Aspetti e forme dell’identità caraibica

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Il vivente creolo è più utile del Vero


di Roberta Cimarosti

dal numero di dicembre 2017

Andrea Gazzoni - Pensiero caraibicoNella generosa introduzione al volume miscellaneo Pensiero caraibico (pp. 209, € 12, Ensemble, Roma 2017), Andrea Gazzoni afferma che tradurre autori dei Caraibi significa prendere a modello le virtù pedagogiche di una cultura che insegnò a se stessa come rinascere e plasmare il mondo a propria somiglianza attraverso un atto di auto-traduzione. La cultura creola, l’unica che mai sia sorta ex novo dalle macerie delle proprie culture ancestrali, si mostrò attraverso i linguaggi europei ereditati, entrando dal retro dello specchio e offrendo al mondo il proprio sguardo disincantato e intriso di fede nell’immaginazione creatrice e nella possibilità di forgiare nuove complesse identità.

Che cosa impariamo dunque da quattro grandi autori che presentano le fattezze della loro cultura creola in una traduzione italiana cristallina e accuratissima, con un sottotesto di note che esplicano possibili incomprensioni storico-culturali? Che i Caraibi ci reclamano come parte in causa della loro “non storia”, come spiega Derek Walcott. “La storia è irrilevante nei Caraibi, non perché non venga creata o perché sia stata ignobile, ma perché non ha mai avuto importanza. Quel che ha avuto importanza, invece, è la perdita della storia, l’amnesia delle razze, e quel che è divenuto necessario è l’immaginazione, immaginazione come necessità, come invenzione”. La scoperta di Colombo condusse alla cancellazione delle civiltà sudamericane, poi africane, e infine, ironicamente, dopo l’abolizione della schiavitù, quasi ad accontentare l’ammiraglio molti secoli dopo le sue sventure, alle migrazioni dall’India e dalla Cina. Impariamo però anche che i saggi di Kamau Brathwaite, Derek Walcott, Alejo Carpentier ed Édouard Glissant, in quest’ordine, pur contenendo punti di vista e posizioni individuali, costituiscono la chance di incontrare un immaginario che inizialmente ci include come presenza indesiderata, restituendoci gli orrori del contro-rinascimento, e poi si allarga, fino a restituirci la speranza di poter crescere, assumendo un punto di vista creolo sul mondo.

Il saggio di Kamau Brathwaite, Missile e capsula: due paradigmi, disegna un paesaggio psicologico-culturale dilaniato dall’impatto europeo “a missile” inaugurato dallo sbarco di Colombo, un territorio che però si rigenera attraverso specifici frammenti, “a capsula”, capaci di navigare nello spazio e nel tempo e, riconnettendosi all’Africa, di ricostituire un’identità culturale che sembrava perduta. C’è nella visione di Brathwaite, tipicamente, l’idea che l’identità caraibica consista nel recupero di una matrice africana sommersa, mentre altre “schegge” di culture ancestrali come quella europea sono marginali, addirittura nocive, perché creano false identificazioni. Un esempio è la storia di Toussaint L’Ouverture, l’ex-schiavo fondatore della prima repubblica nera della storia, sostenuto dalla forza africana del vudù e catturato dai francesi quando emulò gli imperatori d’oltre oceano: “Il rapimento di L’Ouverture fu possibile a causa dell’amore per l’Europa. Nella sua vittoria lui voleva emulare il Modello dell’Altro”.

Il saggio di Derek Walcott, I Caraibi: Cultura o imitazione?, spiega che l’identità non equivale a essere originali: le culture da sempre si plasmano su imitazione della natura che le circonda, senza che ci sia una linea netta di demarcazione tra i loro artefici e i loro antenati più remoti. L’identità diventa risibile quando imita gesti e forme che non le appartengono e si lascia muovere da chi li comanda: “In sé il potere è effimero e instabile. Chi comanda: questo non è che l’aspetto meno importante di una cultura.” Quando all’epoca dell’ammiraglio fu inventato il meridiano che divise i possedimenti spagnoli da quelli portoghesi, l’Europa vide il mondo come uno specchio in cui ammirare l’immagine di sé, convinta che al di fuori di se stessa ci fosse una pantomima di culture in prostrazione, e quell’abbaglio ci rende ancora ciechi.

