Né reato né sanzione, solo discriminazione: dialogo con Maurizio Veglio

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Intervista a Maurizio Veglio di Massimo Vallerani

La Human Rights and Migration Law Clinic (Hrmlc), progetto comune dell’International University College, dell’Università di Torino e del Piemonte Orientale, è una delle numerose cliniche legali nate nelle nostre università per favorire la pratica giuridica degli studenti. In realtà non si tratta di esercitazioni, perché le cliniche agiscono anche come soggetti giuridici, oltre che accademici: prevedono infatti l’assistenza legale pro bono dei migranti ed eventualmente anche azioni in sede amministrativa e giudiziaria. Come si conciliano piani così diversi, teoria, interpretazione della legge, applicazione al caso singolo e azione davanti all’autorità giudiziaria?

Le cliniche legali muovono dalla consapevolezza, già sollecitata da Edward Said, che la distinzione tra sapere puro o tecnico – neutro, razionale, preferibile – e sapere politico, impuro e parziale, è fittizia e antistorica.
La conoscenza, come tante altre competenze, è strumento di potere e contiene in sé istanze di oppressione come di resistenza, di esclusione come di giustizia sociale. Sono indipendenza e responsabilità a orientarne l’utilizzo. Se volessimo tentare una definizione dovremmo fare ricorso a un profilo di metodo e uno di merito. Il primo riguarda la prossimità tra formatore e studente, la possibilità di conoscersi rapidamente e interagire, superando le tradizionali gerarchie e la somministrazione frontale di nozioni. A una metodologia flessibile e partecipativa, la clinica associa la finalità sociale: nel corso delle attività pratiche gli studenti indirizzano le competenze acquisite a favore di soggetti e comunità svantaggiati, fornendo un servizio alla collettività in senso ampio. Si tratta di connotati inscindibili, che mirano alla formazione di professionisti socialmente responsabili.
La linfa che permea questa esperienza è la coltivazione del senso critico. La nostra clinica è terreno elettivo di dubbi prima che di certezze, e offre ai giovani studenti un contesto ideale anche per sperimentare i primi fallimenti professionali, che spesso implicano una dimensione personale, e che chiedono di essere accompagnati. In questo percorso lo studente clinico fa esperienza delle zone grigie del diritto – la discriminazione istituzionale, la violenza dello stato, l’esclusione sociale – e le sfida utilizzando, anche in chiave innovativa, gli strumenti offerti dall’ordinamento legale. Non conoscere le potenzialità illimitate del sistema giuridico significa essere dominati dalla norma, rimanerle forzatamente fedeli. Inoltre la Human Rights and Migration Law Clinic è un caleidoscopio di etnie e background accademici e personali, i cui partecipanti, originari di paesi diversi, comunicano in un inglese anticonvenzionale. Siamo per questo anche una comunità linguistica.

Quali strumenti utilizzate per incidere su decisioni amministrative e giudiziarie che possono modificare, anche in maniera drammatica, la vita delle persone?

Oltre alla collaborazione con avvocati che operano quotidianamente negli uffici giudiziari, la Hrmlc è impegnata sul fronte del contenzioso strategico, elaborando ricerche di dottrina e giurisprudenza a supporto di una serie di ricorsi presentati davanti alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Proprio perché non si tratta di simulazioni o esercitazioni, gli strumenti legali che utilizziamo sono gli stessi che l’ordinamento giuridico comunitario e nazionale offre a disposizione di chiunque, ma il contenzioso giudiziario è solo una delle attività della clinica. Mi riferisco in particolare alle iniziative di advocacy sui diritti fondamentali. A partire dal 2012 la Hrmlc ha costantemente monitorato e denunciato le condizioni di vita degli stranieri trattenuti presso gli attuali Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr), luoghi di mortificazione della dignità umana secondo la Corte costituzionale. Abbiamo pubblicato il primo rapporto sul Cpr di Torino scritto in collaborazione con le voci di 17 stranieri trattenuti all’interno della struttura, obbligando le istituzioni a rendere conto delle modalità di esercizio del potere. Più recentemente abbiamo analizzato il grado di accessibilità delle cure all’interno dei centri, in un contesto particolarmente complesso in cui il rapporto tra trattenuto-paziente e guardia-sanitario è pregiudicato da dinamiche di reciproco sospetto. Nel 2016 abbiamo dato vita, insieme ad altre quattro università italiane, al progetto Lexilium – Osservatorio sulla giurisprudenza in materia di trattenimento e allontanamento degli stranieri, un repertorio di giurisprudenza tematica che contempla oltre 1200 decisioni adottate dai giudici di pace, delle quali si denuncia la profonda inadeguatezza.
Produrre letteratura scientifica indipendente è fondamentale sia per la qualità dell’informazione sia per il sostegno delle azioni giudiziarie: come scriveva Richard Shaull nella prefazione alla Pedagogia degli oppressi di Paulo Freire, “L’educazione è sempre una forza sovversiva”. Le radici della Hrmlc affondano nella rabbia suscitata dalla violazione dei diritti fondamentali e nel silenzio che spesso la accompagna, e crescono con l’obiettivo di trasformare la frustrazione in proposta, il cinismo in speranza.

