Stefano De Matteis – Le false libertà. Verso la postglobalizzazione

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La globalizzazione dei luoghi comuni

recensione di Carlo Capello

dal numero di luglio/agosto 2018

Stefano De Matteis
LE FALSE LIBERTÀ
Verso la postglobalizzazione
pp. 302, € 20
Meltemi, Sesto San Giovanni (MI), 2017
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Stefano De Matteis - Le false libertà. Verso la post globalizzazioneNel 2004, mentre mi trovavo a Casablanca per una ricerca etnografica sulla cultura dell’esilio e dell’emigrazione in Marocco, avevo l’abitudine di telefonare quotidianamente alla mia compagna utilizzando i numerosi phone-kiosk presenti in ogni quartiere. Dopo qualche tempo, i miei amici marocchini mi chiesero perché mi ostinassi a usare il telefono, spendendo non pochi dirham, e non usassi Skype. Sul momento cercai una scusa per salvare la faccia, ma devo confessare che non lo conoscevo affatto, mentre i miei amici, nonostante nessuno di loro avesse il computer e la connessione in casa, lo usavano da tempo, grazie ai numerosi internet point, per parlare con i loro fratelli, cugini e amici emigrati in Italia e nel mondo.
Ecco, la lettura del bel libro di Stefano De Matteis, Le false libertà. Verso la postglobalizzazione, mi ha fatto tornare in mente questo e altri analoghi aneddoti etnografici che, pur nella loro semplicità, ci aiutano a mettere in dubbio alcuni radicati luoghi comuni riguardo alla globalizzazione contemporanea. Il principale intento del libro è infatti utilizzare gli strumenti e i concetti dell’antropologia culturale per sfatare, o almeno rielaborare, alcune delle credenze illusorie legate alla globalizzazione. Allo stesso tempo, proprio grazie al confronto con questa non facile materia, Le false libertà si presenta come un’ottima e vivace introduzione all’antropologia culturale, in costante dialogo con autori classici come Ernesto de Martino e Claude Lévi-Strauss, riletti in maniera originale per interpretare il presente.
Quel che l’autore dimostra è non solo che l’antropologia può affrontare proficuamente lo studio del mondo contemporaneo e della globalizzazione. Facendo un passo oltre, De Matteis mostra che in realtà l’antropologia culturale è la disciplina meglio attrezzata, grazie al suo approccio fondato sull’incontro e l’ascolto delle persone e ai suoi paradigmi fondamentali, per smontare alcuni dei miti e delle rappresentazioni falsanti della contemporaneità. Rappresentazioni distorte e distorcenti che l’autore racchiude nel concetto di “false libertà” e che si possono riassumere nella diffusa convinzione che la globalizzazione sia un fenomeno totale e totalizzante, che conduca necessariamente alla cancellazione del passato e della differenza culturale, generando un nuovo tipo di essere umano totalmente privo di legami sociali, allo stesso tempo libero di scegliere la propria identità e il proprio destino e insieme alienato e privo di ogni originalità.

Globalizzazione, identità culturale e omologazione

De Matteis decostruisce molte di queste asserzioni semplificanti, per mezzo di un’articolata riflessione sull’operare della cultura nel farsi dell’umano e attraverso numerosi esempi concreti, tratti sia da quelli che definirei “esperimenti etnografici” condotti con gli studenti presso il Laboratorio di antropologia culturale Annabella Rossi dell’Università di Salerno sia da incontri meno strutturati e più personali, esposti nei vari Intermezzi presenti nel libro: veri e propri racconti etnografici che, oltre a stimolare utilmente la riflessione, mettono bene in luce le doti narrative dell’autore. A partire da questi numerosi esempi, all’immagine falsante dell’individuo contemporaneo senza passato, slegato da ogni vincolo e fatalmente omologato, De Matteis contrappone la ben più pregante immagine del bricoleur. Rielaborando Lévi-Strauss, l’autore afferma che ciascuno di noi è una sorta di artigiano che contribuisce sì a costruire la propria soggettività e il proprio mondo, ma solo a partire dagli attrezzi e materiali simbolici e relazionali che trova già pronti all’interno della propria esperienza socio-culturale. Al contrario di quanto affermano le predominanti retoriche individualistiche, l’uomo contemporaneo è anch’esso un essere sociale che si forma grazie alle varie forme culturali locali, secondo processi essenziali che la globalizzazione, i mass-media, il capitalismo finanziario possono forse trasformare radicalmente ma non distruggere. È per questo che, nonostante tutto, la globalizzazione non corrisponde a un processo lineare di cancellazione della differenza e che la diversità culturale continua a caratterizzare il mondo contemporaneo. Il che, d’altra parte non significa negare che non vi siano rischi concreti di omologazione e di alienazione, soprattutto tra i giovani privi di veri modelli di riferimento e di ascolto, come ben mostrano i primi capitoli del libro.
Alla semplificazione propria dei discorsi più diffusi, l’antropologia deve opporre un pensiero complesso e critico. Potremmo sintetizzare in questi termini l’articolato discorso di De Matteis. Un discorso dalle forti qualità pedagogiche, perché rappresenta un cortese ma deciso invito a imparare a pensare antropologicamente, a costruire la nostra riflessione a partire dall’incontro con gli altri e dall’ascolto delle loro storie: il modo migliore per sfidare semplificazioni e luoghi comuni.

carlo.capello@unito.it

C Capello insegna all’Università di Torino

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