Il saggio di Alejo Carpentier, Il barocco e il reale meraviglioso, spiega la visione barocca dello sguardo creolo inclusivo che riproduce il “reale meraviglioso” della società che lo circonda: “E perché mai l’America Latina è la terra d’elezione del barocco? Perché ogni simbiosi, ogni meticciato, genera un barocchismo. Il barocchismo americano si accresce con la creolità, con il sentire del creolo, con la coscienza che si sviluppa nell’uomo americano, sia egli figlio di un bianco venuto dall’Europa o figlio di un nero africano o figlio di un indio nato nel continente”. Questa è fatta di un moltiplicarsi di sfaccettature non smussabili, in quanto ciò che è, è anche irriducibilmente qualcos’altro rispetto a come appare, può essere più cose nel contempo, celebra l’identità plurima senza crisi né rotture. Il reale meraviglioso è l’imprevedibile come caratteristica ordinaria del quotidiano, la normale eccentricità delle cose che si trovano a convivere, di cui Carpentier offre una sfilza di esempi incredibili. Reale meraviglioso che non si deve confondere con il realismo magico o con il surrealismo, entrambi di stampo europeo, rappresentazioni dell’inverosimile fine a se stesso, dell’insolito artificiosamente studiato a tavolino.

Con i due saggi di Édouard Glissant, La via che stormisce: In silenzio e Niente è vero, tutto è vivente, siamo condotti dentro questa visione da un linguaggio che ne è la chiave o la bussola. Il procedere non è lineare, a missile, ma elementale, imprevedibile e poetico, come le “andature del vento” perché si relaziona con il vivente nella sua totalità, “dal tutto al tutto”. Ignora le finalità rettilinee della storia concepita in occidente e può quindi sembrare, alla musa o medusa miope e arrabbiata, contraddittorio se sembra muoversi contro i propri interessi. Glissant cita i poeti sudamericani che cantano le glorie della Spagna durante il dominio di Franco, loro che avrebbero potuto assaporare il gusto della vendetta. Le epoche dello spirito umano sono scandite e definite dal modo in cui il linguaggio e le arti imitano e rispecchiano la realtà che le circonda, in quattro direzioni che sono il rapporto con il vivente: misura della misura, dismisura della misura, misura della dismisura, dismisura della dismisura. Quest’ultimo rispecchiamento è il rapportarsi con una realtà che è sempre altra ma che informa irriducibilmente, è “la scoperta del mondo” o “il mondo che si scopre a noi” imprevedibilmente, nell’espressione di tutte le sue possibili differenze. Quale lezione per un popolo di santi, poeti e navigatori.
Il linguaggio del Vero, delle verità assolute costruite dalle culture, è limitato rispetto all’espressione del vivente che, privo di linguaggio, semplicemente è. Il vivente è creolo perché: continuo (laddove il Vero deve limitarsi alle verità che gli sono utili); interrotto dal caso (il Vero invece teme interruzioni che lo allontanano dal suo assoluto); opaco, si trasforma attraverso il non chiaro e l’ignoto (il Vero lo concepisce solo come tenebra); mescolamento di nuove parti (il Vero mescola solo assoluto e tenebra ed esita di fronte agli intrecci e alle sfumature). Con Glissant, alla fine della lettura, giungiamo a un punto fermo, al convincimento centrale che, per la crescita della civiltà, il vivente creolo è più utile del Vero, perché l’umano comprende meglio e diventa se stesso comprendendo gli altri, e “barbari sono coloro che isolano le loro differenze per difenderle”.

cimarobi@unive.it

R Cimarosti insegna letteratura inglese all’Università di Padova

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