Francesco Viviano e Alessandra Ziniti – Non lasciamoli soli

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Merce umana

recensione di Marisa Meli

dal numero di settembre 2018

Francesco Viviano e Alessandra Ziniti
NON LASCIAMOLI SOLI
Storie e testimonianze dall’inferno della Libia
pp. 208, € 15
Chiarelettere, Milano 2018
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Francesco Viviano e Alessandra Ziniti - Non lasciamoli soliHamed, Segen, Ahmed, Samir, Abbas, Sahel, Herina, Maryam, Milet, Osedyane, Albayomi: sono i nomi dei ragazzi le cui storie vengono raccontate nel libro di Francesco Viviano e Alessandra Ziniti. Sono solo dei ragazzi, alcuni addirittura adolescenti, gli altri ventenni o poco più. Il libro racconta di loro, ma anche dei loro familiari, dei fratelli, delle sorelle più piccole di cui, ormai, si sono perse le tracce. Le abituali immagini dei migranti stipati sui barconi, morti in mare, lasciati sulle navi in attesa di un porto che li accolga, possono distogliere dal pensare che si tratta di uomini e donne in carne ed ossa, con la loro identità, i loro sogni, le loro sofferenze. Totalmente assorbito il dibattito pubblico quotidiano, imperante, sul se e su chi debba accoglierli, in che misura, per distribuirli in quali proporzioni, che le emozioni provocate da un libro come questo possono liberarci da questo incantesimo, concedendoci l’opportunità di tornare ad essere società civile e di ritrovarci intorno a un imperativo minimo e possibile: non lasciamoli soli.
Le storie di Hamed, Segen, Ahmed, Samir, Abbas, Sahel, Herina, Maryam, Milet, Osedyane, Albayomi non sono il racconto di una migrazione, come quella che ha riguardato, in un diverso momento storico, i nostri avi. Certo, ognuno di questi ragazzi ha lasciato il proprio villaggio, la propria famiglia, chi per miseria, chi perché costretto da persecuzioni, chi per inseguire un proprio sogno. Ma non è di questo che nel libro si tratta. Si raccontano invece storie di violenze e di riduzione in schiavitù che vanno al di là di ogni possibile immaginazione. Il pericolo, per questa nuova generazione di migranti, non viene solo dal mare. Non sempre i viaggi che si intraprendono per raggiungere la costa vanno a buon fine. Ci si può imbattere in trafficanti e si diventa merce umana: merce di scambio, da vendere come forza lavoro o da rinchiudere, fin tanto che non si ottiene il pagamento di un riscatto.

Il viaggio si trasforma. Se non sei in grado di reggerlo un colpo di pistola mette fine alla tua storia lasciandoti nel deserto, in pasto agli avvoltoi. Se arrivi a destinazione, non necessariamente sulla costa, non sai ancora cosa ti aspetta. Il libro ce lo racconta, con una crudezza indispensabile, capace di scalfire ogni ottusità. Segen non ce l’ha fatta, è morto di stenti poco dopo il salvataggio. Gli altri sono sopravvissuti e raccontano. Sono tremende le storie di tutti, non può esistere una graduatoria del dolore. Ma lo sconcerto è totale quando si legge della violenza consumata dapprima ai danni di una donna, davanti agli occhi della figlioletta di quattro anni e poi su quest’ultima. E l’orrore non è ancora finito: l’esito sarà ancora più estremo.
Anche dei nuovi campi di detenzione ci sono dei nomi: Beni Walid, il Ghetto di Alì, Berk. E forse un giorno questi luoghi diverranno famosi, quando abili registi sapranno ricostruire e raccontare, lasciando gli spettatori di turno con le solite, ricorrenti domande: ma com’è stato possibile? Dov’era la gente? Perché nessuno ha impedito questo orrore? Sono storie di razzismo, perché c’è sempre qualcuno con la pelle più nera. Ma sono, soprattutto, storie di criminalità organizzata, anch’essa globalizzata (anche dal lontano Bangladesh vengono adescati poveri disperati ai quali si vende un biglietto salvifico per la Libia dove ad attenderli, al posto del lavoro sognato, c’è un campo di detenzione e, nella migliore delle ipotesi, un viaggio su imbarcazioni di fortuna verso luoghi di cui non si conosce nemmeno il nome).

Sono storie ormai note. C’è già un ergastolo, che ha restituito verità e giustizia ai racconti di alcuni migranti ed esistono molte testimonianze delle organizzazioni internazionali. Amnesty International già nel 2017 accusava i governi europei di essere complici, fornendo sostegno attivo alle autorità libiche negli intercettamenti e nei trasferimenti nei centri di detenzione. Si diceva, già allora, che nessuno dovrebbe essere rimandato in Libia e che almeno 7000 migranti stanno languendo nei centri di detenzione.

Nessuno però ha ritenuto opportuno accendere i riflettori su questo tema. Qualcuno, con grande seguito e ritorno elettorale, ha preferito alimentare la paura dell’invasione. I governanti italiani hanno preferito dapprima fare accordi con la Libia per vedere meno gente in mare e, poi, affidarsi alla chiusura dei porti, al divieto di soccorso in mare e alle dichiarazioni di chi ci rassicura sulla “falsa retorica delle prigioni in Libia”. Indubbiamente, quello delle migrazioni è un problema epocale e nessuno ha la pretesa di saperne indicare la soluzione. Ma il tipo di riflessione che il libro vuole suscitare è di non confondere l’effetto con le cause. Sulle cause, sulle ragioni per cui l’Africa si spopola, nessuno sembra voler seriamente indagare, forse per il timore di dover riconoscere le tante, troppe responsabilità. E allora si combattono gli effetti. Come se fosse una scelta sensata non salvare chi nel mare c’è già o bloccare le partenze di chi comunque in trappola rimane.
Le storie di chi parte non sono solo storie di violenza. Il libro ci racconta anche di Mohammed e Ahmed, che su un piccolo gommone ci sono saliti da soli, affrontando il mare aperto, per portarsi dietro il fratellino Alì, con la flebo attaccata al braccio, nella speranza di trovare in Europa una cura adeguata alla sua grave malattia. Solo le Ong presenti hanno potuto salvarli dalle onde. E davanti a questa storia ti chiedi che senso possa avere il violento attacco sferrato proprio contro le Ong e che senso possa avere distinguere tra migranti economici e rifugiati politici. Eppure questo è diventato il linguaggio dominante.

Ha ragione Giusi Nicolini (ex-sindaco di Lampedusa, autrice dell’Introduzione), che del salvataggio in mare e dell’accoglienza si è fatta paladina, nel dire che quel che fa paura è il messaggio trasmesso alle giovani generazioni, che dovrebbero essere educati alla sacralità della vita e dei diritti, ai valori della solidarietà e del cosmopolitismo.
Oggi tutto questo ha perso significato e forse dovremo aspettare un’altra generazione per rimettere ogni cosa al suo posto. La xenofobia, il razzismo, l’esclusione identitaria su base nazionale hanno preso in breve tempo il posto dei valori enunciati nella nostra Costituzione. Abbiamo dimenticato che quei valori sono risorti dalle ceneri di un’Europa dilaniata dagli orrori del nazismo. Ma la storia, c’è poco da fare, si ripete e già si vedono i complici dei nuovi orrori.

mameli@lex.unict.it

M Meli insegna diritto privato all’Università di Catania

Non lasciamoli soli fa parte di un Primo Piano sulle migrazioni ospitato sul numero di settembre 2018.
Gli altri titoli sono:

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