico è capace di “relegare l’attualità a rumore di fondo”; ma è anche, allo stesso tempo, un libro che “non smette mai di dire quello che ha da dire”, parlando di volta in volta in modo nuovo a lettori di ogni tempo. L’opera prima di Dickens non ha mai cessato di esercitare il proprio fascino su autori provenienti dalle tradizioni letterarie più diverse: da Kafka a Roth a Amis, non si può non dirsi figli del Circolo Pickwick. Ma la fortuna di un classico si misura anche dal numero di traduzioni, che nel caso dei Pickwick Papers raggiungono numeri spropositati. Solo in Italia ne abbiamo più di trenta, a seguito della primissima resa di alcuni stralci del romanzo per merito di Federigo Virdinois nel lontano 1880. Alle versioni più recenti – Newton Compton, Dalai, da ultimo Feltrinelli – si è recentemente aggiunta, per i “Classici Einaudi”, quella di Marco Rossari. Scrittore e traduttore finissimo, Rossari si è cimentato col “Signore della Trama e dello Stile” (così lo ha definito in un bel resoconto della sua avventura traduttoria apparso su “Rivista Studio”) confermando la sua abituale bravura: il suo Dickens in italiano è più fresco e spumeggiante che mai. Gli abbiamo fatto qualche domanda a proposito del mastodontico lavoro di traduzione e sull’influenza di Dickens sui contemporanei, che ha misurato in prima persona curando Racconti da ridere (Einaudi, 2017), antologia che ripercorre i sentieri della narrativa umoristica moderna tracciando nuove genealogie.

E.M.

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