Quale rapporto esiste fra le leggi speciali emanate negli ultimi anni e i principi del diritto costituzionale o della Carta europea dei diritti dell’uomo? Si può leggere, in un contesto nazionale ed europeo, un allontanamento dai principi e dai valori tradizionali delle democrazie occidentali?

La tensione tra i principi costituzionali e convenzionali e la più recente produzione normativa è letteralmente esplosa negli ultimi anni, fino a raggiungere un punto di rottura capace di spostare i confini dello stato di diritto.
L’immigrazione, e in particolare la materia della protezione internazionale, è il paradigma di questa traiettoria degradante e derogatoria, che riduce i diritti a privilegi. Mi riferisco alla deforma combinata Minniti-Orlando e Salvini, che – lungo una evidente linea di continuità – perfeziona l’esclusione fisica del richiedente asilo dalla comunità e dai luoghi della giustizia. Con una serie di previsioni senza precedenti è stato introdotto l’istituto del trattenimento amministrativo del richiedente asilo a meri fini identificativi, per determinare o verificare, cioè, l’identità e la cittadinanza dello straniero. Secondo questa norma, chiunque giunga in Italia e richieda la protezione internazionale senza disporre di un documento di identità può essere privato della libertà personale e trattenuto – sulla base della mera discrezionalità delle questure – negli hotspot o in un Cpr.

Poiché di regola il richiedente asilo non dispone di un passaporto, né è possibile coinvolgere le ambasciate al fine di identificare chi chiede protezione dalle autorità del proprio stato, abbiamo delineato uno strumento di contenimento di massa, preventivo oltre che concretamente inutile, che può estendersi fino a 12 mesi. Inoltre al richiedente è negato il diritto di sedere al tavolo del giudice che deve decidere della sua libertà (il proprio giudice). L’udienza di convalida del trattenimento deve infatti svolgersi mediante un collegamento audiovisivo tra l’aula di udienza e il centro di permanenza, esattamente come accade per un detenuto in regime di 41-bis, imputato di gravi reati di criminalità organizzata. Ma qui non c’è reato, non c’è sanzione né pericolosità, c’è solo discriminazione.
Le derive del diritto su base etnica stanno intossicando l’opinione pubblica europea, anche grazie a quella “cultura del silenzio” stigmatizzata da Freire.
La resistenza ha bisogno di anticorpi, prima fra tutti l’educazione. Che non è un processo neutro, ma la pratica della libertà, da spendere in primo luogo a favore di chi ne è privato.

In quale modo la Hrmlc offre sostegno ai richiedenti asilo? Come è possibile attivare il vostro intervento?

Oltre ai Cpr e agli hotspot, le zone buie dell’asilo coinvolgono molti luoghi del sistema di accoglienza e gli insediamenti informali di chi ne è escluso. La clinica entra in contatto con gli stranieri attraverso le organizzazioni partner, che segnalano richiedenti senza fissa dimora o ospitati presso i centri di accoglienza straordinaria che, in palese violazione della normativa, non ricevono alcun tipo di informazione legale. Sia per le competenze tecniche, sia per il patrimonio linguistico e culturale, la Hrmlc è un luogo di incontro elettivo tra richiedenti asilo e studenti, a cui viene affidato il compito di accompagnare lo straniero fino all’audizione davanti alla Commissione territoriale che valuterà la domanda di protezione.
La raccolta della biografia dei richiedenti, che è la sostanza della richiesta di asilo, è impresa di enorme complessità, per la quale ci avvaliamo del supporto di studenti della facoltà di antropologia dell’Università di Torino e di mediatori linguistici di fiducia. Le memorie che ne scaturiscono compongono un diario iper-contemporaneo, frutto dell’unione tra le parole dei moderni Ulisse, eredi della tradizione orale, e la scrittura degli studenti, che – supervisionati da avvocati specializzati – indossano il vestito degli operatori legali. Una collaborazione imprevista, complicata da lingue oscure e vocaboli intraducibili, e da una missione ambiziosa, cioè restituire il potere della descrizione e il diritto alla propria biografia. Il risultato è una forma di letteratura epica e involontaria, un’antologia di romanzi e drammi – la “narrativa dominata” – culla di umiliazioni e disumanità. La sfida che ci vede impegnati è quella di raccogliere e ricomporre i frammenti di un grande romanzo corale sepolto, di cui tutti, studenti, operatori, avvocati ed esaminatori, siamo inconsapevoli custodi.


I libri

  • Alberto Alemanno e Lamin Khadar (a cura di), Reinventing Legal Education: How Clinical Education Is Reforming the Teaching and Practice of Law in Europe, Cambridge University Press 2018
  • Paulo Freire, La pedagogia degli oppressi, Gruppo Abele 2018
  • Richard Wilson, The Global Evolution of Clinical Legal Education: More than a Method, Cambridge University Press. 2017
  • Edward W. Said, Orientalismo. L’immagine europea dell’Oriente, Feltrinelli 2017
  • Frank S. Bloch, The Global Clinical Movement: Educating Lawyers for Social Justice, Oxford University Press 2011
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