Traduzione: mediare consapevolmente il mondo scandinavo

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Non esistono letterature minori, solo a minor diffusione

di Bruno Berni

dal numero di maggio 2018

Tradurre letteratura danese – con escursioni nelle altre letterature nordiche e in quella tedesca – è un’attività che svolgo da più di trent’anni accanto a quella del ricercatore di letterature scandinave. La convivenza è pacifica e feconda, al punto che l’esperienza editoriale influenza la ricerca – che spesso si occupa di storia della mediazione – mentre la traduzione trae linfa dalla riflessione sui modi e gli sviluppi storici di un mestiere antico e in continua evoluzione.
Del resto è una necessità a spingere chi traduce letterature di “minore diffusione” – perché “minore” tout court non lo è nessuna letteratura – a circondare il testo d’indicazioni utili a costruire un contesto che aiuti il lettore nell’esplorazione di territori sconosciuti, ed è una necessità, per chi si occupa di storia della mediazione, cercare di identificare caratteristiche che permettano di valutarne gli effetti. La traduzione da lingue nordiche è, da questo punto di vista, un buon esempio, perché un mediatore di letterature di minore diffusione conserva caratteristiche un tempo comuni a tutti i mediatori. Dalla necessità nasce forse anche il bisogno di definire “mediazione” un’attività che non può esaurirsi nell’atto linguistico (idea che è forse alla base della scarsa considerazione ingiustamente goduta), ma ha lo scopo di trasferire una cultura componendone un canone attendibile, costruire parti di quella che nel mio caso sarà l’immagine della letteratura danese in Italia.

Le competenze di un “mediatore” di letterature di minore diffusione

Certo la base è il trasferimento di un testo, atto che in sé richiede perizia linguistica, finezza stilistica e sensibilità letteraria, ma le competenze del mediatore, soprattutto se si occupa di orizzonti poco noti, sono anche altre. Deve avere ampia consapevolezza dei modi in cui si svolge il lavoro, dei motivi delle scelte, e una profonda conoscenza del contesto editoriale e culturale in cui un testo viene collocato. La consapevolezza linguistica è indispensabile, perché la mediazione indiretta – dal francese, dal tedesco – è stata a lungo un problema delle letterature nordiche in Italia, con le difficoltà che la caratterizzavano: il ritardo dovuto al passaggio dell’opera in un’altra lingua, le scelte non necessariamente adeguate a un contesto italiano. La traduzione di seconda mano era – quella sì – un atto squisitamente linguistico, perché di rado il mediatore che traduceva un danese dal francese aveva esperienza della cultura di partenza. Ma da questo punto di vista la riflessione mi ha spinto a considerare con tolleranza tali operazioni (da un punto di vista storico, perché oggi, certo, non sarebbero accettabili): quando sarebbe arrivato Andersen in Italia, se non fosse stato portato a fine Ottocento grazie a traduzioni francesi?

Il mediatore di letterature meno note è quindi spinto a conservare a lungo caratteristiche originarie del suo ruolo, per esempio una maggiore responsabilità: non si libera mai dalle tracce di un processo che un tempo ha toccato anche le letterature maggiori. Di rado – in pratica mai – chi traduce dal danese ha oggi, in editoria, interlocutori in grado di accedere alle opere originali, di contro ha il privilegio, almeno iniziale, di lavorare in un terreno vergine. Essendo l’unico esperto, non può condividere la responsabilità con l’editore o il redattore, al punto che – spesso in misura maggiore rispetto ad altri – parte dalla proposta editoriale e segue tutti gli aspetti della filiera, come aiutare nell’acquisizione dei diritti o presentare il libro, perché il traduttore di letteratura – più del critico – come afferma Gesualdo Bufalino, di un libro è “l’unico autentico lettore”, di un testo è “l’amante”.

Costruire un canone della letteratura danese

In tutto questo il mediatore di letterature di minore diffusione ha il bisogno – e l’opportunità – di costruire poco alla volta un canone della sua letteratura in Italia, lavorando sulla diffusione geografica di un’opera quando trasferisce le novità, ma ampliando anche su un’estensione cronologica quando, traducendo per la prima volta un classico, costruisce un contesto culturale che al lettore è mancato e crea una tradizione che rende possibile comprendere meglio le opere di oggi. Nella traduzione di classici, peraltro, non può confrontarsi con altre versioni, cosa che invece è spesso un vantaggio per chi, nelle letterature più note, ha alle spalle una lunga tradizione di testi tradotti più volte, con cui stabilire una relazione.

Consapevolezza è dunque il termine cui penso più spesso quando rifletto sul mio lavoro. Consapevolezza della cultura di origine, per costruirne un panorama adeguato se il contesto manca, oppure per cambiarlo, se è errato. Quando ho cominciato, l’opinione dell’editoria italiana sui romanzi nordici era più o meno che si trattasse di storie di pescatori con problemi esistenziali: un’immagine creata dalle scelte passate che tendevano, come sempre, a perpetuare un pregiudizio, non dissimile dall’opinione che i nordici di fine Ottocento scrivessero solo teatro e quelli di oggi solo gialli (che pure vanno fatti, se è questo che chiede il mercato). Cambiare i pregiudizi si può, con scelte editoriali mirate o anche, semplicemente, spingendo il lettore a frequentare di più una letteratura, come oggi avviene proprio nel mio campo con ampi spazi di selezione trasversali alle epoche e ai generi, che mi hanno portato a dedicarmi anche alla traduzione di poesia con raccolte di Nordbrandt, Christensen, Strunge, Søndergaard.

Per quanto riguarda Andersen, l’unico autore danese (oltre a Blixen, ma lei scriveva – anche – in inglese) noto nel nostro paese quasi da sempre, l’analisi della sua storia editoriale in Italia mi ha spinto a ritradurre le sue Fiabe e storie, di fatto pubblicandone la prima traduzione completa, anche per cambiare un’errata collocazione – in un contesto per l’infanzia – che era la causa prima dell’incompletezza delle edizioni. Una serie di competenze, dunque, è necessaria al mediatore per portare nel canone italiano opere che non c’erano e inserire anche nella geografia letteraria, con un po’ di fortuna, luoghi che prima non vi figuravano: se Londra, Parigi o Berlino hanno sempre fatto parte dell’immaginario del lettore italiano, Copenaghen vi è entrata nel 1994 con Il senso di Smilla per la neve di Peter Høeg. Che poi persino la lingua danese sia veicolo di culture altre lo dimostrano proprio il bestseller di Høeg, che dei groenlandesi di Danimarca fornisce un quadro che il lettore italiano più accorto coglierà con stupore, e ancora di più una serie di altre opere che ho avuto la fortuna di poter tradurre, come Vita del lappone di Johan Turi o gli scritti di Knud Rasmussen come Il grande viaggio in slitta e il recentissimo Aua.

Tradurre significa mettere in comunicazione culture, mondi, persone

Il mediatore di letterature di minore diffusione è quindi un supereroe che cambia il mondo? No. Fortunatamente per lui e per la cultura di cui si occupa capita anche in questi ambiti il sollievo di telefonate che rivelano come i diritti di un’opera siano già acquisiti e si tratti solo di tradurre. Non sempre il mestiere si dispiega in tutte le sue caratteristiche, ma muoversi in un terreno inesplorato è più facile se si possiede la consapevolezza di determinati obiettivi, che permette anche di muoversi tra diversi registri. Del resto a ogni traduttore può capitare, nel corso della carriera, di dover sfruttare una grande varietà di competenze, ed è per questo che anche la formazione dovrebbe dare maggiore spazio a una serie di abilità non linguistiche, fornendo ai giovani almeno la coscienza di come alcune competenze, che appaiono lontane dal lavoro quotidiano, non lo sono affatto.
Perché la traduzione è molte cose diverse e soprattutto è, forse, la base – non esclusivamente linguistica – della comunicazione tra culture, tra mondi, tra persone, ovvero, come dice il poeta danese Morten Søndergaard: “Una traduzione può essere una traduzione di un’altra traduzione. / Una poesia può essere una traduzione di un’altra poesia. / Un luogo può essere una traduzione di un altro luogo. / Una notte può essere una traduzione di un’altra notte. / Tu puoi essere una traduzione di me. / Io posso essere una traduzione di te”.

berni@studigermanici.it

B Berni è traduttore di lingue nordiche

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